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Il senatore repubblicano, candidato alla Casa Bianca per il 2016, ha criticato le scelte fatte da Obama in Nord Africa e Medio Oriente. Ma, se vincerà, il suo partito saprà fare di meglio?

Ted Cruz speaks at the Conservative Political Action Conference (CPAC) in Maryland

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di Tersite

Il 10 dicembre, nel talk show mattutino della rete televisiva MSNBC, il senatore repubblicano Ted Cruz, candidato alle presidenziali del 2016, ha fatto taglienti commenti sulle scelte di Washington. “Abbiamo visto un consistente errore in politica estera, i democratici e molti repubblicani coinvolti nel rovesciamento di governi del Medio Oriente, e questo ha finito per beneficiare i cattivi. Consegnando quei paesi ai terroristi islamici radicali”. Dopo aver definito le scelte di Washington come un disastro dopo l’altro, Cruz ha posto una domanda. “Erano nei fatti il mondo e il Medio Oriente posti migliori quando Gheddafi e Saddam Hussein erano al potere, e Assad non doveva combattere per la propria vita in Siria? Certo che lo erano. Questo non è neanche in discussione”.

 

E i numeri ne danno una conferma drammatica. Secondo rapporti ufficiali del governo USA le morti per terrorismo sono cresciute nel Medio Oriente del 4.500% dal 2002 al 2014. Nel caso dell’Iraq prima dell’invasione USA del 2003, i morti per attacchi terroristici suicidi erano zero. Dal 2003 sono stati 1.892. Prima della guerra, vivevano nel paese un milione e mezzo di cristiani. Dopo, un milione è scappato in Siria dove però non gli è andata meglio considerato che ad oggi ne è rimasto mezzo milione, costantemente sotto rischio di sterminio da parte dei gruppi estremisti e dell’ISIS.

 

Ted Cruz: “La politica estera USA ha consegnato il Medio Oriente ai terroristi islamici radicali”

 

Stessi incrementi terroristici e drammi umanitari valgono per l’Afghanistan, la Somalia, la Nigeria. In Pakistan, nei quattordici anni precedenti gli attacchi dell’11 settembre 2001, vi era stato un solo attacco terroristico suicida. Nei quattordici anni successivi sono stati 486. In questi quattordici anni gli USA hanno speso 6.000 miliardi di dollari soltanto per le guerre in Afghanistan e Iraq. Con un costo in vite di 7.000 soldati, mentre secondo Huffington Post in media circa 20 veterani al giorno si suicidano. È un dato di fatto, dunque, che la politica estera USA ha avuto come conseguenza più morte e più terrore.

File photo of a U.S. soldier taking a break during a night mission near Honaker Miracle camp at the Pesh valley of Kunar Province

(Afghanistan, soldati americani in missione nella provincia di Kunar) 

 

Chi è Ted Cruz

Il senatore Ted Cruz – dato nei sondaggi per secondo alla candidatura repubblicana dopo Donald Trump – è tutt’altro che un repubblicano anomalo. Avvocato, è attualmente vice-presidente del Comitato Nazionale dei Senatori Repubblicani, è stato consigliere di George W. Bush nella campagna presidenziale del 1999 e poi vice ministro della Giustizia, poi avvocato generale del Texas. È antiabortista, a favore della pena di morte, e contrario all’accordo con l’Iran. Un repubblicano doc.

 

Il suo tagliente attacco alla politica estera USA si regge, però, su una falsa ufficialità che non può essere smentita. Si regge, cioè, non sulla realtà dei fini della politica estera di Washington, ma sul suo aspetto propagandistico. È un attacco ficcante perché non può essere smentito, assumendo che il fine della politica estera americana fosse quello, dichiarato, di sconfiggere il terrorismo e portare pace e democrazia.

 

Republican U.S. presidential candidate businessman Donald Trump reaches out to Senator Ted Cruz as they talk during a commercial break during the Republican presidential debate in Las Vegas

 (Trump e Cruz a confronto in un dibattito per la leadership repubblicana)

 

I limiti della politica estera USA

Ma proprio il partito repubblicano di cui Cruz è senatore ha elaborato negli anni Novanta del dopo URSS una dottrina che andava esattamente in senso contrario. Fino alla caduta dell’URSS la politica estera USA si basava principalmente sul consolidamento del proprio predominio come prima potenza mondiale, attraverso acquisizioni e stabilizzazioni. Caduta l’URSS, e dall’attacco alla Jugoslavia in poi, la sua strategia è virata verso l’opposto per controbilanciare sia l’inevitabile venire meno del primato economico mondiale, sia per contrastare la crescita di competitor (Europa) e antagonisti (Russia e Cina).

 

Giudicata da questo punto di vista – non da quello elettorale assunto da Cruz – la politica estera americana ha conseguito il “grande successo” di aver reso impraticabile il Mediterraneo all’Europa e aver posto sulla difensiva sia la Russia che la Cina, con le costanti minacce interne (musulmani in Cecenia e nello Xinjiang) e ai confini (Ucraina) o contro i loro alleati (Siria).

 

Questo fino a che la Russia e la Cina sono state acquiescenti e insicure. Ora la valutazione va costantemente rivista perché da quando la Russia non ha avuto remore nel bloccare la destabilizzazione sul proprio confine ucraino e dal momento in cui ha preso direttamente in mano la guerra in Siria – sostenuta dalla Cina e dall’alleato iraniano – la politica estera USA naviga a vista, accompagnata da una ambivalenza e una contraddittorietà che, di fatto, stanno favorendo e incrementando il terrorismo islamista.

 

In queste condizioni anche il senatore Cruz, qualora divenisse presidente, non potrebbe far altro che seguire la dottrina destabilizzante attuata dagli anni Novanta dagli USA per mantenere il primato di potenza mondiale. Ripetendo così gli stessi errori commessi anche da Barack Obama.

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