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Le manifestazioni nell'Oregon hanno assunto un colore anarco-insurrezionalista che ha poco a che fare con la vittoria di Trump, ma sembra piuttosto riconducile alle annose tensioni tra l'"anima bianca" e quella anticonformista di questa città

Portland_Oregon_proteste

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di Alfredo Mantici

La vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali americane ha profondamente diviso il popolo statunitense e provocato un’ondata di proteste senza precedenti nella storia recente del Paese. Da New York a Los Angeles, da Philadelphia a San Francisco, da Seattle a Baltimora, migliaia di sostenitori delusi di Hillary Clinton sono scesi in strada per contestare la nomina di Trump a quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti all’insegna dello slogan not my president e per sottolineare che non si sentono rappresentati dal tycoon newyorkese.

 

Le proteste sono state in massima parte pacifiche e ordinate. A New York, nei giorni successivi alla chiusura delle urne elettorali, migliaia di persone sono ordinatamente sfilate sulla quinta strada per poi gridare il loro dissenso nelle vicinanze del quartier generale-abitazione del neo presidente, la Trump Tower che rappresenta il simbolo del successo economico e imprenditoriale dell’uomo che, contro tutte le aspettative e contro tutti i sondaggi, ha fatto svanire il sogno della Clinton di diventare la prima donna eletta alla Casa Bianca.

 

Portland, lo scontro senza fine tra bianchi e neri

Solo in una città, a Portland nell’Oregon, uno stato del nord-ovest americano, le manifestazioni sono degenerate in atti di violenza indiscriminata da parte dei dimostranti, molti dei quali sono usciti di casa non con cartelli di protesta bensì con mazze da baseball con cui hanno sfasciato vetrine e devastato negozi e centri commerciali. In molti, in Europa, sono rimasti stupiti dall’intensità delle proteste di Portland, più simili a quelle dei nostri no global che a quelle tradizionali che si tengono negli Stati Uniti, dove da sempre si consente ai cittadini di manifestare liberamente anche sulle soglie della Casa Bianca e del Campidoglio di Washington. A Portland le manifestazioni hanno invece assunto un colore anarco-insurrezionalista che a ben vedere ha forse poco a che fare con la vittoria di Trump, ma sembra piuttosto riconducile alle caratteristiche politiche e sociali esclusive di quella che gli americani hanno da tempo definito “La piccola Beirut”.

 

Portland è la città più importante dell’Oregon, uno stato ammesso nell’Unione nel 1859, alla vigilia dello scoppio della guerra civile tra il nord e il sud secessionista e schiavista. Nonostante aderisse all’Unione, l’Oregon, in aperta contraddizione con gli ideali degli stati fratelli del nord che scendevano in campo per abolire la schiavitù, tentò di realizzare quella che gli storici definiscono “l’Utopia bianca”, la fondazione cioè di uno Stato nel quale fosse esclusa la presenza dei “neri”. La segregazione razziale più rigida era scritta a chiare lettere nella Costituzione dello Stato ed è stata formalmente cancellata solo nel 2000. Le leggi che discriminavano i neri in tema di affitti e di acquisto di abitazioni, e il “codice etico” che rendeva molto difficile agli agenti immobiliari la vendita o l’affitto di case ai cittadini di colore, sono stati abrogati solo nel 1957.

 

Portland_proteste_Trump(Portland, manifestanti anti-Trump in giro per la città con mazze da baseball)

Portlandia contro la gentrification

In questo bacino sociale ed economico ancora connotato dai sogni antistorici dell’“Utopia bianca”, per reazione negli ultimi anni è cresciuto al suo interno un microcosmo, definito dai media americani “Portlandia” ( dal nome di una popolare serie televisiva), composto da giovani libertari, anarcoidi e anticonformisti, hippies, femministe arrabbiate, vegani militanti e “urban farmers” (cittadini che trasformano la propria casa in città in una piccola fattoria allevando polli e tacchini nei giardini e nei cortili). Questa composita galassia anticonformista è scesa in campo dopo le elezioni presidenziali non solo per protestare contro l’elezione di Donald Trump ma per sottolineare il suo disprezzo per l’altra metà” della città, quella razzista, segregazionista e tradizionalista. Nella notte del 12 novembre i manifestanti di “Portlandia” si sono così abbandonati a violenze e devastazioni: 71 sono stati arrestati e tra questi l’età media era di 25 anni. Uno di loro, un giovane nero, è finito in ospedale colpito con una revolverata da uno sconosciuto. Un manifestante alla domanda di un giornalista sul perché era sceso in piazza ha risposto: “sono qui perché sono spaventato a morte, sono omosessuale e non sono contento di come vanno le cose”.

 

Uno dei motivi per cui molti giovani a Portland non sono contenti di “come vanno le cose” è la cosiddetta gentrification e cioè la pratica sempre più diffusa da parte dei costruttori di acquistare case nel centro storico, ristrutturarle e metterle in vendita o in affitto a prezzi altissimi. La “gentrification” sta progressivamente cambiando il contesto sociale del centro di Portland espellendone giovani artisti, studenti, neri e tutta quella congerie sociale anticonformista e libertaria che per anni l’aveva reso caratteristico e unico.

 

Gregory Robert McKelvey(Gregory Robert McKelvey, leader delle proteste a Portland. Foto Portland Tribune)

 

Uno dei leader della protesta, Gregory Robert McKelvey, uno studente di giurisprudenza molto noto in città in quanto esponente di primo piano del movimento “Don’t Shoot Portland” (uno dei tanti movimenti nati per contestare le violenze della polizia), ha dichiarato dopo le manifestazioni e le violenze che “gli adesivi di protesta sul parabrezza non bastano più, i post su Facebook non bastano più, non sono abbastanza”, e ha presentato alle autorità un manifesto di richieste che vanno dalla tutela dell’acqua pubblica al blocco dei fitti, dal no al carbone al salario minimo garantito, dal riconoscimento del passato razzista di Portland alla fine delle brutalità della polizia.

 

Mentre nell’altra metà della città un gruppo di studenti bianchi del liceo veniva sospeso dalle autorità scolastiche per aver gridato agli studenti di colore alla vigilia delle elezioni “tra qualche giorno se tutto va bene dovrete fare le valigie”, le violenze diffuse sono continuate quasi a sottolineare che il malessere interno di Portland è destinato a durare, forse indipendentemente dalle prossime mosse del nuovo presidente Donald Trump. Un malessere che non è congiunturale ma che affonda le proprie radici in un groviglio di contraddizioni che la società americana non è mai riuscita a sciogliere.