SIRIA -

Nei due giorni di trattative in Arabia Saudita il blocco delle opposizioni trova l’intesa per avviare negoziati di pace con Damasco all’inizio del 2016. Ma continua a restare il nodo del destino di Assad

Rebel fighters hold their weapons as they take their positions on which forces loyal to Syria's President Bashar al-Assad are carrying out offensives to take control of the town of Kafr Nabudah in Hama province

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È difficile aspettarsi delle svolte epocali dai due giorni di negoziati che il 9 e 10 dicembre a Riad hanno visto riuniti più di 100 tra membri dei partiti dell’opposizione siriana e delegati dei milizie ribelli. Al tavolo delle trattative sono stati invitati anche i salafiti di Ahrar Al Sham ma non rappresentanti delle forze curde che contendono a ISIS vaste aree del nord della Siria e che in risposta al vertice saudita hanno organizzato un meeting parallelo.

 

E proprio sulle dichiarazioni di Ahrar Al Sham si sono concentrate le attenzioni al termine della giornata di ieri. Gli esponenti del gruppo estremista hanno infatti denunciato il poco spazio che a Riad è stato concesso ai ribelli che combattono il regime di Bashar Assad, criticando soprattutto la presenza del Comitato di Coordinamento, forza di opposizione con base a Damasco che secondo i salafiti sarebbe più vicina al clan degli Assad piuttosto che ai principi della rivoluzione del 2011. Eppure a questa dura presa di posizione non sarebbe seguito l’abbandono del tavolo dei negoziati, come dimostrerebbe, secondo l’agenzia Reuters, la firma di un rappresentante salafita sulla dichiarazione congiunta diramata al termine della riunione.

 

Cosa prevede l’accordo di Riad

Nel documento il blocco delle opposizioni ha elencato le condizioni che dovranno essere rispettate per avviare a stretto giro dei colloqui di pace con il governo siriano. L’inizio delle trattative è stato fissato in un periodo compreso entro i primi dieci giorni di gennaio. A coordinare i negoziati sarà l’inviato speciale dell’ONU in Siria, Staffan de Mistura. Dalle trattative dovrà emergere un accordo per l’avvio di una fase di transizione in cui dovrà essere garantita l’inclusione di tutte le forze politiche e delle confessioni religiose del Paese (dunque la maggioranza sunnita, la minoranza alawita, cristiani e curdi) e in cui dovranno essere preservate le istituzioni dello Stato.

 

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In cambio di questo passo in avanti verso il dialogo le opposizioni hanno chiesto al regime dei gesti di “buona volontà”, vale a dire il rilascio dei prigionieri, la fine degli attacchi a città e villaggi in mano ai ribelli e il passaggio di convogli umanitari nelle zone poste sotto assedio. Inoltre, a Riad è stato anche nominato un Comitato supremo che dovrebbe essere composto da 25 delegati (6 della Coalizione Nazionale, 6 di fazioni esterne, 5 dal Comitato di Coordinamento basato a Damasco e 8 figure indipendenti) a cui faranno riferimento le delegazioni prima e durante i negoziati di pace.

 

I punti critici e il destino di Assad

Ovviamente non mancano i punti critici in questa bozza di accordo preliminare. Si è parlato della possibilità di concordare un cessate il fuoco nel momento in cui si troverà l’intesa sulla fase di transizione. Ma, di fatto, si tratta di una missione complicata se anzitutto le potenze straniere coinvolte nel conflitto non si accorderanno per fermare raid aerei, offensive di terra e rifornimenti di armi. Senza dimenticare la presenza di ISIS, che controlla ormai stabilmente un terzo della Siria.

 

Il nodo principale da sciogliere, lo stesso rimasto al termine dell’ultimo vertice sulla Siria che si era tenuto a Vienna all’indomani della strage di Parigi del 13 novembre, è la posizione di Bashar Assad e dei suoi fedelissimi nel momento in cui si procederà a questa fase di transizione. Almeno su questo punto le opposizioni sembrano unite e non intendono fare nessuna concessione continuando a pretendere che il presidente lasci immediatamente il potere.

 

 

Syrian civilians who volunteered to join local Self Protection Units to protect their neighbourhoods alongside the Syrian army attend training in Damascus countryside, Syria(Damasco, un volontario delle unità di autodifesa fedeli al presidente Assad)

 

È questo il punto centrale che ha impedito finora a qualsiasi trattativa di passare dal piano teorico all’atto pratico e che vede contrapposti tutti gli schieramenti in lotta. La Russia, d’accordo sull’istituzione di un governo transitorio che si sostituisca al regime, per ora esclude che Assad possa farsi da parte prima che si svolgano nuove elezioni, anche se ha già trovato nel capo del National Security Bureau siriano Ali Mamlouk il suo possibile successore. L’Iran, il principale alleato del presidente insieme a Mosca, ha apertamente criticato la decisione dell’Arabia Saudita di tenere questi colloqui, rilanciando la sfida ai sunniti affermando tramite il suo viceministro degli Esteri Hossein Amir-Abdollahian che Riad avrebbe fatto partecipare alle trattative alcuni esponenti di ISIS facendoli accomodare nei banchi dei ribelli.

 

E a inasprire le tensioni è stato poi il ministro degli Esteri saudita, Adil al Jubeir, il quale non ha lesinato toni perentori sul destino di Assad: “Il popolo siriano non vuole più Assad come capo dello stato e quindi deve scegliere: o lascia il potere in seguito a delle trattative, e questa sarebbe la cosa più rapida e migliore per tutti, o cadrà a causa del conflitto militare perché il suo popolo è contrario alla permanenza del suo regime e vuole uno stato nuovo che rispetti i diritti di tutti”.

 

In queste condizioni, è irrealistico creare un clima favorevole in vista di futuri negoziati di pace. Prossimo appuntamento il 18 dicembre a New York, dove i leader dell’International Syrian Support Group – che comprende la Lega Araba, Unione Europea, le Nazioni Unite e 17 paesi – riprenderanno a trattare.