STATI UNITI D'AMERICA -

Terrorismo, fondamentalismo islamico, antiamericanismo. La guerra allo Stato Islamico impone un cambiamento delle categorie utilizzate finora nel linguaggio della politica internazionale

U.S. President Obama makes a statement about Haiti at the White House in Washington

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di Giovanni Armillotta

Direttore responsabile della rivista “Africana”

Ribaltando il distico di Ernesto Massi, condirettore della rivista Geopolitica (1939-1942), dalla seconda metà degli anni Ottanta del XX secolo l’ignoranza del ceto politico ha fatto sì che la geopolitica esso né la praticasse e né la studiasse, delegando il tutto alla Casa Bianca. La geopolitica non è la fonte delle scelte di politica estera da studiare con stantii parametri partitici; essa si pone in due parametri. L’eurasiatista è la ricerca della fine della dipendenza dei popoli tellurocratici da quelli talassocratici, che ha definito le relazioni internazionali dalla nascita della potenza marinara inglese.

 

La supremazia britannica prese a tramontare da quando gli USA uscirono dal guscio della Dottrina Monroe e, preparati al confronto militare, affossarono i residui dell’Impero spagnolo nel 1898. Oggi, la scelta atlantista verte sul dover essere seguaci dell’“eccezionalismo messianico” statunitense sviluppatosi a partire dai primi insediamenti inglesi nell’America del Nord, nel XVII secolo, e poi nella successiva fase di espansionismo territoriale fino agli anni della Guerra Fredda. Infine, dal trentennale periodo che va dalla presidenza di Ronald Reagan (1981-1989) all’11 settembre 2001. Non per nulla l’espressione “destino manifesto” fu un conio USA nel 1845 durante il conflitto che ridusse di tre quarti il Messico e fu poi riattualizzata, negli anni dell’“Impero del Male” comunista per poi riversarla contro nuovi nemici.

 

Bush e Obama, prodotti del grande capitale finanziario statunitense, si sono comportati nello stesso modo. Un’accurata inchiesta demolisce le presunte differenze tra il partito repubblicano e quello democratico. Il libro Barack Obush, uscito il 7 luglio 2011, scritto da Giulietto Chiesa con Pino Cabras, esplora senza paure tutti gli avvenimenti della politica internazionale. La manipolazione delle rivolte nel mondo arabo; la demolizione e aggressione di Paesi arabi socialisti tolleranti verso le altre confessioni, non imponenti veli alle donne, nonché da sempre baluardi contro il terrorismo (Iraq, Libia, Libano e Siria); la perdita d’identità e valore dell’Europa in una sorta di silenziosa e rassegnata colonizzazione e trasformazione in “melting pot di serie B”, di cui i ricchissimi politici sono insensibili.

 

Obama non è altro che uno dei migliori alleati dei piani neoconservatori. Gli stessi che sognano un nuovo ordine mondiale caratterizzato dal protagonismo armato, ampliatosi nel corso della sua presidenza. Un progetto cullato dai Bush e portato avanti da Obama. Egli è riuscito però a vendersi meglio dati i luoghi comuni di cui è portatore: bianco-cattivo (Bush figlio), nero-buono (Obama).

 

U.S. President Obama chats with Russia's President Putin prior to working session G20 summit in Antalya

 (Putin e Obama al G20 di Antalya, 16 novembre 2015)

 

L’unico Paese al mondo che non abbia un nome ristretto, sono proprio gli USA. Ci sono gli Stati Uniti Messicani, Russia, Canada (quest’ultime due federazioni di maggior superficie degli USA), Brasile, Australia, India, Argentina, Nigeria, come anche di più piccole – basti citare la Svizzera – però non esiste Stato alcuno che si riferisca a una ripartizione zonale comprensiva addirittura d’un Continente quali sono appunti gli Stati Uniti “d’America”. Per cui un domani se cercheranno d’inglobare – quali colonie commerciali e perché no, politiche – Canada, Messico e il resto, quel nome resterebbe immutato in una proiezione però planetaria.

 

Domenico Losurdo sostiene ne Il linguaggio dell’impero. Lessico dell’ideologia americana (Laterza, Roma-Bari 2007) che terrorismo, fondamentalismo, antiamericanismo, odio contro l’Occidente, complicità con l’Islam, antisraelianismo sono le accuse che gli USA brandiscono come armi affilate: le rivolsero pure contro Francia e Germania, quando queste ultime non si dimostrarono d’accordo nell’attaccare l’Iraq (2003). Chiunque non sia con gli USA è antiamericano, nemico della pace e della civiltà: non è “buono” bensì “cattivo”.

 

E di rimando: i ribelli libici erano buoni e auspicavano la democrazia liberale pluripartitica, Gheddafi era cattivo. I ribelli siriani buoni, Assad cattivo. I contestatori e dissidenti arabi di Bahrein, Oman, Yemen e Arabia Saudita sono cattivi, mentre i loro regimi sciaraitici, pardon “moderati”, sono buoni. Ma se i cittadini si rivoltano contro gli alleati dello “zio Sam”, allora i popoli sono pericolosi e quindi cattivi. Come i russi sono cattivi in quanto non desiderano la bomba atomica a pochi chilometri a sud di Mosca, con l’Ucraina eventualmente nella NATO. Russi, i cattivi, che sono stati i primi a muoversi contro l’ISIS, mentre gli altri restavano a guardare.