CINA (PRC) -

Lo scontro tra Riad e Teheran, le dispute all’interno dell’OPEC, l’ascesa del fracking e il ruolo della Cina. L’analisi della decrescita del mercato petrolifero

An offshore oil platform is seen at the Bouri Oil Field off the coast of Libya

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di Andrea Accardi

Segue dalla seconda parte

Chi sta quindi guadagnando dall’attuale livello del mercato petrolifero? E quale ruolo potrà rivestire? Cina e India, nonostante il calo dell’economia cinese e la crescita di quella indiana, rivestono il ruolo dei cavalli vincenti o dei meno perdenti in questa corsa, almeno per il momento. Non certo la Russia che riveste certamente un ruolo centrale nella crisi siriana ma che, a causa dell’abbattimento del prezzo del petrolio, è stata costretta a pesanti tagli della spesa pubblica. Senza dimenticare che le comunque crescenti esportazioni russe verso la Cina sono “viziate” dai prestiti concessi dalla Chinese Development Bank a seguito della crisi finanziaria del 2008.

 

Il primo obiettivo cinese e indiano, per il momento, sullo scacchiere internazionale del petrolio è legato all’intercettazione di forniture petrolifere costanti e al miglior prezzo. In questi termini l’entrata sul mercato dell’Iran è vista da Pechino come da New Delhi come una vera manna. Iraq e Iran continueranno a erodere percentuali di mercato delle esportazioni di greggio dell’Arabia Saudita verso est. Soprattutto la possibile futura stabilizzazione dell’Iraq e la riabilitazione dell’Iran determineranno una crescente difficoltà della monarchia saudita a mantenere il ruolo egemone rivestito fino a questo momento. Il Medio Oriente soddisfa però oltre il 50% del fabbisogno cinese e la crescente instabilità e il sostanziale disimpegno americano nell’area è fonte di reale preoccupazione per la classe dirigente cinese. La situazione attuale spinge sia India che Cina ad avere un ruolo sempre maggiormente incidente dal punto di vista commerciale in Medio Oriente e le stesse IOCs (International Oil Companies) guardano sempre più a Oriente che a Occidente per espandere la propria influenza.

 

Lo shale gas americano e la crisi europea sono i maggiori driver di questo cambio di prospettiva. Però anche in questo caso il dilemma che soprattutto Pechino dovrà sciogliere è quello legato non al proprio ruolo commerciale ed economico ma a quale ruolo aspiri da un punto di vista politico e diplomatico in Medio Oriente.

 

La strategia della Cina

In questi termini la Cina appare non del tutto convinta a incrementare il proprio ruolo di stabilizzatore dell’area. Questa necessità di sicurezza e stabilità per Pechino non è propria solo del Medio Oriente ma anche nel Sud Est Asiatico che in Africa.

 

Construction workers work at a landscaping section of the Mombasa-Nairobi standard gauge railway near Emali

(I lavori della ferrovia Mombasa-Nairobi diretti dalla China Road and Bridge Corporation)

 

La dottrina che sembra essere applicata da Pechino nelle are di interesse ha i toni sfumati della gestione economico-commerciale: diversificazione degli approvvigionamenti in modo da mantenere flussi costanti e differenziazione di rapporti senza necessariamente influire sulle questioni interne dei propri partner commerciali. In questi termini dal 2012 per esempio le esportazioni saudite di greggio in Cina sono diminuite nonostante le complessive importazioni cinesi siano aumentate. Questi aumenti sono ricaduti principalmente sul prodotto iracheno e quello proveniente dal Sud America, che è passato da 500.000 a 760.000 barili al giorno.

 

Le preoccupazioni cinesi per il disimpegno americano in Medio Oriente sono alte, la Cina ha assoluta necessità di avere un Medio Oriente stabile e regolare fornitore di greggio sia per motivi tecnici legati al sistema di pipeline e raffinerie cinesi che da un punto di vista di network finanziari e commerciali. Pechino non è certo lontana dai tavoli diplomatici che gestiscono le dinamiche delle zone calde del mondo ma, allo stesso tempo, tenta di avere sempre un approccio estremamente pragmatico e soprattutto confacente ai propri interessi. La consapevolezza di essere un attore protagonista sulla scena internazionale è assolutamente condivisa dalle élite cinesi ma è quanto meno improbabile pensare a impegni o sostegni militari. A corroborare questa idea sta la posizione di Pechino sulle crisi libica e siriana molto differente rispetto a quella degli Stati Uniti.

 

Conclusioni

La fotografia scattata nel qui ed ora sulla crisi del prezzo del petrolio ci dice che le cause che la determinano sono, se non strutturali, certamente profonde ed è complesso pensare che i prezzi possano presto ricominciare a salire scongiurando sia una possibile nuova crisi economica mondiale che il rinfocolare di attriti locali.

 

Il contesto geopolitico che abbiamo di fronte è uno scenario fluido, senza poli di attrazione costanti e determinati. Da un contesto bipolare a uno a-polare il salto è epocale e quindi per certi versi è possibile affermare che il mondo in qualche maniera si è allargato allontanando attori che prima erano molto più vicini e che, se anche in disaccordo, si sarebbero seduti comunque intorno a un tavolo. La minaccia dell’ISIS è in qualche modo paradigmatica in questo senso. Una relativa compagine di uomini, con influenza su un territorio limitato e con mezzi trascurabili viene infatti non considerata una minaccia diretta o vitale da Washington e, di conseguenza, la gestione viene demandata ai “partner” locali.

 

A worker climbs stairs at the Halfaya oilfield in Amara, southeast of Baghdad

(Un giacimento petrolifero nell’area di Amara, Iraq)

 

In questa stessa logica Arabia Saudita e Iran dovranno trovare il modo da soli di convivere nella stessa scatola di scarpe senza pungersi con i rispettivi aculei. L’Iran pompa greggio a un costo bassissimo circa un dollaro al barile on-shore e l’Arabia Saudita a circa 9 dollari. Le conseguenze di ciò non potranno essere altro che l’offshore sia momentaneamente abbandonato per ragioni di costi e che Riad e Teheran accettino le rispettive istanze commerciali perché anche sotto i 30 dollari al barile solo una minima parte (meno del 10%) della produzione globale non riesce a coprire i costi della produzione.

 

Interessi energetici differenti, tecnologie avanzate, l’autonomia energetica e il disimpegno americano diretto dal ruolo di potenza egemone e una crescita economica ancora talmente bassa in Europa che non riesce ad approfittare di risorse energetiche a un prezzo estremamente favorevole, fanno sì che lo scacchiere internazionale in merito a questa crisi di surplus energetico sia posizionato non solo a macchia di leopardo ma che guardi sempre più a Est che a Ovest. Se queste condizioni dovessero persistere il ruolo della Cina potrà per default accrescersi di significato. Resterà da capire se Pechino sarà in grado di vestire panni diversi e se la nuova amministrazione americana che uscirà dalle urne di novembre 2016 vorrà mantenere intatta la dottrina Obama.

(Leggi la prima parte)

(Leggi la seconda parte)