SIRIA -

È iniziata la grande battaglia per Aleppo. Se la seconda più grande città siriana dovesse cadere in mano ai ribelli, per il regime potrebbe essere la sconfitta che cancella definitivamente le speranze di riacciuffare la Siria

A rebel fighter gestures as he shoots his weapon during clashes with forces loyal to Syria's President Bashar al-Assad on the frontline of Aleppo's Sheikh Saeed neighbourhood

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di Luciano Tirinnanzi

Una coalizione di ribelli ha iniziato grandi manovre militari all’interno di Aleppo, per strappare al regime siriano quella porzione della città che ancora non controllano. Centinaia di razzi e missili sono piovuti stanotte nella parte occidentale della città, intorno a Jamiyat al-Zahra, una delle aree ancora controllate dal governo di Damasco, in un attacco che viene descritto multilaterale e coordinato, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, una delle fonti solitamente più attendibili in Siria (anche se ha sede a Londra).

 

Jamiyat al Zahra è la porta d’ingresso di nord-ovest alla città, e da tempo costituisce un fronte importante nella battaglia per Aleppo, poiché i bombardamenti dell’esercito sulle aree residenziali provengono per la maggior parte da lì. Il quartiere, infatti, è inurbato nel più grande distretto di Salaheddine, dove resistono numerosi compound delle forze armate fedeli al regime. Qui si trova anche l’Accademia Militare Al Assad e lungo questa direttrice si sono assestate le difese e le prime linee dell’esercito. Se i ribelli dovessero sfondare, i soldati che difendono la zona potrebbero restare intrappolati, considerato soprattutto il fatto che le forze ribelli puntano a tagliare le loro linee di rifornimento e che ormai controllano la gran parte del territorio che circonda Aleppo: a ovest sono presenti il Free Syrian Army e Jabhat Al Nusra e ad est si trova lo Stato Islamico.

 

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Contemporaneamente, il rumore d’intensi colpi d’artiglieria ed esplosioni è risuonato anche a nord della cittadina siriana Azaz, lungo la dorsale che va verso la città turca di Kilis, a circa 50 chilometri dal confine siriano. La zona, secondo alcune fonti, sarebbe stata teatro di scontri tra Stato Islamico e ribelli, ma è possibile che la notizia sia infondata e che a scontrarsi siano stati invece gli uomini del Califfo contro le forze curde, come ormai avviene da settimane lungo tutta la frontiera.

 

La strategia militare della Turchia

Il confine turco-siriano è, infatti, uno dei fronti più caldi della guerra. Qui le milizie curde dello YPG (Forze di Difesa del Popolo curdo) intendono creare uno corridoio che, attraversando Iraq e Siria, costituisca un riparo sicuro per la popolazione curda. Non a caso, i curdi hanno combattuto duramente per tenere Kobane e anche Tal Abyad, importante valico di frontiera (dove ancora si combatte) in direzione di Raqqa, capitale dello Stato Islamico. Lo Stato Islamico controlla anche il valico frontaliero di Jarabulus, ma non quelli più a occidente di Bab al Hawa e Bab al- Salam, in mano ai ribelli.

 

Anche per questo, nelle ultime ore si è parlato di un possibile intervento delle Turchia nel conflitto, volto a evitare ai curdi di impadronirsi di un’area sensibile per gli interessi di Ankara. Due unità di terra dell’esercito turco sarebbero, infatti, partite da Urfa e Gaziantep raggiungendo Kilis, sotto la guida del generale Adem Huduti. Obiettivo: mettere in sicurezza i due valichi di confine di Bab al Hawa e Bab al Salam (rispettivamente Cilevgozu e Oncupinar, sul lato turco). Ma c’è chi ritiene che i turchi potrebbero spingersi fino alla città di Marea, a nord di Aleppo. L’obiettivo sarebbe la creazione di una “buffer zone”, una zona cuscinetto volta a impedire destabilizzazioni di qualsiasi genere.

 

Lo spettro di un futuro diviso per la Siria

Considerato ciò e osservando la mappa a chiazze della Siria, se ne deduce che Aleppo è quasi isolata e che qui il regime siriano non ha grandi spazi di manovra, potendo muoversi solo con l’aviazione e garantendo le linee di rifornimento all’esercito solo grazie all’autostrada che conduce a Damasco attraverso Hama e Homs, ancora sotto il controllo del regime, seppure con non poche difficoltà e ripetuti attacchi a danno dei soldati regolari.

