ARABIA SAUDITA -

USA, Arabia Saudita e i grandi fondi di Private Equity giocano la partita per il finanziamento dell’industria petrolifera e il futuro dell’energia. Gli avversari? Russia, Iran, Qatar e Venezuela

OIL 1

Vai alla scheda paese Commenta l'articolo (0)

Nell’ultimo anno il prezzo del petrolio si è ridotto del 54%, facendo sì che il prezzo di un barile di brent passasse da 110 a 48 dollari. L’inarrestabile discesa del prezzo del barile ha ricondotto le quotazioni ai livelli del 2009. Il prezzo del petrolio è il risultato del rifiuto dell’Arabia Saudita di aderire alle richieste dei Paesi produttori di petrolio convenzionale, OPEC in primis, di ridurre la produzione-estrazione per bilanciare la debole domanda mondiale, conseguenza della prolungata crisi economica, iniziata nel 2008 con il fallimento della banca d’affari Lehman-Brothers.

 

Molti analisti hanno visto in questa decisione della monarchia saudita la volontà di contrastare la crescita della produzione di petrolio non convenzionale (sand-tar oil, shale oil, tight oil) resa sempre più accessibile ed economicamente sostenibile grazie alle nuove tecniche di estrazione (fracking, ma non solo). Ovvero, in breve, come una guerra commerciale senza quartiere tra Arabia Saudita (primo produttore di petrolio convenzionale), Stati Uniti (primo produttore di petrolio non convenzionale e primo produttore mondiale assoluto di gas) e Canada (primo produttore di petrolio da sabbie bituminose, con 1,7 milioni di barili al giorno).

 

La strategia di Riad

La caduta del prezzo del greggio potrebbe non essere il risultato di una strategia di breve periodo, ma potrebbe continuare a lungo come ha recentemente lasciato intendere il ministro del Petrolio saudita, che ha affermato: “che il prezzo del greggio scenda a 20 dollari al barile, a 40, 50 o 60 è irrilevante”. Recenti valutazioni stimano, infatti, che ai livelli correnti di spesa con un prezzo del barile a 60 dollari la monarchia saudita non avrebbe bisogno di ricorrere alle sue imponenti riserve valutarie (900 miliardi di dollari) per almeno quattro anni, mentre con un prezzo del greggio compreso tra 40 e 50 dollari al barile, dovrebbe attingere alle riserve valutarie per 10 miliardi al mese. Costi sicuramente sostenibili, anche in una prospettiva di medio periodo. A questa sorta di ordalia, la monarchia saudita avrebbe sacrificato non solo l’amicizia degli USA, ma persino la stabilità del cartello dei produttori OPEC.

 

Le conseguenze per gli Stati Uniti

Come riconciliare questa visione con la vista a Riad del 27 gennaio scorso del Presidente Barack Obama, di sua moglie Michelle e di una delegazione di alto profilo di cui facevano parte il segretario di stato John Kerry, Nancy Pelosy, Joe Crowley, il direttore della CIA John Brennan, il Generale Austin, comandante della regione arabica, Condoleeza Rice, eccetera? Proviamo a raccontare una storia diversa.

 

Il rapporto di gennaio dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) afferma che l’effetto della caduta del prezzo sulla produzione canadese (-90.000 barili al giorno) e statunitense (-80.000 barili al giorno) sarà inferiore alle aspettative, indicando come i produttori non convenzionali siano in grado di fronteggiare una caduta del prezzo anche di queste dimensioni.

 

I produttori non convenzionali efficienti, cioè quelli dotati di nuove tecnologie e di estesi campi di coltivazione, hanno infatti smentito gli esperti che indicavano in 60 dollari il prezzo minimo per evitare di produrre in perdita (il prezzo minimo per i produttori più efficienti è stimato tra 35 e 40 dollari al barile). Il che testimonia che il fracking e le altre tecnologie di estrazione non convenzionale sono ormai affidabili e sostenibili.

 

La caduta del prezzo del greggio potrebbe non

essere il risultato di una strategia di breve periodo…..

