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Perché gli Stati Uniti hanno deciso di colpire l’esercito siriano dal Mediterraneo? Mosca era stata avvertita? Cosa aspettarsi dopo questa prova di forza di Trump? Intervista all’analista militare Franco Iacch

SIRIA ATTACCO USA

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di Rocco Bellantone

Cinquantanove missili Tomahawk contro la base aerea siriana di Al Shayrat per far capire ad Assad che gli Stati Uniti non tollereranno più altri attacchi chimici. Ma, soprattutto, una prova muscolare a “uso interno”, con cui il presidente americano Donald Trump risponde a chi lo ha accusato in questi mesi di non avere né la capacità di guidare il paese, né di possedere una strategia in politica estera. Saranno le prossime settimane a dire qual è stata la portata del bombardamento lampo sferrato questa notte dai cacciatorpediniere USA contro l’esercito siriano. In attesa di sviluppi Lookout News ha inquadrato questo attacco dal punto di vista tattico militare con Franco Iacch, analista dell’ISAG (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliari) e collaboratore de Il Giornale.

 

Partiamo da una ricostruzione di questo attacco missilistico. Cosa è successo alle 4.40 (ora siriana) di questa notte?

Gli Usa hanno lanciato 59 missili Tomahawk contro la base aerea siriana di Al Shayrat, situata circa 25 miglia a sud rispetto a Homs. È una rappresaglia in risposta al presunto attacco chimico effettuato dall’esercito siriano a Khan Sheikhoun (in provincia di Idlib, ndr) lo scorso 4 aprile. I missili sono stati lanciati dai cacciatorpediniere Porter e Ross. Si tratta di due cacciatorpediniere missilistici classe “Arleigh Burke-class” di stanza a Rota, in Spagna.

 

Che tipo di missili sono i Tomahawk?

Rappresentano la colonna portante dei sistemi d’arma di proiezione degli Stati Uniti fin dalla Guerra del Golfo del 1991. Il loro ultimo utilizzo risale all’ottobre scorso, quando tre di questi missili vennero lanciati contro postazioni dei ribelli Houthi nel sud dello Yemen sul Mar Rosso. I Tomahawk hanno una testata di circa mille chili, hanno la capacità di colpire bersagli a circa mille miglia di distanza, ma soprattutto rappresentano un sistema d’arma tatticamente privilegiato per il Pentagono perché “politicamente corretto”. La rotta via mare scelta dagli Stati Uniti per questo attacco non ha richiesto infatti l’autorizzazione di un paese terzo, a differenza di un corridoio aereo che invece deve essere sempre autorizzato. Ecco perché gli USA non hanno effettuato i bombardamenti utilizzando i caccia di cui dispongono nella base NATO di Incirlik, in Turchia. Questa operazione avrebbe dovuto richiedere l’esplicito consenso di Ankara. Lo stesso sarebbe valso per tutti gli altri Paesi del Medio Oriente da cui gli USA sono nelle condizioni di attaccare. È per questo motivo che gli USA hanno scelto il Mediterraneo.

 

SIRIA MISSILI USA

 

Le navi utilizzate sono state solo i cacciatorpediniere Porter e Ross?

Il Pentagono ha confermato esclusivamente l’uso di questi due incrociatori. In realtà, però, per raggio di fuoco e per velocità di esecuzione l’attacco potrebbe essere stato portato simultaneamente anche da due sottomarini. Per protocollo non si comunica mai l’esatta posizione di un sottomarino quando è in immersione, altrimenti verrebbe meno la sua componente strategica. La presenza di altre unità in questa offensiva, compreso un B-52 in volo, potrebbe dunque essere credibile.

 

In questo momento qual è la forza militare di cui gli USA dispongono nel Mediterraneo?

Nel Mediterraneo gli USA dispiegano il 24° MEU (Marine Expeditionary Unit), flotta composta da circa dieci navi con compiti di pattugliamento. Nel Golfo Persico c’è invece la portaerei USS George H. W. Bush. In totale, tra il Mediterraneo e il Golfo Persico ci potrebbero essere fino a cinque sottomarini d’attacco.

