PUERTO RICO -

Oltre la Grecia ci sono altri Paesi che rischiano il default. Ecco tutti i conti “in disordine” dell’isola dei Caraibi

The national flags of Puerto Rico and the U.S. wave in front of a building belonging to UBS bank in the Hato Rey Financial District in San Juan

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di Rocco Bellantone

“Una piccola isola dei Caraibi con enormi problemi finanziari”. Così la scorsa settimana la rivista americana The Atlantic ha definito Puerto Rico, lo Stato Libero Associato agli Stati Uniti in cui vige il regime di Commonwealth. Nella più piccola isola delle Grandi Antille, situata nel nord-est del mar dei Caraibi tra la Repubblica Dominicana e le isole Vergini, da mesi ormai la situazione finanziaria è drammatica. Sulle gracili spalle dell’economia portoricana grava infatti un debito di quasi 73 miliardi di dollari. Una cifra enorme che, stando a quanto dichiarato al New York Times dal governatore dell’isola Alejandro Garcia Padilla, semplicemente “non è ripagabile”.

 

Negli ultimi giorni Padilla ha provato a rassicurare i creditori, promettendo che il suo governo presenterà nuove proposte per dilazionare i pagamenti. L’allarme però ormai è scattato e a temere sono soprattutto gli Stati Uniti, considerato che sono americani le banche, i fondi pensione e gli hedge fund (fondi comuni di investimento privato) che si sono fatti carico del debito portoricano per rivenderlo poi ai loro clienti attraverso bond e fondi di investimento.

 

Il Piano Krueger

A certificare la crisi dell’economia di Puerto Rico è stato un rapporto commissionato dall’agenzia governativa Government Development Bank ad Anne Krueger, ex capo economista della Banca Mondiale e numero due del Fondo Monetario Internazionale. Nel suo rapporto la Krueger non lascia spazio a false illusioni riguardo il futuro dell’isola. “I problemi strutturali dell’economia, i ripetuti shock economici e le deboli finanze pubbliche – scrive la Krueger nel suo rapporto – hanno prodotto un decennio di stagnazione, emigrazione e aumento del debito”.

 

Fruit vendor Angel Sanchez stands at his roadside stand in San Juan

Insomma la crisi incombe, anzi è già in atto. Se non si trova una soluzione a Puerto Rico verrà impedito l’accesso ai mercati esteri e il rischio all’orizzonte è un parziale congelamento dei rapporti anche con gli Stati Uniti, nonostante al referendum del 2012 il 61,82% dei portoricani ha espresso l’intenzione di volere l’adesione agli USA come 51esimo Stato.

 

Quali sono i problemi dell’economia portoricana?

I problemi dell’economia di Puerto Rico sono profondi e in buona parte interdipendenti, il che non può che rendere la situazione finanziaria dell’isola ancora più complessa. Bastano alcuni dati per rendersene conto. Negli ultimi anni il turismo ha subito un forte calo, l’occupazione è diminuita e con essa è aumentata la povertà, il valore degli immobili ha registrato un forte deprezzamento.

 

L’emergenza più seria è quella della disoccupazione. A Puerto Rico solo il 40% degli adulti lavora o è in cerca di un’occupazione. I salari minimi e le protezioni sociali hanno degli standard elevati così come il costo del lavoro, il che ha spinto diverse aziende a tagliare le assunzioni. In questa situazione in molti non provano nemmeno a cercare un impiego poiché le coperture garantite dal sistema di previdenza sociale sono più che sufficienti per vivere dignitosamente anche senza lavorare. Per quelli che invece un lavoro lo cercano, l’unica strada praticabile è diventata quella dell’emigrazione quasi esclusivamente verso gli Stati Uniti. Ciò ha prodotto nell’ultimo decennio un costante calo del numero di abitanti sull’isola.

