SIRIA -

Dopo il fallimento delle trattative internazionali, la speranza della diplomazia è affidata al prossimo incontro in Oman. Ma le premesse indicano che il percorso è in netta salita

A man holds a boy saved from under the rubble in the Douma neighborhood of Damascus

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di Luciano Tirinnanzi

@luciotirinnanzi

L’incontro diplomatico internazionale di Vienna del 30 ottobre 2015 per mediare sulla crisi siriana, è fallito. I Paesi presenti con le rispettive rappresentanze – Cina, Egitto, Unione europea, Francia, Germania, Iran, Iraq, Italia, Giordania, Libano, Oman, Qatar, Russia, Arabia Saudita, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Regno Unito, Stati Uniti più rappresentanti delle Nazioni Unite – si sono riuniti all’Imperial Hotel per discutere della grave situazione in Siria, interrogandosi su come porre fine alla violenza nel più breve tempo possibile.

 

Nonostante la discussione sia stata unanimemente definita “franca e costruttiva”, le differenze e i punti di vista divergenti hanno comportato un sostanziale stallo nelle trattative, che si sono arenate pur se tutti si sono ritrovati (più o meno) a condividere un canovaccio in otto punti, dal quale si dovrà ripartire nel prossimo incontro diplomatico, che si dovrebbe tenere in Oman, secondo quanto deliberato dall’assemblea viennese: “i ministri si riuniranno entro due settimane per continuare queste discussioni” recita il testo ufficiale sulla conclusione dei lavori.

 

Lo scontro principale, come prevedibile, è avvenuto tra il ministro degli Esteri Mohammed Jawad Zarif e il suo collega saudita, Adel Al Jubeir, che ha contestato il ruolo “invadente” di Teheran in Siria e ha criticato soprattutto l’ipotesi di una permanenza di Assad al potere in qualsiasi fase.

 

Le speranze sono affidate ora alle capacità negoziali del sultano dell’Oman, Qaboos bin Said Al Said, e al suo entourage, dove spicca il braccio destro Yusuf bin Alawi bin Abdullah. Tra i punti che il sultano vorrebbe inserire nel nuovo documento da discutere, non è contemplata la figura di Assad neanche come candidato a nuove elezioni presidenziali, né dovrà figurare alcun membro del passato regime. Si parla invece di un trasferimento temporaneo dei poteri al primo ministro che risulterà eletto dalla consultazione popolare; di un’amnistia per i prigionieri di ambo le parti; e, cosa non secondaria, del mantenimento delle forze russe e iraniane in Siria.

 

Russian Foreign Minister Lavrov, US Secretary of State Kerry, Saudi Foreign Minister Adel al-Jubeir and Turkish Foreign Minister Feridun Sinirlioglu stand together before a meeting at the Hotel Imperial  at Hotel Imperial in Vienna

(Vienna: da sinistra Lavrov, Kerry e il ministro degli Esteri saudita Adel Al Jubeir)

 

Il documento di Vienna

Ecco i punti del canovaccio:

 

1. L’unità della Siria, l’indipendenza, l’integrità territoriale e la sua laicità sono fondamentali.

 

2. Le istituzioni statali rimarranno intatte.

 

3. I diritti di tutti i siriani, indipendentemente dall’etnia o confessione religiosa, devono essere tutelati.

 

4. È indispensabile accelerare tutti gli sforzi diplomatici per porre fine alla guerra.

 

5. Sarà garantito l’accesso umanitario in tutto il territorio della Siria, e i (Paesi) partecipanti aumenteranno il sostegno per gli sfollati interni, i rifugiati e per i Paesi che li ospitano.

 

6. Daesh (lo Stato islamico) e gli altri gruppi terroristici, come indicato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e come convenuto in seguito anche dai partecipanti, devono essere sconfitti.

 

7. Ai sensi del Comunicato di Ginevra del 2012 e della risoluzione 2118 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, i partecipanti hanno dato mandato alle Nazioni Unite a convocare i rappresentanti del governo della Siria e dell’opposizione siriana per un processo politico che porti a una governance credibile, inclusiva, non settaria, che sarà seguita da un nuova costituzione e da elezioni. Queste elezioni dovranno essere gestite sotto la supervisione delle Nazioni Unite per la soddisfazione del governo e dei più elevati standard internazionali di trasparenza e responsabilità, libertà ed equità, con tutti i siriani ammessi a partecipare, compresa la diaspora.

 

8. Questo processo politico sarà condotto e gestito da siriani, e sarà il popolo siriano a decidere il futuro della Siria.

 

9. I partecipanti, insieme con le Nazioni Unite, esploreranno le modalità e l’attuazione di un cessate il fuoco a livello nazionale da avviare in una data certa e in parallelo a questo rinnovato processo politico.

 

Analisi del documento finale

I punti stilati nel documento mostrano un’affermazione della diplomazia russa, che è riuscita a imporre il proprio punto di vista e a far accettare la visione di Mosca su chi sia titolato a gestire il futuro del Paese e su come esso debba essere composto. Ciò nonostante, con ogni evidenza i passaggi contestati restano soprattutto quelli al punto numero 2 e al punto numero 7 del testo finale, dove cioè si indica l’attuale amministrazione come l’unica titolata a gestire il futuro processo politico e dove si propone un faccia a faccia tra il governo e l’opposizione.

 

La prima condizione, “Le istituzioni statali rimarranno intatte”, non è verosimile possa essere condivisa da Paesi come Turchia, Arabia Saudita (ma neanche dagli Stati Uniti) e tantomeno dalla controparte che più ha titolo a parlare della gestione del proprio Paese, ossia l’opposizione siriana. Che, per venire al numero 7, è altrettanto di difficile attuazione, in quanto le anime che compongono il fronte ribelle sono numerose e impossibili da distinguere con una separazione netta, tracciando semplicemente una riga tra jihadisti e moderati.

 

Syria's President Bashar al-Assad greets a cleric after attending prayers on the first day of Eid al-Adha at al-Adel mosque in Damascus, Syria

 (Bashar Assad in una moschea di Damasco, settembre 2015)

 

Diplomazia o guerra a oltranza?

La sensazione, pertanto, è che se neanche in Oman si giungerà a un documento condiviso e approvato da tutte le parti, dovranno essere le armi più che la diplomazia a imporre la pace sul teatro di guerra. Come del resto è accennato al punto numero 6, in riferimento allo Stato Islamico. Ma chi ha forze militari da spendere per opporsi e arrestare questo fiume in piena, che ha portato alla guerra totale e ha completamente sconvolto due paesi sovrani come la Siria e l’Iraq?

 

Resta da constatare amaramente che, in verità, il punto più discutibile della “dichiarazione d’intenti” uscita dall’incontro di Vienna è il numero uno, ovvero quello di partenza: “L’unità della Siria, l’indipendenza, l’integrità territoriale, e la sua laicità sono fondamentali”. Come si può credere davvero a questo assunto, quando ogni segnale indica invece che i giorni in cui la Siria era uno stato unitario sono finiti?