 

Mosca è stata preventivamente informata di questo attacco dagli Stati Uniti?

Come confermato da Jeff Davis, portavoce del Pentagono, Mosca è stata informata preventivamente dell’azione in base ai parametri di de-confliction messi in atto dopo l’abbattimento di un Sukhoi russo da parte della Turchia nel novembre del 2015. I russi sono stati avvisati per minimizzare i rischi del personale siriano presente nella base area di Al Shayrat e per annullare i rischi per il personale consulente russo che opera nella struttura. Nelle sue due principali basi militari in Siria, la Hmeimim Air Base a sud-est di Latakia e quella nei pressi di Tartus, i russi hanno schierati sistemi radar e, da più di un anno, sistemi di difesa missilistici S-300 ed S-400. Quest’ultimo ha un raggio d’azione di 400 km. Che Mosca abbia monitorato il lancio missilistico americano è dunque un dato inconfutabile.

 

U.S. Navy guided-missile destroyer USS Porter (DDG 78) conducts strike operations while in the Mediterranean Sea(Il cacciatorpediniere Porter usato dagli USA per il lancio dei missili contro la base siriana)

 

Dunque la Russia è stata avvisata ma non è intervenuta?

Sì. La decisione degli USA di effettuare il lancio via mare è stata molto furba perché ha implicitamente esposto Mosca nei confronti di Damasco. I siriani non possono non riconoscere che i missili lanciati dagli USA sono stati monitorati dalla Russia. E adesso si chiedono: «perché se li avete monitorati non siete intervenuti?».

 

È possibile quantificare il bilancio dei danni, in termini di vite umane e mezzi, provocato all’esercito siriano dagli USA con questo attacco?

Il Pentagono ha affermato di non sapere se nella base siriana di Al Shayrat nel momento in cui hanno effettuato i bombardamenti fossero presenti armi chimiche. Il Pentagono dice invece di essere certo che in passato l’esercito siriano ha custodito negli hangar di questa base armi chimiche, e presume che sia stato lanciato da qui l’attacco del 4 aprile su Khan Sheikhoun. Probabilmente Mosca, una volta avvertita dagli USA, ha comunicato alla Siria di ridurre il più possibile le forze presenti nella base per limitare le perdite. Dobbiamo attendere le prime immagini satellitari per essere certi dell’entità dei danni. Dalle prime stime si può però affermare che diversi mezzi presenti nella base, compresi degli aerei alcuni dei quali sono però vetusti perché di epoca sovietica, sono stati colpiti.

 

Al Shayrat (Khan Sheikhoun: l’area dell’attacco chimico effettuato dall’aviazione siriana il 4 aprile 2017)  

 

Ha senso tracciare un parallelismo tra questo attacco missilistico e i raid aerei con cui nel 2011 gli USA spianarono la strada a Francia e Regno Unito per invadere la Libia di Gheddafi?

In Libia gli obiettivi colpiti furono diversi. In Siria, invece, è stato colpito un solo bersaglio proprio perché lo scopo è stato quello di recidere alla giugulare le capacità di proiezione e di stoccaggio della base di Al Shayrat.

 

Cosa è realistico aspettarsi dopo questo attacco?

Il Pentagono non prevede un’operazione successiva. È vero che in Siria sono presenti reparti speciali americani, ma un’invasione sul terreno è un’altra cosa. In Siria insieme agli USA partecipano alla guerra altri paesi – russi, iraniani, turchi – ognuno dei quali persegue specifici obiettivi. Sebbene ci sia una risoluzione ONU che condanna l’attacco chimico dell’esercito siriano, non c’è una risoluzione a favore dell’intervento militare americano in Siria. Escludo per il momento un’escalation. Si tratta di un episodio isolato che va piuttosto analizzato come un atto di dimostrazione politica da parte del presidente Trump. Ciò vale sia a livello interno che a livello internazionale, mi riferisco soprattutto a Iran e Corea del Nord. Con questa mossa Trump, che a parole ha sempre mostrato l’intenzione di volersi avvicinare alla Russia, ha fugato ogni dubbio: è un presidente che decide autonomamente.