 

A billboard depicting Syria's President Bashar al-Assad is seen in the old city of Homs

 

Aleppo rischia dunque un assedio prolungato, che potrebbe portare prima o poi alla sua capitolazione. Il che determinerebbe un cambio di passo nella guerra, lasciando agli uomini di Assad margini di manovra strettissimi e il controllo solo su quelle aree che ormai vengono chiamate già Alawitestan, ovvero la fascia occidentale della Siria che corrisponde più o meno alla porzione di territorio che, partendo da sud, si snoda lungo l’area di confine con il Libano, fino a tutta la zona costiera che affaccia sul Mediterraneo e che a nord arriva fino al confine con la Turchia (esclusa Aleppo, appunto).

 

Non a caso, l’esercito siriano da settimane si sta lentamente ritirando per proteggere le grandi città in cui si trova la maggior parte della popolazione di confessione sciita-alawita, ovvero la gente del presidente Bashar Al Assad. Una fonte interna al governo di Damasco ha affermato testuale lo scorso maggio: “La divisione della Siria è ormai un fatto inevitabile. Il regime vuole controllare la costa, le due città centrali di Hama e Homs e la capitale Damasco. Le linee rosse per le autorità sono oggi l’autostrada Damasco-Beirut e l’autostrada Damasco-Homs, così come la costa con le città di Latakia e Tartus”.

 

Chi combatte dentro Aleppo?

Circa la paternità degli attacchi ad Aleppo, va fatta un po’ di chiarezza. Le fonti affermano che l’offensiva è coordinata non dallo Stato Islamico ma da una coalizione di forze ribelli, in cui sono confluiti temporaneamente anche la brigata salafita di Ahrar al Sham e i qaedisti di Jabhat Al Nusra. Queste due realtà rappresentano le forze più temibili e fanatiche in campo, e ciò vale tanto per il regime di Damasco quanto per i ribelli del Free Syrian Army. Quest’ultimo, invece, è un insieme di fazioni laiche e moderate in lotta contro Assad sin dal 2011, che comprende al suo interno ex personale delle forze armate e milizie volontarie che da sempre si oppongono alla politica del regime.

 

Ciò nonostante, già da tempo le lotte intestine nel fronte dei ribelli in Siria hanno creato una spaccatura sempre più profonda tra il Free Syrian Army e i gruppi filo-qaedisti, che hanno progressivamente preso il sopravvento nelle azioni militari. Con l’avanzata dello Stato Islamico, inoltre, il gruppo di Al Baghdadi ha drenato sempre più risorse ai ribelli, grazie alla sua brutalità, alle rappresaglie nei confronti di chi non si allinea e grazie anche agli stipendi, che arrivano con maggiore regolarità.

A man reacts as he runs at a site hit by what activists said was a barrel bomb dropped by forces loyal to Syria's President Bashar al-Assad, followed by shelling at a bus station in Jisr al-Hajj roundabout in Aleppo

 

Così, in particolare tra il 2014 e il 2105 l’avanzata dell’ISIS in Siria e Iraq ha spinto numerosi battaglioni ribelli a cambiare uniforme e a vestire le casacche nere dello Stato Islamico (è il caso, ad esempio, delle brigate Ahl Al Athar, Ibin al-Qa’im e Aisha). Il che è valso in parte anche per il Fronte al-Nusra. Dopo che lo Stato Islamico aveva unilateralmente dichiarato l’assorbimento di Jabhat al-Nusra nelle fila del proprio esercito, il loro capo Abu Mohammed al-Julani aveva inizialmente respinto l’ipotesi di una fusione tra i gruppi e continuato a combattere l’ISIS. Ma dopo che numero uno di Al Qaeda, Ayman Al Zawahiri – il medico egiziano che ha ereditato dalle mani dello stesso Osama Bin Laden la leadership – ha dichiarato lo scioglimento dell’internazionale del terrore, il via libera alla fusione è divenuto realtà.

 

Se Al Nusra prima osteggiava lo Stato Islamico per la concorrenza diretta nel primato della jihad e per la differente visione circa la corretta applicazione della Sharia nel mondo islamico, oggi la concretezza e la convenienza tipiche dei tempi di guerra hanno infine convinto il gruppo di Al Julani a collaborare con ISIS, se non altro per convergenza d’interessi. Perciò, se Al Nusra dovesse prendere Aleppo, l’ISIS ne guadagnerebbe e non starebbe certo a guardare.

 

Da notare, che tanto Abu Muhammad Al Julani quanto il primo leader dello Stato Islamico, Abu Musab Al Zarqawi, erano entrambi membri di Al Qaeda in Iraq (AQI), da cui poi è originato il Califfato attuale. In questo modo, Stato Islamico e Jabhat Al Nusra hanno potuto crescere e proliferare nelle rispettive aree d’influenza, inglobando giorno dopo giorno le numerosissime sigle minori del jihadismo salafita, che imperversano su un territorio vastissimo alimentando il caos e l’anarchia.

 

@luciotirinnanzi

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