RUSSIA (FED.) -

La guerra in Siria, la lotta al terrorismo, i rapporti con Europa e Cina. Analisi del confronto sempre più ravvicinato tra Mosca e Washington

U.S. President Barack Obama extends his hand to Russian President Vladimir Putin during their meeting at the United Nations General Assembly in New York

Vai alla scheda paese Commenta l'articolo (0)

Dal nostro corrispondente in Russia Carlo Federico Lami

Le recenti crisi in Ucraina e Siria hanno portato le relazioni tra la Russia e gli USA ai minimi storici dopo il crollo dell’URSS; questo è dovuto in parte a divergenze strategiche, in parte a calcoli di tipo economico, in parte a decisioni intraprese dalle amministrazioni dei due Paesi. Ma c’è dell’altro, vale a dire una concezione profondamente diversa della potenza politica e militare tra Russia e USA, che rende difficile, per i governanti dei due Stati, e a maggior ragione per le rispettive opinioni pubbliche, comprendere obiettivi e motivazioni l’uno dell’altro. Quest’ultimo aspetto è radicato nella storia secolare delle due potenze, ma soprattutto nelle loro caratteristiche geografiche che risultano, nei loro tratti fondamentali, sostanzialmente immutate nel tempo.

 

Se guardiamo una mappa geografica fisica, possiamo osservare subito come a ovest, dai Pirenei fino agli Urali, non esistono ostacoli naturali che possano impedire lo spostamento in tempi rapidi di una moltitudine di persone. Analogamente, a nord-ovest, la Finlandia non è separata da rilievi, mentre il Caucaso, al contrario, è contrassegnato da alte catene montuose che costituiscono una barriera efficace. Non ci sono invece barriere naturali che separano la Russia dal Kazakhstan, che è separato da Cina e Mongolia a sud-est, con il Kirgizistan e il Tagikistan che hanno un territorio essenzialmente montuoso. Scendendo ulteriormente a sud, il Turkmenistan e l’Uzbekistan sono separati da Iran e Afghanistan rispettivamente dalla catena del Kopet Dag e dai monti Altaj, che corrono lungo il confine con Cina e Mongolia. Le latitudini settentrionali e la lontananza dal mare fanno sì che il clima nella maggior parte del territorio sia proibitivo, soprattutto spostandosi verso nord e verso est; sia la maggior parte dei fiumi che dei porti marittimi sono gelati d’inverno.

 

Russia, un Paese abituato ad anticipare gli eventi

Queste caratteristiche morfologiche hanno determinato alcune costanti nella storia russa: in prima battuta, stiamo parlando di un Paese che ha rischiato, in molteplici situazioni, di essere annichilito o di scivolare nell’irrilevanza, risultando a più riprese vittima di invasioni provenienti da est, da parte dei Mongoli, fino al XV secolo, di ribellioni da parte di Tatari e Cosacchi fino a due secoli dopo, e da potenze europee fino alla Seconda Guerra Mondiale. In tutti questi casi ha reagito o anticipato gli eventi spostando i suoi confini e annettendo territori: la minaccia orientale è stata scongiurata con la conquista della Siberia, iniziata da Ivan il Terribile e conclusasi nel XV secolo; le regioni meridionali continuano a essere un problema, da dopo la guerra russo-turca del 1768-1774, con la conquista del Caucaso, ma non tale da minacciare la sopravvivenza dello Stato; il versante occidentale è però la parte della Russia i cui confini si sono ripetutamente espansi e ristretti nel tempo, e i cui Paesi sono passati da alleati ad acerrimi nemici con incredibile velocità.

 

Russia's President Putin walks with a rifle in southern Siberia's Tuva region

(Vladimir Putin) 

 

Questa politica ha reso necessario mantenere un esercito terrestre numeroso e ben addestrato, pronto a difendere i confini, estenderli e dissuadere chiunque dal violarli, oltre a trasportare enormi quantità, cibo e risorse per distanze enormi, a seconda delle necessità strategiche, nonché masse sterminate di persone, inviate nei territori conquistati per sfruttarne le risorse minerarie se disabitati o a costruire avamposti, oppure a controllare popolazioni sottomesse in altre regioni remote per scongiurare rischi di ribellione.

