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Il miliardario si avvicina sempre di più alla quota di delegati che renderebbe automatica la sua nomination per la Casa Bianca. La Clinton aumenta il distacco su Sanders

Republican U.S. presidential candidate Donald Trump holds a press conference in Trump Tower in the Manhattan borough of New York

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Donald Trump e Hillary Clinton segnano decisamente il passo nella corsa alle presidenziali del novembre 2016 vincendo le primarie tenutesi il 20 aprile nello stato di New York. Schiacciante tra i repubblicani l’affermazione di Trump che ha ottenuto il 60,5% dei voti contro il 25% conquistato da John Kasich e il 14% da Ted Cruz. Il risultato assicura al miliardario 89 dei 95 delegati in palio avvicinandolo al raggiungimento della quota di 1.237 rappresentanti che renderebbe automatica la sua nomination per la Casa Bianca.

 

 

Netta anche la vittoria di Hillary Clinton, in testa con il 57,9% dei consensi contro il 42,1% di Bernie Sanders (135 delegati contro 104). Si ferma così al giro di boa decisivo di queste primarie il “magic moment” di Sanders che aveva trionfato in sette degli ultimi otto confronti.

 

Trump e Clinton dopo questa vittoria, spiega l’inviato de La Stampa a New York Paolo Mastrolilli, “cominciano a parlare da candidati alla presidenza. Il costruttore lo fa cambiando tono, puntando l’attenzione sui temi dell’economia e del lavoro, e sollecitando l’establishment repubblicano a rinunciare ai piani per rovesciare l’esito del voto popolare e togliergli la nomination. L’ex segretario di Stato invece si rivolge direttamente ai sostenitori di Bernie Sanders, dicendo che ‘sono più le cose che uniscono di quelle che ci dividono’, e quindi è arrivato il momento di riunificare il partito e puntare insieme alla Casa Bianca, senza continuare a danneggiarsi”.

 

In attesa dei prossimi appuntamenti nei grandi stati della Pennsylvania e del New Jersey, repubblicani e democratici giocando dunque due partite diverse. Ma se la Clinton, seppur a fatica, si sta lasciando alle spalle Sanders, il GOP (Grand Old Party) è chiamato ad affrontare una sfida assai più complessa, vale a dire rassegnarsi all’idea che ormai con ogni probabilità sarà Trump il suo candidato alle elezioni per la successione al presidente Barack Obama.