FRANCIA -

Dopo l’appello all’unità del presidente della Commissione europea, spetta adesso ai Paesi membri assumersi la responsabilità di affrontare l’emergenza profughi. Ma anche da Canberra e Caracas le risposte che arrivano non sono convincenti

Pakistani migrants walk across rail lines into Macedonia near the Greek village of Idomeni

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Un meccanismo permanente per la redistribuzione fra tutti gli Stati membri dei rifugiati arrivati nei Paesi di primo ingresso, da mettere in moto ogni qualvolta si verifichino situazioni di massima urgenza come i flussi migratori registrati nel Mediterraneo e nell’est Europa negli ultimi mesi. La velocizzazione delle pratiche di rimpatrio dei migranti economici (vale a dire quelli che non hanno diritto all’asilo) in quei Paesi in cui il rientro non metterebbe a rischio l’incolumità e il rispetto dei diritti umani di chi è emigrato (senza dunque violare la Convenzione di Ginevra). Il rafforzamento di Frontex per permettere all’Agenzia di sorvegliare e controllare efficacemente le coste e le frontiere dell’Europa. E, soprattutto, un monito all’Unione Europea affinché adotti in maniera convinta una politica comune sull’immigrazione, rispettando quanto previsto dal Trattato di Lisbona.

 

Nel suo discorso tenuto poche ore fa a Strasburgo di fronte al parlamento europeo sullo stato dell’Unione Europea, il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha provato a mettere i Paesi membri di fronte alle loro responsabilità. Non ha risparmiato critiche nei confronti di quei Paesi dell’est – Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia – che stanno ostacolando l’arrivo dei migranti e ha chiesto uno sforzo comune per sferrare un’“offensiva diplomatica” che permetta di risolvere le crisi in Libia e Siria.

 

European Commission President Juncker addresses the European Parliament in StrasbourgIl presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker

 

Sarà il tempo, e soprattutto i voti del parlamento, a dire quante di queste parole si tradurranno in azioni concrete. Anche se, alla luce dei tanti discorsi e dei pochi interventi effettuati negli ultimi mesi, non si può che essere quantomeno scettici. L’immediata prova della verità è la redistribuzione, secondo quote obbligatorie, dei primi 160mila profughi: 120mila sono i nuovi rifugiati arrivati in Italia, Grecia e Ungheria; altri 40mila erano sbarcati in Italia (24mila) e Grecia (16mila) fino a maggio e a loro era già stato riconosciuto lo status di richiedenti asilo.

 

Paesi come la Germania (pronta ad accogliere 500.000 rifugiati all’anno per i prossimi anni), la Francia e la Spagna sono pronte a fare la loro parte. L’Italia distribuirà circa 20mila migranti in base all’accordo raggiunto nel 2014 nell’ambito della conferenza unificata Stato-Regioni. Altri Stati membri, invece, continuano a dichiarare che all’accoglienza opporranno muri e filo spinato, come il premier ungherese Viktor Orban che ha promesso la fine del lavori per la costruzione di una barriera anti-immigrati al confine con la Serbia entro il 15 settembre.

 

L’altruismo discutibile del premier Abbott

Se dunque all’Unione Europea “manca l’Europa e manca l’Unione”, come ha affermato Juncker, da altre parti del mondo arrivano invece segnali diversi, seppur dettati da interessi lontani da un puro spirito d’accoglienza. È il caso dell’Australia, che ha comunicato di essere pronta a prendersi carico di 12mila profughi siriani e di fornire nuovi aiuti finanziari per 44 milioni di dollari australiani (pari a 28,6 milioni di euro).

 

 

Australian Prime Minister Tony Abbott speaks with sailors after arriving aboard the U.S. Navy's aircraft carrier the USS Blue Ridge as it enters Sydney Harbour, AustraliaIl premier australiano Tony Abbott

 

La magnanimità del premier australiano Tony Abbott non è però cieca. Il suo governo aumenterà lo sforzo nei confronti dei profughi (attualmente ogni anno accetta 13.730 richieste d’asilo), ma ha chiesto di poter venire incontro solo a quelli di determinate minoranze religiose: cristiani – compresi maroniti, yazidi e drusi – piuttosto che musulmani. Più deciso, invece, l’intervento militare contro lo Stato Islamico a sostegno della coalizione internazionale impegnata in Siria e Iraq. La Royal Australian Air Force sta già prendendo parte alla campagna guidata dagli USA. Finora i suoi aerei si sono limitati a operazioni di rifornimento e alla raccolta di informazioni. Da adesso, su richiesta di Washington, parteciperanno direttamente ai raid contro le postazioni jihadiste.

 

Il caso del Venezuela

Ha fatto notizia anche l’intenzione del Venezuela di voler accogliere 20.000 rifugiati siriani. “Quanti altri arabi devono morire prima che la coscienza umana si risvegli?”, ha affermato il presidente Nicolas Maduro in un vertice di governo del 7 settembre. “Accoglieremo 20.000 siriani, li aspettiamo nella nostra patria affinché condividano con noi questa terra di pace, di Cristo e dell’eroe della nostra indipendenza Simon Bolivar”.

 

People stand next to a closed gate as they wait to try to cross La Union international bridge, on the border with Colombia at Boca de Grita in Tachira state, VenezuelaColombiani respinti a Boca de Grita, nello Stato venezuelano di Tachira al confine con la Colombia

 

Oltre al governo di Caracas, anche quelli di Uruguay e Argentina sono pronti ad accogliere i profughi. Ma il caso del Venezuela è particolare rispetto agli altri. Mentre con una mano accoglie i siriani, con l’altra Maduro da settimane continua a respingere migliaia di colombiani residenti da anni illegalmente nello stato di Tachira, al confine con la Colombia. Inoltre, secondo i suoi oppositori, starebbe sfruttando l’accoglienza dei siriani per spalleggiare il presidente siriano Bashar Assad e lanciare nuove accuse contro gli USA e contro i suoi alleati occidentali, i veri colpevoli a suo dire della guerra in Siria. Al netto delle buone intenzioni, anche a queste latitudini l’emergenza dei migranti in fuga dalle guerre dell’Africa e del Medio Oriente appare più come un argomento utilizzato per fare propaganda e rispondere agli attacchi degli avversari politici.