STATI UNITI D'AMERICA -

Nel secondo “Super Tuesday” l’immobiliarista di New York stacca di misura gli altri candidati repubblicani. La Clinton aumenta il vantaggio su Sanders avvicinandosi alla nomination

Republican U.S. presidential candidate Trump flexes his muscles while visiting a Nevada Republican caucus site  in Las Vegas

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di Alfredo Mantici

Continua la saga delle primarie americane che porteranno nelle Convention finali del prossimo luglio alla scelta definitiva dei due candidati destinati a sfidarsi a novembre nelle elezioni presidenziali. Ieri, martedì 15 marzo, si è votato in cinque stati – Ohio, North Carolina, Illinois, Missouri e Florida – e nel piccolo distretto elettorale delle Northern Mariana Islands, nel lontano Pacifico che esprime solo nove delegati.

 

In campo repubblicano Donald Trump si è assicurato una non facile vittoria in Florida, Illinois e North Carolina, sempre con una percentuale di voti del 40-42%, quindi senza mai raggiungere la maggioranza dei voti. Trump ha dovuto cedere l’Ohio al moderato John Kasich, che “giocava in casa” essendo il governatore di questo stato. In Missouri, dove lo spoglio non è terminato, la gara è aperta tra Trump e il senatore Ted Cruz che si contendono la vittoria per una manciata di voti. Il tycoon newyorkese ha infine conquistato i delegati delle Marianne.

 

Sul fronte democratico Hillary Clinton sembra essersi ripresa dalla sonora sconfitta della scorsa settimana quando ha perso i delegati dello stato strategico del Michigan – da sempre storicamente presidiato dai democratici – andati a Bert Sanders. Con un testa a testa ancora non risolto dal conteggio definitivo nel Missouri, Sanders ha rovinato la festa di Hillary alla quale sono comunque andati i voti di Florida, North Carolina, Ohio e Illinois.

 

Che sta succedendo nel Grand Old Party?

Grande resta la confusione nelle fila del Grand Old Party (GOP) repubblicano. Marco Rubio, sconfitto nella sua Florida, ha annunciato il proprio ritiro dalla campagna elettorale, mentre sia Kasich che Cruz, che comunque dispongono ancora di un numero di delegati sufficienti a non far dormire sonni tranquilli a Trump in vista della Convention di luglio, sembrano decisi a contrastare metro per metro il percorso di “Donald il matto” verso la nomination.

 

Quest’ultimo ostenta sicurezza e ha dichiarato che “la matematica è dalla sua parte”, mentre la fazione repubblicana che lo avversa, e che nel complesso è ancora maggioritaria, promette battaglia. Per capire quanto il GOP sia preoccupato per la possibile nomination di Trump basta un dato che vale più di tante dichiarazioni: nell’ultima settimana prima di questo “Super Tuesday” i maggiori finanziatori repubblicani hanno investito 10 milioni di dollari in una campagna pubblicitaria di velenosi spot televisivi controquello che resta pur sempre un esponente del partito.

 

Republican U.S. presidential candidate businessman Donald Trump reaches out to Senator Ted Cruz as they talk during a commercial break during the Republican presidential debate in Las Vegas

(Donald Trump e Ted Cruz) 

 

Trump ha commentato acidamente la sua vittoria affermando in tv che “loro (cioè i maggiorenti del suo stesso partito) un giorno quando io prenderò tutto forse capiranno”, aggiungendo però con una vena di preoccupazione che “bisogna tenere il partito unito”. È proprio questo che preoccupa l’immobiliarista di New York, vale a dire la concreta possibilità che in caso di nomination gli esponenti più in vista del campo repubblicano invitino a votare contro il candidato repubblicano alla Casa Bianca.

 

Ted Cruz è convinto che, se riuscirà a raccogliere intorno al suo nome tutti i delegati anti-Trump (che si aggirano ancora sul 60%) conquistando, nelle prossime settimane, i voti dei repubblicani moderati nelle primarie in California, Connecticut e Delaware, i giochi per la nomination si possano riaprire e che la corsa dell’“imbarazzante” candidato di New York possa essere fermata.

 

Il principale “nemico” di Hillary 

In campo democratico la situazione sembra più chiara e la strada della Clinton per diventare la prima candidata donna alla presidenza degli Stati Uniti sembra se non ancora spianata, più agevole di quella dei suoi avversari repubblicani. Anche la sua campagna per le presidenziali potrebbe essere agevolata, in caso di vittoria di Trump alle primarie, dal sostegno non richiesto ma comunque gradito di quei settori repubblicani che mal digeriscono l’estremismo del possibile candidato scelto dalla convention di luglio e che, come detto, si mobiliterebbero contro di lui.

 

Former U.S. Secretary of State Hillary Clinton is applauded by her husband former U.S. President Bill Clinton at the 37th Harkin Steak Fry in Indianola

(Hillary Clinton e, alle sue spalle, il marito Bill)

 

Se la strada verso la Casa Bianca per Hillary Clinton sembra dopo il secondo “Super Martedì” più facile, resta il fatto che il suo programma politico resta incerto e fumoso mescolato com’è di populismo politicamente corretto e di un’attenzione, da molti ritenuta eccessiva, verso le esigenze e le aspirazioni dei finanzieri di Wall Street. In proposito un esponente del suo stesso partito ha detto che Hillary è la peggior nemica di se stessa e che “pensa come una massaia e fa discorsi da banchiere di Goldman Sachs”.