STATI UNITI D'AMERICA -

Con il nuovo inquilino della Casa Bianca, gli USA cambiano linea e si fanno meno prudenti nei confronti di Teheran. Per Trump “i giorni nei quali ci si voltava dall’altra parte sono finiti”

A staff member removes the Iranian flag from the stage after a group picture with foreign ministers and representatives during the Iran nuclear talks at the Vienna International Center in Vienna

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di Alfredo Mantici

 

Il 4 febbraio, durante un’intervista alla rete televisiva Fox News, il presidente americano Donald Trump ha fatto uno dei suoi ormai abituali interventi a gamba tesa nelle relazioni internazionali definendo l’Iran «il numero uno degli stati terroristi». La battuta ha seguito di ventiquattrore le sanzioni imposte dal ministero del Tesoro nei confronti di venticinque, tra persone fisiche e società iraniane, accusate di essere direttamente coinvolte nella costruzione di missili balistici che, a parere del Pentagono, rappresentano una minaccia diretta agli interessi degli Stati Uniti e dei suoi alleati in Medio Oriente, primi tra tutti Israele e Arabia Saudita.

 

Per rendere ancora più evidente il cambio d’atteggiamento della nuova amministrazione americana nei confronti di Teheran, il presidente ha disposto l’invio del cacciatorpediniere USS Cole sulle coste dello Yemen, paese nel quale è in corso un conflitto tra i ribelli sciiti Houti, appoggiati dagli iraniani, e le truppe del governo sunnita, sostenute invece dai sauditi. In un tweet del 3 febbraio Trump, riferendosi al lancio sperimentale di un missile balistico iraniano, ha scritto: «L’Iran sta scherzando col fuoco. I suoi capi non apprezzano quanto il presidente Obama sia stato gentile con loro. Io no!».

 

Al tweet presidenziale ha fatto eco il Consigliere per la sicurezza nazionale, Michael Flynn, che ha subito rincarato la dose polemica con un comunicato nel quale ha dichiarato che «l’amministrazione Trump non tollererà più le provocazioni iraniane. I giorni nei quali ci si voltava dall’altra parte di fronte alle azioni ostili dell’Iran verso gli Stati Uniti o contro la comunità internazionale sono finiti».

 

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Aumenta la tensione USA-Iran

 

Non è ancora chiaro se le nuove sanzioni contro Teheran e le battute polemiche siano il preludio alla denuncia da parte di Washington degli accordi del 2015 sulla limitazione delle ricerche iraniane in campo nucleare, accordi che vennero fortemente voluti da Barack Obama nonostante la strenua opposizione di Israele. Il portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer, in un’intervista televisiva ha definito gli accordi sul nucleare iraniano «un patto tra fidanzati» e, pur riconoscendo che i test missilistici non rappresentano una «diretta violazione» del patto del 2015, essi però ne «violano lo spirito».

 

L’improvviso aumento della tensione tra Stati uniti e Iran ha sconcertato gli osservatori e le cancellerie internazionali, in quanto tutti ritenevano che il progetto di “guerra totale” contro l’Isis della nuova amministrazione Trump si dovesse basare non solo su nuove relazioni con il Cremlino, che da due anni combatte il Califfato in Siria, ma anche con il supporto del governo di Teheran. L’Iran, infatti, affianca con proprie truppe i russi sullo scacchiere siriano ed è il principale alleato regionale di quel governo iracheno a maggioranza sciita impegnato in una lotta senza quartiere con le milizie del Califfato, e sostenuto militarmente dagli iraniani ma anche dalle Forze Speciali americane, che supportano sul terreno (ad esempio, a Mosul) le forze governative irachene e le milizie filo-governative sciite schierate contro i jihadisti. «Iraq, Iran e Stati Uniti rappresentano un’equazione molto bilanciata – ha dichiarato al Washington Post un deputato del parlamento di Baghdad – e Trump non dovrebbe sfasciare tutto. Dovrebbe giocare la partita con estrema delicatezza».

 

Iran's President Hassan Rouhani attends a meeting during the Asia Cooperation Dialogue summit at the Foreign Ministry in Bangkok(Hassan Rouhani all’Asia Cooperation Dialogue summit di Bangkok)

 

L’imbarazzo della Russia

 

Il Cremlino ha reagito con imbarazzo alle dichiarazioni e alle minacce di Donald Trump e dei suoi collaboratori nei confronti del partner strategico russo in Medio Oriente. Il viceministro degli Esteri, Sergei Rybakov, commentando le nuove mosse americane, ha detto alla stampa di essere «dispiaciuto per la piega che stanno assumendo gli avvenimenti». Mentre il portavoce del presidente Putin, Dimitry Peskov, ha dichiarato che sull’Iran Mosca vede le cose «in modo differente dagli Stati Uniti. La Russia ha rapporti di amicizia e di collaborazione con Teheran e spera di svilupparli ulteriormente. Non è un segreto che Washington e Mosca abbiano visioni opposte su molti problemi internazionali. Quanto è successo – le nuove sanzioni e le minacce contro Teheran, ndrnon dovrebbe ostacolare la costruzione di nuove pragmatiche relazioni tra Russia e Stati Uniti».

 

Reazioni evidentemente imbarazzate quelle del Cremlino, dove ci si chiede se e in che modo l’innalzamento improvviso della tensione tra Iran e Washington influirà negativamente sulla ricerca di una soluzione politico militare alla crisi siriana e alla presenza dell’ISIS nella regione, soluzione che non può prescindere dalla posizione centrale che l’Iran ha ormai assunto nello scacchiere.

 

Vedremo se alle parole seguiranno i fatti ma, come ha notato saggiamente il quotidiano arabo (con sede a Londra) Asharq Al Awsat in un editoriale «Teheran oggi è sfidata in modo diretto e forte dal governo americano, in un modo diverso da quello della mite ed esitante amministrazione Obama. La regione adesso deve affrontare venti di cambiamento molto turbolenti. La situazione è tutt’altro che semplice».