- 22 dicembre 2013 - 08:00

La guerra psicologica che sta devastando la Siria

Rapimenti di massa, stupri e torture. Ecco come l’esercito di Damasco e le forze ribelli si combattono in un conflitto “sommerso” che rischia di compromettere in modo irrimediabile un ipotetico processo di riconciliazione politica

SIRIA DEFINITIVA

Oltre alla questione delle armi chimiche, su cui rimangono molti punti interrogativi nonostante le ultime ottimistiche previsioni dell’OPAC, in Siria proseguono in maniera ordinaria le violazioni dei diritti umani. Le Nazioni Unite hanno focalizzato l’attenzione sulla pratica ormai diffusissima delle “sparizioni” e dei rapimenti di massa. Un recente rapporto ONU, basato su testimonianze di disertori dell’esercito del presidente Bashar Assad e di familiari di persone scomparse, accusa il governo di Damasco di continuare a perpetrare crimini contro l’umanità. Il discorso vale però anche per alcune fazioni del fronte dei ribelli. Soprattutto tra i miliziani dei gruppi jihadisti dell’Islamic State in Iraq (ISIL) e di Jabhat Al Nusra la pratica è infatti molto comune.

 

L’opposizione sarebbe dunque colpevole quanto gli uomini di Assad, avendo rapito in questi anni di conflitto attivisti, giornalisti, esponenti religiosi, personale delle organizzazioni umanitarie e, più in generale, chiunque sia stato ritenuto vicino al regime o, molto più semplicemente, considerato utile per centrare obiettivi meno “nobili”, vale a dire corposi riscatti. Secondo fonti attendibili, i miliziani jihadisti avrebbero costruito delle carceri segrete, dove si svolgerebbero sistematicamente torture ed esecuzioni sommarie. La Coalizione Nazionale Siriana, espressione politica dell’opposizione al regime e riconosciuta a livello internazionale, ha preso le distanze sia dall’ISIL che da Jabhat Al Nusra, ma è indubbio che anche altri gruppi di combattenti “fidati” facciano ricorso a questo tipo di mezzi.

 

Al di là delle questioni umanitarie e del rispetto del diritto internazionale in situazioni di guerra, la politica dell’“abduction” (dei “rapimenti”, ndr) va considerata un’arma nella conduzione delle operazioni, al pari dello stupro, anch’esso molto diffuso in questo come altri conflitti. Si tratta, d’altronde, del ricorso a un espediente di carattere psicologico, che in guerra è altrettanto valido quanto le armi convenzionali. I rapimenti non servono solo ad eliminare gli oppositori: lo scopo principale è spesso quello di riuscire a diffondere il terrore e, ancor più, a minare il morale delle forze avversarie. Tanto più sono diffusi, tanto maggiore è efficace la strategia.

Riuscire a fermare queste campagne “psyops” è complicato. Per non parlare delle  conseguenze destabilizzanti nell’ottica futura di una politica di riconciliazione nazionale: perché i segni lasciati dal conflitto “sommerso” sono difficili da dimenticare, quanto quelli della guerra classica di cui invece tutti parlano.

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