 

La Russia ha cominciato a costruire una marina militare molto tardi, sotto Pietro il Grande, nel 1696, e a differenza di tutte le altre potenze europee non ha mai avuto un impero coloniale, se per esso si intende il controllo di territori oltremare, il che è comprensibile se si pensa che praticamente tutte le risorse che possano essere necessarie sono già presenti sul territorio sovrano. Si tratta perciò di una potenza sostanzialmente terrestre: la stessa marina militare, pur necessaria a una qualsiasi potenza, non è pensata per controllare rotte marittime, ma per essere di supporto alle operazioni terrestri o come strumento di deterrenza, e per questo motivo la Russia ha sempre avuto, d’altra parte, uno degli eserciti più numerosi d’Europa. Ciononostante, la presenza nel Baltico e nel Mar Nero sono comunque pilastri irrinunciabili per la potenza politica e in ultima analisi per la sicurezza nazionale russa.

 

La natura di potenza terrestre della Russia si rivela drammaticamente anche nel fatto che quasi tutte le vittime sovietiche, sia militari che civili, sono morte nella loro stessa terra, o in terre poco distanti, mentre la quasi totalità delle vittime americane erano militari e sono morte lontano da casa; è pure enorme il numero delle vittime nell’ultima guerra, pari a circa 27 milioni, intorno al 14% della popolazione sovietica e più di un terzo dei morti totali della guerra, senza contare feriti, invalidi e danni enormi alle infrastrutture; situazioni analoghe si erano verificate in passato.

 

Queste esperienze pesano a lungo nella memoria di un popolo: la certezza che nessuna potenza europea di un certo rilievo possa prendere il controllo delle regioni orientali è e rimarrà una priorità strategica per chiunque sia a capo della Russia.

 

USA, dal Nord America alla conquista del mondo

Gli Stati Uniti d’America, nella loro evoluzione storica, presentano caratteristiche spiccatamente diverse. Nati da una costola dell’Impero Britannico per una serie di rivendicazioni di tipo economico e fiscale, gli stati fondatori furono costretti dalla guerra del 1812 e dalle guerre contro i pirati nordafricani ad accettare, sia pure con riluttanza, di contribuire economicamente alla creazione di forze armate più robuste per tutelare le rotte marittime. La successiva storia americana è caratterizzata da un movimento verso ovest, dove un clima temperato e l’abbondanza di fiumi permettevano lo sviluppo di un’agricoltura redditizia; in parte l’espansione a est provocò lo sterminio di molte tribù indiane fino a renderle tutte irrilevanti, ma in molti casi si può parlare di genocidio in parte involontario, dal momento che molte delle vittime morirono per i bacilli importati dai colonizzatori europei.

 

Obama signs a resolution to grant the Congressional Gold Medal to the 'foot soldiers' who participated in the 1965 Bloody Sunday voting rights march in Selma, Alabama, aboard Air Force One

(Barack Obama)

 

Per colonizzare queste aree sterminate furono invitati immigrati provenienti da tutti i Paesi europei, allettati da prospettive di guadagno migliori: per questo motivo, la “ricerca della felicità” è uno dei diritti costituzionali americani, e garantire condizioni di vita agiate rispetto agli standard del tempo è sempre stato una priorità. Da contraltare, va detto, ci sarà l’impiego massiccio di schiavi importati dall’Africa occidentale, esclusi per definizione dall’esercizio di ogni diritto.

 

Il passo decisivo che creò le premesse per la creazione di una grande potenza fu la guerra contro il Messico del 1846-48, innescata dalla dichiarazione d’indipendenza del Texas, prontamente riconosciuta dal governo americano, alla quale fece seguito l’annessione dello stato, presto seguito da quelli che adesso sono New Mexico, Colorado, Arizona, Utah, Nevada e California. La vittoria americana stabilì una volta per tutte chi dovesse essere l’indiscussa potenza del Nord America, e da quel momento il territorio ufficialmente appartenente agli USA non ha subito cambiamenti di rilievo. Il nuovo Stato si trovava ad avere lo sbocco su due oceani ed era protetto a sud dal Messico da un esteso deserto, mentre il Canada non sarebbe mai stato un problema.

