CUBA -

Viaggio in Centro America per il Pontefice dal 12 al 17 febbraio. Nel suo cammino rivoluzionario cruciale l’incontro a l’Avana con il Patriarca di Mosca Kiril

Tourists pass by a poster with a photograph of Pope Francis with the message in Spanish that reads "Welcome to Cuba" in Havana

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di Tersite

I rapporti tra Chiesa Cattolica e Chiesa Ortodossa russa erano migliorati da tempo e in maniera repentina. Il Vaticano aveva a Mosca i suoi mediatori, tra cui il presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, il cardinale Kurt Koch. Mentre la Chiesa Ortodossa aveva affidato il compito al presidente del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche del Patriarcato di Mosca, il metropolita Hilarion. Continui gli scambi culturali, ecclesiastici, studenteschi.

 

Lo storico incontro tra il Papa e il Patriarca doveva aver luogo già da diverso tempo, ma lo scoppio del conflitto in Ucraina ha interrotto tutto. Gli scontri nella regione del Donbass sono di fatto degenerati in una guerra fratricida tra gli ucraini ortodossi dell’est e quelli cattolici dell’ovest, con l’ingerenza dall’esterno – oltre che di Stati Uniti da una parte e Russia dall’altra – anche dell’ultra cattolica Polonia a sostegno del nuovo governo di Kiev.

 

Un incontro tra Papa Francesco e il Patriarca di Mosca Kiril in quelle condizioni sarebbe parso un affronto alle comunità cattoliche di Ucraina e Russia. Adesso la situazione in Ucraina sta andando, seppur con fatica, verso una possibile normalizzazione. Ancora tenuta sotto tensione nei rapporti con la Russia, l’Europa è stata però scartata come luogo dell’incontro. Al suo posto è stata scelta Cuba, dove i due si vedranno oggi venerdì 12 febbraio prima del trasferimento del Papa in Messico dove si fermerà fino al 17 febbraio. Cuba è un luogo dall’alto valore simbolico poiché esprime il senso di un comune impegno della Chiesa Cattolica e della Chiesa Ortodossa per il riscatto dei popoli del Terzo Mondo.

 

Kirill, Patriarch of Moscow and All Russia, leads an Orthodox Easter service in the Christ the Saviour Cathedral in Moscow

 (Il Patriarca di Mosca Kiril)

 

Il senso del viaggio di Papa Francesco in Sud America

Per meglio comprendere il senso del viaggio di Papa Francesco in Messico va ricordato che Bergoglio è un gesuita ed è sudamericano. I gesuiti in Sud America sono stati esponenti di punta della Teologia della Liberazione. Dopo la conquista spagnola del Cinquecento hanno creato comunità autogovernate dai nativi, fondendo l’identità indigena con la predicazione evangelica. Hanno poi combattuto armi alla mano quando queste comunità sono state attaccate dai cacciatori di schiavi spagnoli e portoghesi. Ragione per cui sono stati banditi da tutta l’Europa, trovando rifugio in Russia.

 

Papa Francesco, dopo decenni di imbarazzante silenzio e oltre 2.000 beatificazioni, ha così reso Beato e dichiarato martire l’arcivescovo del Salvador Carlos Romero che, da conservatore e proprio sotto l’influenza della Teologia della Liberazione, era arrivato a schierarsi dalla parte del popolo contro la borghesia compradora di El Salvador, e per questo era stato assassinato dagli squadroni della morte salvadoregni sostenuti dagli USA.

 

La sua posizione e il suo schieramento non erano, e non sono, anomali per i gesuiti la cui missione nasce ispirata con Ignazio de Loyola (ex condottiere militare) a quella Hispanidad che, a cavallo delle conquiste spagnole del Cinquecento, voleva espandere la Reconquista contro i Mori a universalizzazione del messaggio cristiano nel Nuovo Mondo. Soprattutto in Sud America, ma anche in Oriente, dalle Filippine al Giappone alla Cina, Paese quest’ultimo dove il gesuita Matteo Ricci ha svolto una incisiva opera ottenendo il riconoscimento alla Corte dei Ming, il rango di Mandarino e l’accesso alla Città Proibita.

