STATI UNITI D'AMERICA -

Nel giorno delle presidenziali in 35 stati americani si sono votate proposte di iniziative popolari. Dal responso su argomenti come la marijuana e la pena di morte emerge la mancanza di coesione del Paese

marijuana

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di Manuel Godano

La vittoria di Donald Trump alle presidenziali dell’8 novembre non è l’unico risultato elettorale da cui sono emersi voglia di rottura rispetto al passato e tensioni che da mesi percorrono gli Stati Uniti. Lo dimostrano non solo la campagna elettorale condotta senza esclusioni di colpi tra il tycoon newyorchese e la candidata democratica Hillary Clinton, ma anche l’esito dei 162 referendum che nel giorno delle presidenziali si sono svolti in 35 dei 50 Stati. Tra le proposte di iniziativa popolare su cui è stato chiesto ai cittadini di esprimere un voto, vi sono state la legalizzazione della marijuana a scopi terapeutici o ricreativi, l’indurimento dei controlli sul possesso di armi, la concessione della scelta del suicidio assistito per i malati terminali, la pena di morte, il salario minimo e l’assistenza sanitaria, le tasse sulle vendite di sigarette, sulle bevande gassate e sulle emissioni di anidride carbonica, l’obbligo dell’uso del preservativo per gli attori dei film pornografici e la possibilità di costruire nuovi casinò.

 

Alla vigilia della chiamata alle urne, opinione pubblica e media americani – e non solo – si sono interessati soprattutto all’andamento della consultazione sulla marijuana. Una questione che in America divide – come d’altronde accade anche in Europa e soprattutto in Italia – da un lato chi è favorevole alla sua totale o parziale legalizzazione e, dall’altro, chi invece ritiene che la sua vendita e il suo consumo liberi possano avere solo effetti negativi. Il ritorno prepotente sul mercato statunitense dell’eroina, su cui hanno virato i cartelli della droga messicani convertendo i campi dalla coltivazione di cannabis a quella di oppio, è un segnale da interpretare in questa direzione. Il referendum si è tenuto in nove stati. In cinque di questi (California, Maine, Nevada, Arizona e Massachusetts) si è votato per consentire l’uso della cannabis oltre che per scopi terapeutici anche ricreativi. In altri quattro (Arkansas, Florida, Montana e North Dakota) si è votato invece per permetterne solo l’uso terapeutico. Su nove stati solo in uno, l’Arizona, ha vinto il no.

 

marijuana_USA

 

Altro voto particolarmente seguito è stato quello sulla pena di morte. In California la richiesta di abrogazione è stata respinta ed è stata approvata la proposta di velocizzare i tempi delle esecuzioni. In Nebraska invece la pena di morte, che era stata abolita nel 2015, è stata ripristinata. Tempi e modalità della pratica della pena di morte sono inoltre stati ridefiniti in Oklahoma con l’introduzione ufficiale nella Costituzione di questo stato.

 

Sul referendum relativo all’assistenza sanitaria, una sorta di verifica dell’“Obamacare”, interessanti gli esiti in Colorado e California. In Colorado la proposta di statalizzare il sistema non è passata. In California, invece, la “Proposition 61” sostenuta da Bernie Sanders, il principale sfidante di Hillary Clinton alle primarie democratiche, è stata bocciata. Alla fine a prevalere sono stati gli interessi delle lobby dell’industria farmaceutica, che hanno fatto pressione per impedire che lo stato della California negoziasse i prezzi dei farmaci con ricetta con le compagnie private in modo che non fossero superiori a quanto paga il Dipartimento dei Veterani degli USA.

 

Per quanto riguarda la proposta di impedire il possesso di armi a persone con problemi mentali o considerate violente, Washington e Nevada hanno votato sì mentre il Maine no.

 

San Quentin_California(Un condannato a morte nel carcere di San Quentin, in California)

 

Nell’insieme, l’immagine che emerge dai risultati di questi referendum è quella di un’America divisa, in cui alle concessioni in alcuni settori (vedi marijuana e suicidio assistito) fanno da contraltare – in alcuni casi anche ben oltre le aspettative – ritorni a forme di conservatorismo radicale (vedi pena di morte) su cui Trump stesso ha saputo fare sapientemente leva nel corso della campagna elettorale che lo ha poi portato alla vittoria sulla Clinton. Quella che tra pochi mesi si appresterà a governare è un’America non solo divisa ma anche profondamente complessa e con molti problemi sociali irrisolti. Un’America lontanissima dagli entusiasmi che nel 2008 erano stati riposti nell’elezione di Barack Obama, il primo presidente nero nella storia di una nazione che oggi si rispecchia più nelle differenze che non nell’unicità dei suoi 50 Stati.