BANGLADESH -

Il jihadismo in Asia sud-orientale non è una novità. Rispetto al passato le organizzazioni locali cercano un contatto con il Califfato per ottenere maggiore visibilità e sperare in finanziamenti dall’estero

Activists of Hefajat-e Islam clash with police in front of the national mosque in Dhaka

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di Priscilla Inzerilli

 

Gli attacchi che nel gennaio del 2016 hanno colpito la capitale indonesiana Giacarta e quelli avvenuti più recentemente a Dacca, in Bangladesh, hanno fatto riemergere la criticità della questione legata al fondamentalismo politico-religioso di matrice islamica nel Sud-Est asiatico, un’area non nuova a questo genere di problematica.

 

Il precedente attentato più eclatante risale all’ottobre del 2009, quando un’autobomba provocò oltre 200 morti nella zona più turistica dell’isola di Bali. Prima, nel luglio dello stesso anno, fu nuovamente Giacarta a a essere presa di mira con gli attacchi agli hotel JW Marriott e Ritz-Carlton, nel quartiere degli uffici e degli affari. In entrambi aleggiava l’ombra dell’organizzazione denominata Jemaah Islamiyah, nata da una costola di Al Qaeda, o quantomeno a elementi a essa connessi.

 

Gli attentati avvenuti a Giacarta e a Dacca nel corso di quest’anno hanno portato gran parte dell’opinione pubblica ad assumere come chiave di lettura di questi eventi un principio di espansione dell’ISIS nell’area del Sud-Est asiatico, sfruttando l’instabilità dei contesti socio-politici locali.

 

Fin dove può spingersi ISIS nel Sud-Est asiatico?

La questione del terrorismo di matrice islamica radicale nel Sud-Est asiatico è in realtà tutt’altro che una novità recente, e l’emergere dello Stato Islamico del Califfo Abu Bakr Al Baghdadi non è stato altro che un fattore scatenante che ha risvegliato una minaccia latente.

 

Analizzando la realtà specifica dei diversi attori regionali emerge infatti una costellazione di gruppi e realtà locali, per lo più impegnati in rivendicazioni molto specifiche, delineando una realtà piuttosto distante dal jihadismo internazionalista del Califfato.

 

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Questo è un elemento da tenere a mente quando si considera che, al di là degli onnipresenti singoli soggetti auto-radicalizzati, la realtà del Sud-Est asiatico vede principalmente gruppi e formazioni terroristiche locali pronti ad allearsi o anche solo a stabilire contatti con lo Stato Islamico in un’ottica di avvicinamento pressocché spontanea. L’elemento localistico legato alle rivendicazioni di queste realtà non viene però mai a mancare, ma anzi pare rafforzarsi in virtù della presa sempre più forte che l’ISIS possiede a livello mediatico nonché della sua diffusa presenza geografica. È necessario dunque modificare la chiave di lettura iniziale, legata all’idea di una penetrazione, o espansionismo dell’ISIS nel Sud-Est asiatico, come causa diretta degli ultimi attentati avvenuti nell’area.

 

Pur volendo prendere per buone le rivendicazioni degli attacchi di Giacarta da parte dell’ISIS, e le stesse parole del capo della polizia locale secondo il quale vi sarebbe stato senza dubbio lo Stato Islamico dietro a tale attacco, secondo molti analisti il legame diretto tra lo Stato Islamico e alcuni attentati, comprese le stragi avvenute a Nizza e Orlando, sarebbe tutto da verificare.

 

Ciò che è innegabile è il fatto che il Sud-Est asiatico si stia configurando sempre di più sia come area nella quale sorgono hub di reclutamento e addestramento, sia come zona di transito privilegiata per i foreign fighters diretti verso la Siria e l’Iraq, anche se il numero dei combattenti originari dei Paesi di quest’area resta in ogni caso inferiore rispetto a quello dei militanti di orgine nordafricana, europea e mediorientale.

 

Policemen patrol outside the Holey Artisan Bakery and the O'Kitchen Restaurant as others inspect the site after gunmen attacked, in Dhaka

(Il luogo dell’attentato del 2 luglio a Dacca in cui sono stati uccisi 9 italiani)  

 

Gli obiettivi dei gruppi jihadisti locali

Una fonte dell’Agenzia Nazionale Antiterrorismo indonesiana aveva in passato parlato di ben 500 militanti indonesiani unitisi alle fila dello Stato Islamico. Questo numero fa dell’Indonesia – la più grande nazione a maggioranza musulmana, per lo più moderata, del mondo – uno tra i maggiori Paesi “fornitori” di combattenti stranieri. Il dato sarebbe stato però recentemente rivisto al ribasso dall’unità antiterrorismo della polizia nazionale, che ha parlato invece di appena 200 militanti partiti per la Siria, dei quali diverse decine sarebbero stati uccisi.

 

La disponibilità a stabilire contatti con la realtà del Califfato, e al tempo stesso a comporre alleanze tra gruppi locali come quella tra Jemaah Islamiah (Indonesia) e Abu Sayyaf (Filippine), mostra la capacità di queste realtà di fare rete, senza però rinunciare alle proprie istanze specifiche. Ciò è testimoniato dalla presenza di gruppi come Darul Islam, che promuove la creazione di uno Stato Islamico Indonesiano, o il Gerakan Aceh Merdeka (GAM), gruppo di matrice indipendentista che rivendica l’autonomia della regione di Aceh, nell’isola di Sumatra.

 

Video grab of an Abu Sayyaf rebel

(Miliziani del gruppo filippino Abu Sayyaf) 

 

Parlando del Bangladesh, è possibile constatare la componente socio-politica, legata alla realtà locale, che caratterizza le realtà su cui l’ISIS è riuscito a far presa, come Jamaat-e-Islami, organizzazione politica che si ispira a un’Islam conservatore e che storicamente si era opposta all’indipendenza del Paese dal Pakistan; o come altri gruppi legati a un Islam politico eversivo, come Jamaat-ul-Mujahideen e Jund al-Tawheed wal Khilafah.

 

Tutte queste realtà avrebbero sostanzialmente sfruttato la situazione di tensione globale, provocata dalle azioni dello Stato Islamico, per riaffermarsi sui rispettivi scenari nazionali, puntando inoltre sulla prospettiva di ottenere eventuale supporto finanziario attraverso l’affiliazione al Califfato.