 

A sostenere i driller statunitensi nella loro incessante opera di perforazione di nuovi pozzi, sono segnalati i grandi fondi di Private Equity (fondi che investono in capitale di rischio d’imprese). Tra questi figura Blackstone Group, il più grande Private Equity del mondo, che il mese scorso ha finanziato con 500 milioni di dollari Linn Energy e che attraverso il gruppo GSO sta allestendo un fondo dedicato al settore energetico di un miliardo di dollari. Altri grandi fondi Private, come Apollo Global Management e KKR, stanno costituendo fondi per acquisire le obbligazioni emesse da aziende attive nel settore petrolio e gas. Quindi, i fondi di Private Equity hanno deciso di supportare le banche nel finanziamento dell’industria petrolifera non convenzionale americana e rinviare così la riduzione delle perforazioni-estrazioni.

 

Viceversa, il basso prezzo del greggio potrebbe compromettere i nuovi progetti di esplorazione e perforazione (oltre 100 miliardi d’investimenti), in particolare quelli in acque profonde e nei mari artici (quindi Russia soprattutto), che per produrre campi di coltivazione sostenibili richiedono un prezzo del petrolio ben superiore ai 100 dollari al barile.

 

I bersagli del duopolio Arabia Saudita-USA

A questo punto, si può tracciare l’identikit dei bersagli del nuovo duopolio Arabia Saudita e USA che governa l’offerta mondiale del greggio e del gas naturale, il cui prezzo è indissolubilmente legato a quello del petrolio, passato in un anno da 6 a 2,8 dollari. Al primo posto troviamo la Russia, secondo produttore di gas dopo gli Usa e terzo produttore di petrolio, di fatto una oil-economy (il 50% del suo PIL proviene dal settore idrocarburi), sotto embargo per la crisi Ucraina. Al secondo posto, la repubblica sciita dell’Iran, altra oil-economy sull’orlo di una crisi umanitaria per il pluriennale embargo dovuto alla questione del nucleare e alleata della Russia e di Bashar Assad nella crisi siriana, nonché ispiratrice degli insorti sciiti che hanno conquistato Sanaa, capitale dello Yemen.

 

Al terzo posto, si piazza il Qatar dell’emiro Tamin Bin Hamad Al Thani, grande produttore di petrolio e soprattutto di gas, storico avversario della monarchia saudita. Il Qatar, attraverso la rete mediatica di Al Jazeera, ha offerto finanziamento e protezione, quando non asilo, ai ribelli in Mali, alla Fratellanza egiziana e ad Hamas. Non solo, con gli investimenti del suo miliardario fondo sovrano cerca ora di conquistarsi un posto tra le potenze regionali a danno della monarchia wahhabita di Riad.

 

OIL 2

 

Infine, nel mirino c’è il Venezuela del presidente Nicholas Maduro, dove il PIL si è ridotto del 2,4%, la disoccupazione ha raggiunto il 5,5% e l’inflazione tocca il 64%. Il Venezuela, Paese con le maggiori riserve di petrolio al mondo e che deriva oltre il 90% delle sue entrate in dollari dal petrolio, per tentare di contrastare il sempre più probabile default (stimato al 67%) si appresta a lanciare un nuovo sistema di cambio bolivar-dollaro, visto che al tasso ufficiale di 6,3 bolivar per dollaro – che verrebbe sostenuto solo per alcuni beni primari e per i farmaci – corrisponde un cambio al mercato nero di 180 bolivar per dollaro.

 

Se le cose stanno così, la vicenda del prezzo del petrolio non segna tanto la crisi della storica alleanza USA-Arabia Saudita, ma l’avvio di una cooperazione strategica tesa a piegare chi si oppone al nuovo ordine disegnato da Washington e Riad. Ridimensionare la Russia e circondarla con un “cordone sanitario”, infrangere le aspirazioni nucleari della repubblica degli Ayatollah, circoscrivere la minaccia sciita nel mondo musulmano riaffermando la leadership saudita nella penisola arabica, e cancellare l’eredità chavista nel Sud America sono specchio di una partita di poker in cui Washington può calare i suoi numerosi assi.

Dal magazine Lookout News n. 15 (gennaio-febbraio 2015)