PAKISTAN -

Il Califfato ha rivendicato il massacro avvenuto in una scuola di polizia nel capoluogo del Baluchistan. All’ombra delle guerre in Siria e Iraq, prende sempre più forma l’emirato del Khorasan

Quetta_Pakistan

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di Rocco Bellantone

@RoccoBellantone

 

Lo Stato Islamico ha rivendicato la strage avvenuta in Pakistan nella notte tra lunedì 24 e martedì 25 ottobre in una scuola di polizia nella città di Quetta, capoluogo della provincia del Baluchistan, una delle più instabili del Paese. Nell’assalto, condotto da un commando composto da tre uomini armati di fucili e giubbotti esplosivi, sono morte almeno 61 persone, per la maggior parte cadetti, e circa altre 120 sono rimaste ferite. Due attentatori si sono fatti esplodere, mentre il terzo è stato ucciso dalle forze di sicurezza pakistane che hanno preso il controllo della situazione dopo oltre quattro ore di scontri a fuoco.

 

ISIS si è attribuito l’azione attraverso la propria agenzia di stampa Amaq, che ha diffuso sui suoi canali social le foto degli attentatori prima che i tre compissero il massacro. Non è la prima volta che miliziani del Califfato attaccano Quetta. Era già successo nell’agosto scorso, quando un attentatore si era fatto esplodere in un ospedale della città uccidendo oltre 80 persone.

 

Prima che fosse lo Stato Islamico a porre il proprio marchio su questa offensiva, nelle ultime ore le forze di sicurezza pakistane avevano puntato il dito su almeno altri due gruppi. Uno di questi è la fazione Al-Alimi di Lashkar-e-Jhangvi, formazione militante ritenuta affiliata ai talebani che in passato ha compiuto diversi attacchi settari in Pakistan soprattutto contro comunità della minoranza sciita. Secondo un alto funzionario della sicurezza pakistana, citato dal New York Times e rimasto anonimo, sarebbe stato lo Stato Islamico a “commissionare” a Lashkar-e-Jhangvi questo attentato con l’obiettivo di dare continuità al progetto che prevede la formazione di un emirato islamico del Khorasan, l’antico nome della provincia più orientale dell’impero persiano, che a oggi si estende dal nord-est dell’Iran al subcontinente indiano passando per Afghanistan, Pakistan, Uzbekistan, Turkmenistan e Tajikistan.

 

L’altro gruppo di cui si è molto parlato in riferimento ai fatti di Quetta è Tehreek-e-Taliban, guidato dal mullah Mansoor Dawood Hafsullah, stretto collaboratore di Baitullah Mehsud, membro di spicco e fondatore dei talebani pakistani ucciso da un drone statunitense nel 2009. Miliziani affiliati a questa formazione nel dicembre del 2014 hanno compiuto uno dei più terribili massacri avvenuti in Pakistan negli ultimi anni, quello nella scuola pubblica militare di Peshawar dove i morti furono 145, di cui 132 bambini.

 

Quetta_strage

 

Le tensioni nel Baluchistan

 

In Pakistan non è insolito che più formazioni si contendano la rivendicazione di un attentato. Al netto delle piste su cui si sta indagando, la più concreta delle quali rimanda comunque a ISIS, ciò che è accaduto nella scuola di polizia di Quetta, finita già due volte nel mirino degli attacchi nel 2006 e nel 2008, dimostra come nel Paese siano estese e sparse in più punti le aree in cui il governo centrale del premier Nawaz Sharif e l’esercito guidato dal generale Raheel Sharif faticano a imporsi.

 

La provincia del Baluchistan, confinante con l’Afghanistan e l’Iran, è al centro di tensioni separatiste vecchie di decenni. A Quetta, in particolare, dai tempi del mullah Omar – storico leader dei talebani la cui morte è stata annunciata nel luglio del 2015 – ha sede il quartier generale dell’organizzazione. Secondo fonti di intelligence accreditate a Kuchlak, a nord di Quetta, risiederebbe il nuovo capo dei talebani, , mentre molti uomini di vertice del movimento vivrebbero nei pressi del campo profughi di Surkhab.

