SIRIA -

Ripartono il 16 maggio in Svizzera i colloqui sotto l’egida delle Nazioni Unite. Ma è nella capitale kazakha che si stanno decidendo le sorti di questo conflitto

DE MISTURA SIRIA

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«Nient’altro che riunioni per i media». Con questa dichiarazione Bashar Assad ha lasciato intendere quali siano le aspettative del governo siriano sui colloqui di pace che ripartono domani, martedì 16 maggio, a Ginevra sotto l’egida delle Nazioni Unite. Intervistato pochi giorni fa dalla tv di stato bielorussa ONT, il presidente siriano non ha concesso spiragli alle trattative con il fronte delle opposizioni in vista del summit in Svizzera, dicendosi invece pronto ad accettare l’intesa sulla formazione di quattro zone cuscinetto nel Paese, risultato dell’accordo raggiunto lo scorso 4 maggio ad Astana tra Russia, Turchia e Iran con la preventiva approvazione dell’Amministrazione Trump.

 

Così come accade a ogni vigilia della riapertura dei negoziati targati ONU, la sensazione è che nella risoluzione della grande crisi siriana il ruolo delle Nazioni Unite sia sempre più marginale. Lo stesso inviato speciale in Siria, Staffan De Mistura, parlando della necessità di «battere il ferro finché è caldo» riferendosi agli obiettivi raggiunti ad Astana, ha fatto capire che ormai Ginevra ha definitivamente lasciato la scena alla capitale kazakha.

 

DE MISTURA GINEVRA NEGOZIATI SIRIA(L’inviato speciale dell’ONU in Siria Staffan De Mistura)

 

È dunque in Kazakhstan, a inizio giugno, che si farà un nuovo punto di situazione sul piano che prevede la formazione di quattro zone di de-escalation, individuate nella provincia nord-occidentale di Idlib, nella parte settentrionale della provincia di Homs, nell’enclave islamista di East Ghouta nei pressi di Damasco, a sud nella regione del Golan al confine con la Giordania, tra Deraa e Quneitra. Ed è sempre in Kazakhstan che Russia, Turchia, Iran e, in modo sempre più diretto gli Stati Uniti, definiranno la spartizione della Siria in aree d’influenza, secondo uno schema che prevede la presenza di milizie filo-russe a ovest lungo la costa in coabitazione con l’esercito siriano, milizie ribelli sostenute dalla Turchia a nord-ovest, curdi a nord-est sostenuti dagli Stati Uniti, milizie filo-iraniane e sciite a sud-ovest al confine con il Libano nei territori presidiati dai libanesi di Hezbollah.

 

Provare a dare un senso alla road map del nuovo corso politico in Siria – governo di transizione, approvazione di una nuova Costituzione e indizione di nuove elezioni – continuerà invece a essere la mission impossibile affidata alle Nazioni Unite. In questi anni di negoziati il nodo da sciogliere, vale a dire la permanenza al potere di Bashar Assad, non è mai stato nemmeno allentato, motivo per cui è difficile attendersi uno scatto in avanti da questo round di trattative.

 

La situazione a Damasco

In attesa di schiarite, in Siria regge seppur a sprazzi la nuova tregua entrata in vigore lo scorso 6 maggio con la firma del memorandum di Astana. Il fronte più caldo al momento è quello di Damasco, dove oggi vivono cica 1,6 milioni di persone. Negli ultimi giorni migliaia tra civili e ribelli hanno potuto lasciare i distretti di Qabun, Barzeh e Tishrin, in modo da potersi spostare verso i territori detenuti dal fronte anti-governativo nella Siria settentrionale. Liberare questi tre distretti dalla presenza dei ribelli rappresenta per il governo siriano un grande passo in avanti verso la riconquista totale della capitale. Qabun, Barzeh e Tishrin sono infatti attraversati da una fitta rete di gallerie sotterranee che in questi anni hanno consentito ai ribelli di scambiarsi armi, trovare nascondigli dai bombardamenti aerei, tentare attacchi improvvisi in superficie.

 

SIRIA MAPPA

 

A est della capitale, ribelli e formazioni jihadiste affiliate a Tahrir Al Sham (nuova coalizione militare in cui sono confluiti i qaedisti di Jabhat Fateh al-Sham (ex Jabhat Al Nusra) e altre sigle islamiste) hanno adesso solo il controllo di parte del distretto di Jobar, ridotto ormai in buona parte in cumuli di macerie. Nella parte sud, nei quartieri di Tadamun e Hajar al-Aswad, così come nel campo profughi palestinese di Yarmuk, sono invece presenti gruppi jihadisti, compreso lo Stato Islamico.

 

Il resto è sotto il controllo del governo che, grazie al sostegno militare di russi e iraniani, è riuscito a isolare la città dagli altri teatri di guerra evitandone la distruzione così come accaduto ad Aleppo e Homs. Sono due le mosse successive su cui potrebbe puntare adesso Damasco: la prima è avanzare verso Jobar; la seconda è puntare su East Ghouta, dove la minaccia principale è rappresentata dagli islamisti di Jaish al-Islam.

 

ISIS perde una base aerea ad Aleppo

Si combatte anche più a nord, nella parte orientale del governatorato di Aleppo. Qui l’esercito siriano ha dichiarato di aver ripreso il controllo il 13 maggio della base aerea di Jarrah, finita prima in mano ai ribelli e, dal gennaio del 2014, sotto il controllo di ISIS. L’aeroporto è stato ripreso dopo una pressione durata oltre due mesi che Damasco ha condotto con il sostegno della Russia.

 

Prosegue dunque l’avanzata dell’esercito di Assad nel governatorato di Aleppo, dove dal dicembre scorso oltre al capoluogo sono stati finora ripresi oltre 170 tra cittadine e villaggi. Il prossimo obiettivo delle forze governative nella zona sarà probabilmente la città di Maskana sul lago Assad, nel distretto di Manbij, cento chilometri a sud-est rispetto ad Aleppo.

 

RIBELLI SIRIANI EVACUATI(Autobus con a bordo ribelli evacuati da Aleppo diretti a Idlib) 

Verso Raqqa

Sullo sfondo procedono le manovre militari alle porte di Raqqa, capitale siriana dello Stato Islamico, dove appare sempre più solida l’alleanza sul terreno tra le forze speciali americane e la coalizione militare curda delle SDF (Syrian Democratic Forces).

 

All’inizio della scorsa settimana i curdi hanno ripreso il controllo della città di Tabqa e della vicina diga (la seconda più grande in Siria) e adesso si trovano circa 55 chilometri a ovest rispetto a Raqqa. I vertici delle SDF hanno dichiarato di essere pronti a lanciare l’offensiva finale entro l’inizio dell’estate, forti delle forniture belliche promesse dagli Stati Uniti: armi leggere e munizioni, pick up, veicoli blindati e bulldozer.

 

Rifornimenti che, come era prevedibile, sono stati fortemente osteggiati dalla Turchia che considera l’YPG (Unità di Protezione del Popolo, forza maggioritaria nelle SDF cui fornisce circa l’80% degli effettivi su un totale di 40mila soldati), organizzazione terroristica al pari del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan). Evitare uno scontro tra turchi e curdi alle porte di Raqqa sarà il principale argomento su cui si confronteranno Trump e Recep Tayyip Erdogan nell’incontro in programma domani alla Casa Bianca.

di Rocco Bellantone