 

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Anche la Cina, così come il Sud America, è un interlocutore a cui Papa Bergoglio ha rivolto grande attenzione, ricevendone riscontri molto positivi. La sua azione va nello stesso senso della “costruzione di ponti e abbattimento di muri, nel reciproco rispetto e tolleranza dei popoli” perseguita, seppur con evidenti differenze, dalle potenze commerciali dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) contro l’egemonia economica degli Stati Uniti.

 

Papa Francesco sta così spostando la propria opera apostolica da Roma al Sud America, depotenziando la Curia Vaticana. Dopo l’alleanza di fatto nel fermare l’attacco USA alla Siria, il Pontefice corrobora adesso l’azione del presidente russo Vladimir Putin, leader che ha nella Chiesa Ortodossa uno stretto alleato e che, come lui e come il Patriarca Kirill, difende i valori solidali e spirituali della tradizione cristiana.

 

In parallelo, Bergoglio predica la Chiesa dei Migranti, che è la fusione dell’identità cristiana con il solidarismo universalistico proprio dei Gesuiti. In passato i Gesuiti si sono rivolti agli Indios schiavizzati. Oggi lui, allo stesso modo, si rivolge a tutti i diseredati del mondo.

 

Con la sua opera di avvicinamento interreligioso, e con una notevole spinta e innovazione teologica, Papa Francesco pone di fatto il Cristianesimo all’avanguardia del mondo globalizzato, come alfiere di una identità religiosa comune. “Solo attraverso il dialogo potremo eliminare l’intolleranza e la discriminazione – ha detto in un messaggio trasmesso da Radio Vaticana lo scorso 9 gennaio – Confido in voi per diffondere la mia petizione di questo mese: perché il dialogo sincero fra uomini e donne di religioni differenti porti frutti di pace e di giustizia […] Molti cercano o trovano Dio in diversi modi. Alcuni si dicono agnostici, altri si dichiarano atei. In questa moltitudine, in questa ampia gamma di religioni e assenza di religioni, vi è una sola certezza: siamo tutti figli di Dio”.

 

Gli amici e i nemici del Papa

Questa sua spinta innovatrice è contrastata principalmente da due “nemici”. Il primo è rappresentato dall’ideologia del libero mercato finanziario propugnata dalla City e da Wall Street, che è l’esatto contrario del libero mercato propugnato dai BRICS e dai Paesi manifatturieri come l’Italia. L’altro nemico è il wahabismo sunnita che, improntato all’odio verso gli “infedeli”, sta facendo scempio della millenaria convivenza interreligiosa del Medio Oriente e causando – con i suoi finanziatori che ne alimentano il fanatismo per interessi geopolitici – guerre e centinaia di migliaia di morti.

 

Russian President Putin meets Pope Francis during a private meeting at Vatican City

(Giugno 2015: l’incontro in Vaticano tra Papa Francesco e Vladimir Putin) 

 

Potrebbe essere proprio in Medio Oriente il prossimo possibile passo del Papa, non appena saranno diminuite le tensioni nel Mediterraneo. Urge infatti la difesa dei cristiani non solo in Medio Oriente ma anche in Africa contro la deriva jihadista del wahabismo. Su quest’ultimo aspetto vi sono state in corrispondenza le riflessioni dell’Ayatollah Ali Kamenei sulla predicazione di Gesù, la visita del presidente iraniano Hassan Rouhani a Roma e le parole di apertura da parte di Teheran (“Corano e Chiesa, Sinagoga e Moschea devono stare accanto”). Presto il Pontefice potrebbe dunque puntare a un sensibile avvicinamento all’Islam sunnita con l’obiettivo di isolare l’estremismo wahabita. Ma per riuscirci è cruciale prima la sconfitta degli jihadisti in Siria.

 

La partita è dunque unica ed enorme. Ora Cuba e il Patriarca Kirill, poi il Messico. Altri due scossoni da parte di questo Papa che, nell’apparente antinomia tra pacatezza e rivoluzionarietà delle sue parole, è di fatto oggi l’unico leader di statura mondiale ad agire instancabilmente nel perseguimento del suo progetto di rispetto e tolleranza tra i popoli.