SIRIA -

Riprendendo Aleppo ma perdendo Palmira, Mosca inizia a intravedere uno scenario afghano dove il successo definitivo è quasi impossibile. Il Califfato conferma le sue capacità di resistere

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di Luciano Tirinnanzi

 

Quando erano sul punto di strangolare Aleppo e festeggiare il maggior successo dopo una campagna militare che dura da oltre un anno, i russi hanno subito la più grave e cocente delle sconfitte in Siria: la città di Palmira, infatti, è nuovamente caduta in mano allo Stato Islamico. Anche se i combattimenti sono ancora in corso e la notizia ha in sé il gene della temporaneità, il dato è di per sé clamoroso e dimostra tanto la resilienza quanto la grande motivazione che ancora oggi spinge gli uomini del Califfato. Segno che un tracollo verticale dello Stato Islamico è lontano dal verificarsi.

 

Oltre 4mila uomini hanno approfittato della partenza di un contingente di forze speciali russe e l’arrivo di una tempesta, per attaccare nottetempo la città, sorvegliata dalle riserve dell’esercito siriano e da una serie di volontari e comitati popolari. Usando i classici veicoli-bomba per aprirsi la strada e impiegando i loro reparti migliori, tra cui i combattenti del Caucaso fatti venire apposta da Raqqa, gli uomini del Califfato hanno prima attaccato i posti di blocco dislocati a cintura intorno alla città e poi assaltato la Cittadella antica che svetta in collina a protezione della nuova Palmira, che si distende invece più a valle. Da quella posizione favorevole, gli islamisti hanno bersagliato le truppe del regime siriano, costringendole alla fuga. Le stime sui morti oscillano tra una e due centinaia tra le fila dei governativi. Da confermare, invece, la notizia secondo cui anche la base aerea T4 di Tiyas – dove vi è una forte presenza di uomini e mezzi russi – sarebbe caduta in mano all’ISIS.

 

Le forze di Assad, colte alla sprovvista da questa audace manovra, hanno dovuto abbandonare le proprie posizioni e ripiegare fuori dalla città, mentre i russi sono stati obbligati a distogliere da Aleppo i loro aerei da guerra per impiegarli contro i miliziani di Al Baghdadi, che sono accorsi in massa per il blitz. Nonostante questo, lo Stato Islamico resiste e mette di nuovo in scacco Damasco.

 

People wave Syrian national flags during a musical event called "Gate of the Sun" that was held to honour victims of the Syria's conflict in the amphitheater of the historic city of Palmyra(Maggio 2016, il concerto per la liberazione di Palmira)

 

 

L’illusoria riconquista di Palmira

 

Era solo il 5 maggio 2016 quando nel Teatro romano di Palmira, che in precedenza era stato sfondo per le decapitazioni dei prigionieri del Califfato, le note di un’orchestra sinfonica avevano celebrato la strategia vincente del Cremlino grazie alla quale era stata possibile la riconquista della città patrimonio dell’Unesco. Con i russi salutati come liberatori e lo stesso Vladimir Putin apparso su un megaschermo per esaltare la vittoria, Mosca aveva ottenuto un primo grande successo in Siria. Ora il clima è molto diverso e questo episodio riporta indietro le lancette dell’orologio, facendo temere ai russi uno scenario afghano dal sapore antico.

 

Per durevole o temporanea che sia, la rioccupazione di Palmira da parte di Al Baghdadi è una mossa tanto teatrale quanto strategicamente efficace per lo Stato Islamico, poiché obbliga Damasco al disimpegno di parte delle forze che attualmente cingono d’assedio Aleppo, settore dal quale il governo ha dovuto richiamare alcuni dei reparti meccanizzati, le milizie sciite e anche uomini di Hezbollah per spedirli a riprendere la città. Un nuovo assedio di Palmira costringerà anche a un rallentamento della campagna contro Raqqa, ventilata dai curdi all’indomani dell’assalto a Mosul ma ancora praticamente inesistente. Questo potrebbe avere dei riflessi persino in Iraq nella battaglia per Mosul stessa, dove i jihadisti stanno mostrando una capacità di resistenza inaspettata, tale da fare dubitare delle iniziali stime ottimistiche secondo cui la capitale del Califfato sarebbe caduta entro l’anno.

 

Forces loyal to Syria's President Bashar al-Assad gesture as they advance into the historic city of Palmyra(Marzo 2016, lealisti entrano a Palmira)

 

La prova di forza del Califfato

 

La forza residuale dello Stato Islamico, insomma, è sorprendente soprattutto considerate le scarse capacità tecniche, il numero esiguo di uomini e le dotazioni militari di cui dispongono. Questo dovrebbe indurre a pensare che tali risorse inaspettate nascondano quantomeno una clamorosa sottovalutazione del pericolo da parte tanto della comunità internazionale quanto del Cremlino. Per anni è andato avanti il balletto delle cifre sulle reali dimensioni dello Stato Islamico, ma dopo oltre due anni di guerra la portata del fenomeno non è ancora chiara.

 

Numerosi analisti in queste ore si sono affrettati a dichiarare che l’ISIS starebbe solo spostando gli uomini in fuga dalle proprie roccaforti per concentrarli in un’ultima disperata serie di attacchi, ma la realtà appare molto diversa. La guerra è, infatti, lungi dall’essere vinta e la riconquista di Aleppo da parte dei russi migliora solo apparentemente il bilancio di quest’ultimo mese di guerra.

 

È ormai chiaro come le milizie jihadiste, a cominciare dal Califfato ma non soltanto, siano adattabili a ogni mutazione di scenario e preparati alle diverse evoluzioni sul terreno. Nel loro modo di combattere si mischiano, cioè, tecniche di guerra con pratiche di guerriglia e si alternano facilmente prospettive stanziali al nomadismo belligerante. Il che prelude a tempi incerti e riposizionamenti continui. Fino a quando, nessuno lo sa.