FRANCIA -

La carneficina nella capitale francese è solo l’ultimo dei segnali del crescente disagio nell’intero Occidente. Chi avrà il coraggio di reagire e andare fino in fondo?

A rose placed in a bullet hole in a restaurant window the day after a series of deadly attacks in Paris

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di Luciano Tirinnanzi

@luciotirinnanzi

Nuovo sangue innocente sulle strade di Parigi, altri lutti per la Francia, possibili minacce al resto d’Europa. Il bilancio della carneficina compiuta nella capitale francese è gravissimo, ma alla resa dei conti è solo l’ultimo dei segnali che mostrano un crescente disagio nell’intero Occidente. Un Occidente che, di fronte alle sfide e alle minacce alla pace, appare incapace di frenare la deriva terroristica, e non riesce a leggere la società mutevole del nuovo millennio, dimostrandosi inadatto a decifrare i segnali di pericolo che certo non sono mancati in questi anni, a partire dallo scoppio delle Primavere Arabe.

 

La degenerazione della guerra in Medio Oriente e l’assenza di strategie adeguate per rispondere alle minacce di un Islam radicale sempre più teso a colpire l’Europa, hanno portato come risultato insicurezza diffusa e impotenza delle istituzioni nel tutelare i cittadini. Ma è proprio questa la sfida che i governi europei si trovano oggi a fronteggiare: come garantire la sicurezza di tutti, di fronte ad attacchi di tale portata e viltà? Come gestire cellule dormienti annidate nelle nostre città che, una volta attivate, spingono le loro azioni terroristiche fino all’estremo del “martirio”?

 

Forse non c’è modo di fermare l’orrore che il jihadismo islamico vuole propagare nelle terre dei “kafir”, gli infedeli che non si sottomettono a una certa interpretazione del Corano. Forse neanche le forze dell’ordine più preparate hanno gli strumenti idonei per frenare attacchi suicidi e attentatori che non hanno paura di perdere la vita. Ciò nonostante, qualcosa va fatto.

 

 

A Vienna sabato 14 novembre si doveva decidere di una pace possibile, di un accordo per far cessare i combattimenti almeno in Siria. Le bombe e i morti di Parigi lo hanno impedito. La Francia non ha potuto prendervi parte comprensibilmente, ed è stata colpita proprio perché partecipa alla guerra contro lo Stato Islamico, e perché rappresenta il centro culturale e intellettuale più libero del mondo occidentale, un centro tuttavia fragile come il resto dell’Unione Europea.

 

Adesso tutti pensano al prossimo obiettivo e si dà già per scontato che l’Europa subirà nuove azioni terroristiche: Londra, Roma, Madrid. Dunque, per citare il ministro dell’Interno italiano Angelino Alfano, al momento possiamo solo cercare di “ridurre il rischio”. Ma contenere non è una soluzione. Il presidente francese Francois Hollande ha chiamato le azioni “un atto di guerra”, ma non sappiamo ancora cosa deciderà come risposta.

 

Le azioni dei terroristi di Parigi in ogni caso pesano come macigni sul futuro della guerra come sul tavolo della pace. Forse, ci stiamo facendo trascinare dove non avremmo mai dovuto rimettere piede. In un conflitto che, sinora almeno, non ci riguardava direttamente. Nessuno ha la soluzione a portata di mano, ma questo precedente segna un solco tra il prima dell’attentato e il dopo. E verosimilmente costringerà i leader europei a prendere una decisione forse anche poco ragionata, sull’onda dell’emozione e della rabbia.

 

French policemen stand next to a victim on the sidewalk outside a cafe near the Bataclan concert hall following fatal shootings in Paris

 PARIGI SOTTO ATTACCO: LA DINAMICA DEGLI ATTENTATI

 

Del resto, quanto ancora potremo andare avanti a cedere pezzi di libertà in nome di una maggiore sicurezza, che ormai sappiamo non poter esistere? Parigi era ben difesa e i servizi d’intelligence erano allertati. Ciò nonostante, si sono potute compiere sei stragi in poche ore. Il che significa che all’utopia della sicurezza, dobbiamo iniziare a sostituire azioni drastiche e impopolari, senza temere le conseguenze e l’effetto sul gradimento dell’opinione pubblica. Altrimenti, non ci sarà fine all’orrore e potremo solo sottometterci.

 

Questo non deve significare affatto una crociata contro l’Islam radicale, ma intanto ammettere una volta per tutte che siamo finiti dentro a una guerra internazionale e che, di conseguenza, ci dobbiamo adeguare alla situazione. Chi in Europa avrà il coraggio di andare fino in fondo?