STATI UNITI D'AMERICA -

Sarà il voto dell'elettorato bianco, che ormai percepisce se stesso come un nobile decaduto in condizioni sociali ed economiche non più lusinghiere, a decidere chi diventerà il prossimo presidente degli Stati Uniti

A man in a cowboy hat watches Republican presidential nominee Donald Trump speak at a campaign rally in Colorado Springs

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di Luciano Tirinnanzi

 

L’America buonista e schiava del politically correct impazzisce per le uscite di Donald Trump, oggettivamente una peggio dell’altra, che ne mostrano il lato oscuro e al contempo eccessivamente trasparente di un uomo che non mostra di avere quei filtri, quel contegno e neanche quei freni inibitori che si richiedono implicitamente a chi intende assumere un profilo presidenziale.

 

Se il candidato repubblicano con le sue dichiarazioni è andato ben oltre i limiti del consentito (è arrivato dove non si era azzardato neanche George W. Bush), è però vero che proprio questo comportamento, tacciato come “irresponsabile” e persino “sovversivo” da parte dei democratici ma anche dai repubblicani – vedi le lettere di dissociazione dei 50 ex funzionari del Dipartimento di Stato e dei 100 “responsabili” del GOP -, gli sta guadagnando rispetto e voti da parte della pancia più profonda della nazione americana. Facendo leva sull’elettorato bianco, quel popolo arrabbiato e insoddisfatto che ormai percepisce se stesso come un nobile decaduto le cui condizioni sociali ed economiche non sono più lusinghiere – Trump ha maggiori chance di vittoria di quante si creda.

 

Ciò che ha capito per primo il candidato repubblicano è, infatti, che sarà proprio il voto dei milioni di “Homer Simpson” (il simbolo per eccellenza dell’uomo medio americano, e celebre protagonista del cartone animato della Fox) di cui è pieno il paese, a decidere con ogni probabilità chi diventerà il prossimo presidente degli Stati Uniti. La fascia dei bianchi poco istruiti d’America è da tempo il suo target privilegiato: per questo, Trump si comporta così e sempre per tale motivo le sue chance di vittoria, anche dopo le ultime sparate, lo penalizzano molto meno di quanto si ritenga in Europa. E questa non è una speranza, ma solo la constatazione della realtà. Certo, il tycoon ha cambiato più volte il manager della campagna elettorale malcelando un nervosismo crescente, prima ha silurato Lewandowski e ora anche Manafort, ma la partita rimane apertissima perché questi intrighi di palazzo poco importano agli elettori, che dal prossimo presidente USA pretendono migliori garanzie economiche e nient’altro.

 

Person dressed up as Homer Simpson sits as he poses for photos in exchange for tips in Times Square on Black Friday in New York

 

Ciò che l’entourage della Clinton ancora non comprende è che non saranno certo gli editoriali del New York Times – che, per dirla con De Andrè, “si costerna, s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità” – a far perdere le elezioni presidenziali al tycoon newyorchese. Né le ipocrite reazioni dei democratici, che hanno gioco facile a strumentalizzare a proprio agio le sue parole al fine di costruire un’immagine impeccabile della rivale Hillary Clinton, cosa che tuttavia non gli riesce molto bene.

 

In definitiva, solo Donald Trump potrà battere Donald Trump, se alienerà troppo l’opinione pubblica americana con un eccesso di arroganza e violenza verbale. Di conseguenza, il partito repubblicano deve attrezzarsi per tempo a decifrare le reali intenzioni del proprio elettorato e iniziare a gestire invece di demonizzare il proprio candidato, ancorché spiacevole e mal digerito all’interno dell’élite del GOP. Altrimenti, il rischio per i papaveri repubblicani è di essere messi all’angolo in caso di una sua vittoria, un fatto che creerebbe tra l’altro un pericoloso e inopportuno corto circuito istituzionale nell’establishment conservatore.

 

Recita un detto: “bene o male purché se ne parli”. E Trump, che lo si voglia o meno, è sempre sulla bocca di tutti, costantemente, instancabilmente. Ciò non fa che oscurare la figura di Hillary Clinton, la cui stella da qualche tempo non brilla più nel cielo della politica americana e il cui programma elettorale appare talmente vago e incapace di incidere, che il messaggio democratico non riesce a emergere dalla discussione politica, e dunque potrebbe non arrivare mai nelle periferie dimenticate del paese degli “Homer Simpson”.

 

Republican U.S. presidential nominee Donald Trump looks out at Lake Michigan during a visit to the Milwaukee County War Memorial Center in Milwaukee, Wisconsin

 

Clinton è così poco ascoltata che la maggior parte degli analisti politici ritiene che una sua vittoria sarebbe semplicemente “la prosecuzione del terzo mandato Obama”, peraltro con “la stessa ricetta economica degli ultimi otto anni”. Il che  non riesce scaldare il cuore dell’elettorato e, in definitiva, è un giudizio tiepido e poco lusinghiero per la prima donna che ha reali chance di sedere un domani alla Casa Bianca.

 

Mentre invece il discorso intorno a Trump arriva chiaro tanto agli Homer Simpson quanto ai colletti bianchi di Wall Street ed è più o meno riassumibile nelle parole assolutorie di Carl Icahn, spregiudicato imprenditore americano e uno tra i cinquanta uomini più ricchi al mondo, secondo cui Donald Trump “avrà detto alcune fesserie, ma resta l’unico a sostenere una linea giusta per la nostra economia”.