 

Pakistan_etnie

 

Negli ultimi anni il governo di Islamabad ha provato ad aumentare gli standard di sicurezza nel Baluchistan, principalmente per consentire la realizzazione di un ambizioso piano finanziato con un investimento di 46 miliardi di dollari dalla Cina che prevede la costruzione di una serie di infrastrutture strategiche per i commerci e i passaggi di forniture energetiche attraverso l’Asia Centrale. Ma finora gli sforzi non sono bastati per tutelare l’area da nuovi attacchi, e quelle forze di sicurezza su cui il governo di Islamabad punta per riappropriarsi del controllo del Paese continuano a essere oggetto di attacchi.

 

All’ombra dei fatti di Quetta, qualcuno ha provato ad agitare anche lo spauracchio delle ingerenze dei Paesi confinanti. Non solo l’Afghanistan, accusato dai vertici della provincia del Baluchistan di aver facilitato l’attacco in risposta alle ingerenze del servizio segreto pakistano ISI (Inter-Services Intelligence) negli affari di Kabul, ma anche la Russia, gli Stati dell’Asia Centrale limitrofi alla regione AF-PAK (il Movimento Islamico dell’Uzbekistan è solo uno dei gruppi di quest’area che ha giurato fedeltà a ISIS) e l’Iran. Soprattutto Teheran negli ultimi anni ha dovuto accogliere migliaia di sciiti in fuga dalle violenze in Afghanistan e Pakistan e adesso starebbe cercando di aumentare la propria influenza nei due Paesi per tamponare alla fonte l’emergenza.

 

Il progetto dell’emirato islamico del Khorasan

All’ombra delle guerre in Siria e Iraq, è innegabile che il piano di Al Baghdadi di rafforzare la presenza del Califfato in Afghanistan e Pakistan, e dare così sostanza al progetto transnazionale che prevede la nascita di un emirato islamico del Khorasan, stia attraversando una fase di innegabile sviluppo. Per ISIS il terreno in questa vastissima area geografica non è generalmente fertile. I talebani, che in passato hanno accettato di convivere con Al Qaeda per opportunismo economico, hanno opposto resistenza da subito all’arrivo di ISIS.

 

Finora l’esistenza di cellule di ISIS in Afghanistan era stata confermata esclusivamente nelle regioni montuose della provincia orientale di Nangarhar, soprattutto nel distretto di Haska Mina, (chiamato anche Deh Bala), nei pressi di Tirah Valley, località dell’area tribale pakistana del Khyber. Da qui per mesi ISIS ha diffuso messaggi di propaganda attraverso la radio Seda-i-Khilafat (“Voce del Califfato”) nelle lingue pashto, dari e uzbeko, prima che la sede dell’emittente venisse colpita e distrutta da un drone americano.

 

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Nel distretto di Haska Mina la penetrazione di ISIS è stata guidata da un ex comandante talebano afghano, Abdul Khaliq, alias Umar. In seguito cinque comandanti del gruppo talebano pakistano Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), tra cui il leader dell’area tribale Bajaur Hafiz Saeed Khan e il portavoce Shahidullah Shahid, hanno giurato fedeltà al Califfato. Hafiz Saeed Khan è stato scelto per dirigere la provincia del Khorasan (ISIS Wilayat Khorasan) che comprende aree al confine tra Pakistan e Afghanistan. La nomina a wali (governatore) gli è stata attribuita in persona dal portavoce del Califfato Abu Mohammad al-Adnani. Hafiz Saeed Khan in questi mesi è diventato famoso per la sua crudeltà (avrebbe fatto saltare in aria diversi prigionieri talebani) e per la capacità di attrarre nuove leve nella provincia di Nangarhar.

 

Qui ISIS dispone di campi di addestramento e può fare leva sul favore di una forte componente salafita avversa ai talebani. In quest’area i miliziani jihadisti hanno più volte attaccato i talebani puntando in più occasioni alla presa del capoluogo Jalalabad e al controllo della strada che conduce al valico di frontiera di Torkham al confine tra Afghanistan e Pakistan. Nell’aprile del 2015 ISIS Wilayat Khorasan ha rivendicato un attacco suicida nella città afghana di Jalalabad all’esterno di una banca, in cui sono morirono oltre 30 persone e altre 100 sono rimaste ferite. A dare l’annuncio di quell’attacco fu Shahidullah Shahid, il quale aveva abbandonato i talebani pakistani nel 2014 per passare al servizio dell’esercito del Califfato di Al Baghdadi. E adesso, con il massacro di Quetta, il Califfato è tornato a far sentire la propria presenza.