 

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La grave crisi economica di Puerto Rico e il rischio di default non sono dunque una sorpresa. Per anni l’isola ha fatto affidamento sui prestiti delle banche e di altri creditori esteri per coprire i costi della spesa pubblica, dalle pensioni a servizi come la sanità di base e l’istruzione. Ma nonostante l’economia sia andata in recessione, il debito pubblico è continuato a salire. “L’economia – spiega il rapporto – è entrata in un circolo vizioso” in cui la spesa pubblica insostenibile sta alimentando l’incertezza dei mercati e la bassa crescita, che a loro volta fanno lievitare il deficit e il debito pubblico”.

 

In queste condizioni, sperare di riportare in pareggio entrate e uscite è praticamente impossibile. Gillian B. White, giornalista della rivista The Atlantic, fa un esempio per spiegarlo. “I ricavi – scrive – sono stati sistematicamente sovrastimati ogni anno di circa 1,5 miliardi di dollari, allo stesso tempo il governo ha drasticamente sottostimato gli interessi che avrebbe dovuto pagare per ricevere prestiti”. A ciò si aggiunge che le riforme varate nei primi sei mesi del 2015 per ridurre la spesa pubblica si sono rivelate inadeguate.

 

Quale futuro per Puerto Rico?

Mentre i giornali di tutto il mondo parlano della Grecia e della vittoria del NO al referendum sulle misure proposte dai creditori internazionali per far rientrare Atene dal debito, il destino di Puerto Rico sembra non interessare a molti, fatta ovviamente eccezione per gli Stati Uniti. Per Washington, d’altronde, in gioco ci sono prestiti di decine di milioni di dollari che rischiano di non essere saldati mai. Il 15 luglio scade il saldo di una rata di 94 milioni di dollari e il primo agosto dovrà esserne pagata un’altra di 140 milioni di dollari.

 

Puerto Rico's Governor Padilla delivers his state of the Commonwealth address at the Capitol building in San Juan, Puerto Rico

Il governatore di Puerto Rico Alejandro Garcia Padilla

 

A peggiorare la situazione, spiega a The Atlantic Barry Bosworth, esperto di studi economici per l’organizzazione nonprofit Brookings Institution, è che “a differenza di Detroit (che ha dichiarato bancarotta nel 2013, ndr) o di altre municipalità americane Puerto Rico non ha la possibilità di presentare istanza di fallimento, lasciando così poche opzioni di fronte a una crisi del suo debito”.

 

Le obbligazioni sui titoli di Stato portoricani perderanno il loro valore se l’isola andrà in default. A subire le conseguenze maggiori saranno però i cittadini portoricani ancor prima che i creditori. Solo una seria ristrutturazione del debito, l’aumento delle tasse, i tagli sulle categorie professionali più privilegiate come gli insegnati – il cui numero è cresciuto del 10% negli ultimi dieci anni nonostante gli studenti siano diminuiti del 40% -, la riduzione dei sussidi per l’iscrizione all’Università di Puerto Rico e una generale riduzione dei servizi di previdenza sociale (sanità e salario minimo), potranno permettere all’isola di risollevarsi. Ma anche questo piano di risanamento potrebbe non essere sufficiente per garantire una ripresa sul lungo periodo.

 

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Le risposte della Casa Bianca

Dalla Casa Bianca non arrivano segnali incoraggianti. Washington finora si è limitata a dichiarare che non intende varare un piano di salvataggio ad hoc e che al massimo potrebbe incentivare le imprese americane a non abbandonare l’isola. Ma si tratta di soluzioni di corto respiro, a dimostrazione del fatto che gli USA mettono al primo posto il rientro dei prestiti versati per salvare gli investimenti fatti fare dalle banche e dai fondi privati ai loro clienti.

 

In questi giorni decisivi per l’economia portoricana il governatore Padilla sta provando a prendere tempo e tra le sue ultime proposte c’è la richiesta di concordare con i creditori una moratoria per permettere all’economia dell’isola di rimettersi in moto. Difficilmente però le banche americane concederanno altro tempo e, soprattutto, altri soldi.

@RoccoBellantone