SIRIA -

Nell’insieme, i vertici di Vienna e Antalya potrebbero non portare alle soluzioni attese dopo gli attentati nella capitale francese. Il nodo sulla crisi siriana resta la posizione di Bashar Assad

U.S. President Obama talks with Russian President Putin prior to opening session of G20 in Antalya

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di Rocco Bellantone

@RoccoBellantone

Nelle stesse ore in cui la Francia ha intensificato i raid aerei su Raqqa e un militante dell’ISIS si è fatto saltare in aria nel sud-est della Turchia, nella città turca di Antalya i leader del G20 hanno provato ad accelerare i tempi per convergere su un piano condiviso in grado di risolvere la crisi siriana. In apertura del vertice ad accaparrarsi i titoli delle agenzie di stampa sono state soprattutto le dichiarazioni del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, che ha chiesto che “dopo Parigi il G20 non sia solo un altro summit”, e del padrone di casa Recep Tayyip Erdogan, il quale ha ribadito la necessità di lavorare su “una piattaforma comune per combattere il terrorismo internazionale”.

 

I 9 punti del documento

Le attese erano però concentrate sul documento condiviso che i rappresentanti dei Paesi membri hanno firmato poco fa per esprimere una ferma condanna verso gli attacchi di Parigi e avviare una nuova e più determinata azione di contrasto al terrorismo. I 9 punti dell’intesa prevedono una maggiore condivisione di informazioni tra i servizi segreti, un monitoraggio più efficace dei confini che separano principalmente Turchia e Siria per impedire l’arrivo e il rientro in Europa di foreign fighters, controlli capillari nel settore dell’aviazione e una cooperazione decisa per fermare i finanziamenti che alcuni Paesi – in primis le monarchie del Golfo e la stessa Turchia – continuano a destinare ai gruppi jihadisti.

 

L’obiettivo, si legge nel punto 6 del documento, è privare il terrorismo dei “canali di finanziamento, in particolare attraverso il blocco di beni e l’interscambio di informazioni tra Paesi. Il sequestro dei finanziamenti a questi destinati va perseguito implementando le misure necessarie all’attuazione del FATF (Finanzial Action Task Force)”. Particolare attenzione è posta inoltre nel punto 7 al contrasto alla propaganda terroristica attraverso un utilizzo più strutturato degli strumenti del controspionaggio informatico.

 

Il faccia a faccia tra Obama e Putin 

Se questo G20 segnerà un cambio di passo dipenderà però principalmente dal faccia a faccia tra Barack Obama e Vladimir Putin. I due si sono parlati a margine del vertice per circa 35 minuti. Al termine dell’incontro la Casa Bianca ha diramato una nota parlando di una “discussione costruttiva” ed esprimendo un apprezzamento formale per gli sforzi militari della Russia in chiave anti-ISIS. Washington e Mosca sembrano dunque intenzionate a tenere fede ai punti stabiliti al summit sulla Siria tenutosi a Vienna il 14 novembre. Ma si tratta di una road map incompleta: c’è infatti l’accordo su una fase di transizione politica monitorata dalle Nazioni Unite, con l’inizio delle trattative tra Damasco e le opposizioni a partire dal primo gennaio, e sull’imposizione di un coprifuoco, ma resta l’ostacolo del ruolo che avrà il presidente Bashar Assad nel futuro della Siria. Cavalcata l’onda emotiva di Parigi, i vertici di Vienna e Antalya potrebbero pertanto essere archiviati senza che i leader della comunità internazionale arrivino a delle soluzioni concrete per fermare il conflitto in Siria.

 

View shows French and European Union and flags, fitted with black ribbons, during a minute of silence in memory of the victims of Paris attacks, at the Group of 20 (G20) leaders summit in the Mediterranean resort city of Antalya

 

I raid francesi su Raqqa

Al netto di questi timidi segnali diplomatici, resta la prima reazione del governo francese dopo la strage di Parigi. Una reazione forte, che però in mancanza di una strategia – invocata ad Antalya dal premier italiano Matteo Renzi – rischia di non produrre alcun risultato tangibile sul medio-lungo termine in Siria.

 

Nella serata di domenica 15 novembre un’abbondante mezz’ora di fuoco, tra le 19:50 e le 20:25, è stata scaricata su Raqqa, capitale dello Stato Islamico in Siria. L’operazione ha visto coinvolti in due incursioni aeree simultanee dodici aerei dell’aviazione transalpina, tra cui dieci caccia, decollati da basi situate negli Emirati Arabi Uniti e in Giordania.

 

Sulla città, situata nella parte nord-orientale della Siria, sono state sganciate venti bombe. Gli obiettivi colpiti, come specificato dal ministro della Difesa Le Drian, erano stati identificati in precedenza nel corso di missioni di ricognizione condotte dall’aeronautica militare francese. Si tratta di un’area che veniva utilizzata da ISIS come posto di comando, centro di reclutamento di jihadisti e deposito di armi e munizioni e di una zona in cui era stato allestito un campo di addestramento.

 

I raid sono stati coordinati con gli Stati Uniti che ha fornito a Parigi un supporto di intelligence per portare a termine l’offensiva. I rapporti che arrivano da Raqqa dicono che la città è stata in buona parte isolata: sono state infatti tagliate l’energia elettrica e le forniture di acqua. I bombardamenti avrebbero colpito anche altri edifici tra cui un presidio ospedaliero, ma non ci sarebbero morti tra i civili. Si tratta però di notizie che vanno prese con le dovute precauzioni, non essendovi la possibilità di verificarle con altre fonti.

 

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Le prossime mosse della Francia 

Dall’inizio delle operazioni militari in Iraq e Siria contro lo Stato Islamico tra l’agosto e il settembre del 2014, la Francia è uno dei Paesi ad aver offerto il maggior contributo in termini militari alla campagna guidata dagli Stati Uniti. Fin dalle prime battute della crisi siriana, il governo francese è stato uno dei principali sponsor del fronte anti-Assad. Nel 2013, nel momento in cui Obama ha annunciato l’intenzione di sferrare un attacco contro l’esercito di Damasco per via dell’accusa di utilizzo di armi chimiche – rivelatasi poi priva di fondamento – Parigi si era detta pronta a seguire Washington.

 

In questi primi 14 mesi di campagna militare, la Francia ha concentrato in Iraq i propri raid aerei (circa 280), mentre le operazioni in Siria si sono intensificate nell’ultimo mese e mezzo. La scorsa settimana, prima dei fatti di Parigi, caccia francesi avevano colpito un giacimento di petrolio e gas finito sotto il controllo dello Stato Islamico, con l’obiettivo di bloccare la principale fonte di finanziamento che permette a ISIS di continuare ad acquistare armi dall’estero.

 

Il blitz di ieri sera su Raqqa è stato l’attacco più potente finora effettuato dall’aviazione francese in Siria. Le prossime mosse dell’Eliseo dovrebbero portare nell’immediato a un aumento dei caccia a bordo della portaerei Charles de Gaulle, pronta a partire dalla base navale di Tolone il 18 novembre per posizionarsi nel Mediterraneo orientale, e a nuovi raid aerei. Nel suo intervento in parlamento, il presidente francese Francois Hollande ha ribadito che “la Francia è in guerra”, motivo per cui l’Eliseo farà richiesta ai Paesi dell’Unione Europea di attivare l’articolo 42 del Trattato, in base al quale è previsto l’intervento degli Stati membri se uno dei partner è vittima di una aggressione armata sul suo territorio. Come quella avvenuta la sera del 13 novembre a Parigi. Ma l’Europa è davvero pronta a lasciarsi trascinare verso una nuova escalation militare?