 

La prospettiva di un attacco sul proprio territorio non si è praticamente mai verificata in tutta la storia americana da quel momento in poi. La guerra civile del 1861-65 è l’ultima grande prova per la neonata repubblica federale: l’unità del Paese ne esce riconfermata definitivamente, sia pure a prezzo di più di 700.000 morti.

 

Nei decenni successivi, gli USA si affermano come una potenza matura e affiancano con successo Gran Bretagna e Russia nella Prima Guerra Mondiale, per impedire che una Germania egemone metta a rischio la loro sicurezza commerciale. Con la seconda guerra mondiale, gli USA arrivano a costruire una marina militare che permette loro il totale dominio dei mari e il controllo strategico di Europa Settentrionale e buona parte del Sud est Asiatico: da quel momento in avanti, la marina militare americana, per tonnellaggio, supera le successive tredici marine militari sommate. Nel dopoguerra, gli USA sono impegnati in una serie di azioni militari lontano dai propri confini, e la dottrina militare americana prevede la capacità di rispondere in tempi brevissimi a crisi che possono verificarsi in qualsiasi parte del mondo.

 

Gli equilibri energetici

Per quanto gli USA, da un punto di vista puramente militare, sono al sicuro, devono però affrontare un problema inedito; se all’inizio della loro storia il problema dell’approvvigionamento delle risorse non si poneva, dal momento che il loro territorio conteneva tutto quello di cui avevano bisogno, questo fatto ha promosso uno sviluppo industriale incredibilmente energivoro. Come risultato, gli USA consumano un quarto dell’elettricità prodotta nel mondo (l’Unione Europea, con un PIL simile ma una popolazione nettamente superiore, ne consuma il 15%), e più di un quinto del greggio prodotto nel pianeta: pur essendo uno dei primi produttori di petrolio dopo l’Arabia Saudita, sono anche il primo importatore netto al mondo, mentre la Russia è il secondo esportatore dopo l’Arabia Saudita.

 

Senza titolo1

 

La situazione fa ben poco sperare per il futuro: le riserve provate di greggio, negli USA, sono rimaste pressoché costanti, mentre le attività esplorative condotte in Russia hanno più che triplicato il valore stimato del 1960, che era di poco inferiore a quello statunitense.

 

Senza titolo2

 

USA e Russia oggi

Sulla base delle ideologie, dal punto di vista americano si potrebbe accusare la Russia di essere un Paese aggressivo e per niente rispettoso dei confini degli altri Stati, storicamente arretrato per quanto riguarda diritti umani e libertà di iniziativa economica e legato a una visione obsoleta della Storia, basata sul concetto di sfere di influenza. La Russia potrebbe ribattere che l’ideologia che permea gli USA è ancora più aggressiva, dal momento che le azioni militari americane sono state maggiori e volte alla rapina di ricchezze di altri Paesi, e che essi non si sono mai fatti carico delle conseguenze delle loro azioni militari (ad esempio, i cittadini iracheni non godono automaticamente del diritto di asilo negli USA).

 

Allo stesso modo, dopo il crollo dell’URSS, la Russia non ha mai giustificato l’intervento militare con l’imposizione dei propri valori civili ad altre nazioni, ma solo con la tutela della propria sicurezza; potrebbe anche rimproverare agli USA l’ipocrisia di queste affermazioni, sottolineando come in realtà gli USA hanno sostenuto spietate dittature e continuano a farlo adesso. Infine, un russo potrebbe osservare che una volta annessi nuovi territori, i loro cittadini diventavano cittadini a tutti gli effetti: ad esempio Stalin era georgiano e Chruscev ucraino. Questo non può dirsi per gli abitanti dei Paesi sotto occupazione militare americana.

 

Gli obiettivi comuni di Mosca e Washington

Tutte queste accuse reciproche sono anche fondate, ma tutto sommato sterili. Se guardiamo agli interessi strategici in gioco, però, notiamo dei punti in comune. In primo luogo, né la Russia né gli USA hanno interesse a che l’Europa unifichi la sua potenza economica, politica e militare: questo comporterebbe l’ascesa di un pericoloso rivale per gli americani e una minaccia alla stessa esistenza della Russia. In secondo luogo, la Russia non potrà e non vorrà mai essere una potenza navale tale da rivaleggiare con gli americani, anche perché ne ha molto meno bisogno; viceversa, gli Stati Uniti da soli non saranno mai in grado di montare un attacco terrestre con il quale attentare alla sicurezza di Mosca.

 

Still image taken from video of a man purported to be the reclusive leader of the militant Islamic State Abu Bakr al-Baghdadi making what would be his first public appearance at a mosque in Mosul

(Il califfo Abu Bakr Al Baghdadi, nemico comune di Russia e USA) 

 

Infine, sia la Russia che gli Stati Uniti hanno l’interesse a stroncare il terrorismo islamista; esso è stato uno dei fattori che hanno costretto Mosca a intervenire in Cecenia ed è stato responsabile dell’attacco più sanguinoso mai compiuto sul suolo americano che, per quanto il numero delle vittime sia esiguo in termini assoluti, ha lasciato tracce durevoli nella psicologia di un popolo che si credeva invulnerabile. Nel corso della loro storia, nonostante le relazioni russo-americane siano state caratterizzate da diffidenza, quando non da aperta ostilità almeno a partire dalla rivoluzione del 1917, i due Paesi si sono trovati a combattere dalla stessa parte in due guerre mondiali, e la Guerra Fredda è stata, per l’appunto, “fredda”, senza quasi mai sfociare in scontri diretti.

 

La Russia ha visto uno dei suoi ciclici tracolli con il collasso dell’Unione Sovietica, e Eltsin è visto da alcuni come il suo responsabile, mentre altri ritengono che proprio grazie alle sue azioni si sia evitata una guerra civile. In generale l’opinione pubblica russa è divisa tra chi rimpiange l’URSS e chi preferisce la maggiore libertà dell’epoca presente, ma nessuno rimpiange l’era Eltsin. Tuttavia, Putin conosce bene la storia del suo Paese, e sa benissimo che la sicurezza di ogni Stato, ma in particolare della Russia, non può essere garantita una volta per tutte: la sua politica ha avuto come priorità il mantenimento dell’accesso al Baltico e al mar Nero, e l’opposizione a ulteriori allargamenti della NATO, come si può notare nei brevi ma efficaci interventi in Ucraina e Georgia. Si è però mostrato prudente, evitando di dichiarare guerra all’Ucraina per imporre un governo meno ostile, perché questo avrebbe significato farsi carico di un Paese economicamente disastrato, rischiando quella sovra-estensione che aveva già portato al collasso dell’URSS. Come ha acutamente osservato Putin, interpretando correttamente il punto di vista del suo popolo, “Chi non piange per la dissoluzione dell’Unione Sovietica è senza cuore; ma chi pensa di poterla ricostruire adesso è senza cervello”.

 

Gli errori in politica estera di Obama

Ma mentre la logica delle sfere di influenza, nonostante ciò che ne dicano gli americani, non è affatto obsoleta (purché opportunamente dosata) ma piuttosto centrale per un Paese come la Russia – separato da potenze come Francia e Germania da una moltitudine di Stati più deboli e da nessuna barriera geografica – e Putin sembra interpretarla in modo rapportato all’attuale potenza russa, la dottrina strategica americana risulta ondivaga e incerta. Se Bush aveva cercato di giocare d’anticipo, sfruttando la finestra di opportunità in cui gli USA non avevano alcun serio sfidante occupando Iraq e Afghanistan, l’attuale amministrazione americana non ha voluto proseguire sulla stessa linea ma neanche ha saputo rimediare alle conseguenze della dottrina Bush.

 

U.S. President Obama and former President Bush attend a memorial for the victims of the 1998 U.S. Embassy bombing in Dar es Salaam

(Obama insieme al suo predecessore G.W. Bush) 

 

L’Iraq, soprattutto dopo il ritiro americano, è una via di mezzo tra uno Stato fallito e un satellite dell’Iran, altro rivale nella regione; mentre il nord è dominato dallo Stato Islamico, che controlla anche parte della Siria. Il riavvicinamento con l’Iran è avvenuto proprio nel momento in cui i suoi interessi strategici iniziano a scontrarsi con quelli di molti alleati nella regione, come Turchia, Arabia Saudita e Paesi del Golfo.

 

Israele, storico alleato degli USA, manifesta crescente sfiducia nell’aiuto americano e guarda con sempre più attenzione alla Russia, terra di origine di molti suoi cittadini. Al contrario, Putin, che pure opera in condizioni sfavorevoli a causa del prezzo del petrolio ai minimi storici e, in misura minore, alle sanzioni europee, ha ottenuto con notevole economia di mezzi tutti gli obiettivi politici che si era prefissato: il progetto di scudo spaziale nell’Europa dell’Est si è arrestato, i Paesi del Caucaso hanno abbandonato ogni velleità di entrare nell’alleanza atlantica, le basi navali nel mar Nero sono saldamente sotto il controllo russo, con l’annessione della Crimea (probabilmente pianificata in anticipo). Inoltre, l’influenza americana nel Medio Oriente è ai minimi storici e quella russa è in continua crescita.

 

È ragionevole aspettarsi che Putin non voglia impiegare massicce risorse militari ed economiche nella regione, ma che voglia sfruttare questa finestra di opportunità per condizionare le scelte strategiche americane.

 

Germania e Cina, convitati di pietra

In conclusione, USA e Russia non sono in grado di cooperare a livello economico, non hanno motivi per competere l’uno con l’altro, e neanche costituiscono una reciproca minaccia a livello militare. Lo scontro diplomatico attuale è da addebitarsi più a errate decisioni americane che russe, ma non si basa su interessi nazionali inconciliabili.

 

Sui calcoli strategici russi e americani pesano, però, due convitati di pietra: la Germania e la Cina. La Germania, dopo la sconfitta dell’ultima guerra, ha adottato un basso profilo, ma i suoi interessi strategici sono gli stessi: si tratta di una potenza che esporta il 50% della ricchezza che produce, di cui il 25% nell’Unione Europea, per cui la prospettiva, tutt’altro che remota, di una dissoluzione della zona di libero scambio sarebbe uno scenario traumatico. Situata come è nel centro dell’Europa, la Germania, in caso di crisi, deve attaccare per prima per evitare uno scontro su due fronti; non è da escludersi che, in caso di fallimento dei progetti di una pacifica unificazione europea, Berlino sia costretta in futuro ad assumere un atteggiamento più aggressivo, minacciando gli interessi sia russi che americani.

 

Chinese President Xi Jinping talks with Russian President Vladimir Putin during the military parade marking the 70th anniversary of the end of World War Two, in Beijing

(Putin ospite a Pechino del presidente cinese Xi Jinping) 

 

Il caso della Cina è più complesso: in primo luogo, la Cina sia accinge a essere la potenza marittima dominante del sud-est asiatico, come già tentò di fare il Giappone, e questa è una minaccia oggettiva per gli interessi americani nella regione. Per la Russia, la situazione è diversa: per quanto la presenza di una superpotenza ai suoi confini sia fonte di preoccupazione, bisogna sottolineare che i giacimenti di gas e di petrolio russi si trovano ben lontano dai confini con la Cina, come pure i centri economici. Lo sviluppo economico e le condizioni geografiche non possono che spingere la Cina a potenziare le sue forze navali e a ricoprire l’inedito ruolo di potenza marittima, il che minaccerebbe gli interessi russi in misura trascurabile.

 

Per questo motivo, se la strategia americana ha come obiettivo quello di disarticolare un asse russo-europeo, sul lungo termine questo presenterà dei rischi: soprattutto quello di consolidare un’alleanza tra Cina e Russia che obbligherebbe gli USA a una guerra su due fronti, dalla quale non è garantito che potrebbe uscirne vincitrice. Gli USA hanno una supremazia economica inferiore a quella che avevano nell’ultima guerra, l’Europa è militarmente e politicamente irrilevante e la Cina ha una popolazione dieci volte superiore a quella giapponese. In tali condizioni, non è scontato che gli americani abbiano la possibilità di scegliere la tempistica ottimale per un intervento, come già fecero nei due precedenti conflitti mondiali, e rischierebbero di logorare le sue forze agendo troppo presto o di intervenire quando la partita è ormai conclusa.