SUDAN -

Intervista all’ambasciatore d’Italia a Khartoum Fabrizio Lobasso. Sminamento delle regioni uscite dai conflitti, gestione dell’emergenza profughi, progetti di de-radicalizzazione e sanità le priorità del nostro Paese

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di Rocco Bellantone

Khartoum, Sudan 

 

Visto dall’Europa il Sudan appare come uno dei Paesi meno “rilevanti” nella grande crisi internazionale che sta interessando un enorme pezzo di Africa e l’intero Medio Oriente. Basta però inquadrare la sua posizione geografica per rendersi conto che non è così. A sud c’è la guerra in Sud Sudan, dove dalla fine del 2013 le ostilità tra i dinka, a cui appartiene il presidente Salva Kiir, e i nuer, che invece sostengono Riek Machar, hanno finora causato oltre 300mila morti, tre milioni di sfollati, stupri e mutilazioni sessuali. A ovest ci sono le tensioni ultradecennali del Darfur, regione ricca di giacimenti petroliferi. Dall’estero arrivano le pressioni degli Stati Uniti, con il presidente Donald Trump che a metà luglio ha deciso di posticipare di tre mesi la rimozione permanente delle sanzioni, misura assunta dal suo predecessore Barack Obama. E ancora, le accuse di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra nel Darfur mosse dalla Corte penale internazionale nei confronti del presidente Omar Al Bashir, al potere dal 1989. La partita a scacchi con l’Egitto e l’Etiopia per la costruzione della Grand Ethiopian Renaissance Dam, i confini condivisi con la Libia in guerra, i rapporti con l’Arabia Saudita e di riflesso quelli con il Qatar, gli investimenti massicci di Cina e Turchia, il patto con l’Unione Europea per contenere i flussi migratori che partono dall’Africa Sub-sahariana, fermare i trafficanti di esseri umani, impedire infiltrazioni jihadiste terroristiche. Su tutti i tavoli, l’Italia sta giocando un ruolo di primo piano come spiega il nostro ambasciatore a Khartoum Fabrizio Lobasso, incontrato nella capitale a fine giugno pochi giorni dopo la fine del Ramadan.

 

Ambasciatore Lobasso, qual è lo stato dei rapporti tra il governo italiano e quello sudanese?

I rapporti con il Sudan sono ottimi sotto molti punti di vista. Negli ultimi quindici anni abbiamo stanziato circa 100 milioni di euro in progetti di cooperazione allo sviluppo, di cui il 90% destinati agli Stati dell’est, Red State, Gadaref e Cassala, con un allargamento che sta già interessando anche lo Stato di Gezira e in parte il Blu Nile. Siamo intervenuti principalmente nei settori della sanità, dell’emergenza e dell’agricoltura, nel tentativo di venire incontro alle richieste di prime necessità da parte delle popolazioni più vulnerabili. In collaborazione con il governo sudanese e attraverso il MASG (Mine Action Support Group), gruppo che opera nell’ambito dell’UNMAS (United Nations Mine Action Service) e di cui l’Italia è presidente di turno, abbiamo portato a termine lo sminamento e la decontaminazione da armi inesplose di questi tre Stati. Una volta che si raggiungerà un cessate il fuoco definitivo negli Stati del Sud Kordofan e del Blu Nile, interverremo anche lì.

 

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Che notizie ha, invece, sulla situazione nel Darfur?

Nel Darfur vi sono ancora questioni di fondo cruciali da risolvere: le proprietà terriere, lo stato di diritto, i rapporti tra le tribù nomadi e quelle stanziali, la spartizione delle risorse, acqua, terra, petrolio, oro. La comunità internazionale dovrà iniziare un processo impegnativo su molti fronti per accompagnare il governo sudanese nella stabilizzazione definitiva e nello sviluppo dell’area. Negli ultimi sopralluoghi è stata comunque registrata una ridotta presenza bellica rispetto al passato. La maggior parte dei ribelli che per anni hanno agito qui si sono spostati o in Sud Sudan oppure tra Libia e Ciad.

 

Intanto in Sud Sudan gli scontri interetnici proseguono senza sosta causando vittime soprattutto tra i civili. Esiste una via d’uscita da questa crisi?

Purtroppo quello in Sud Sudan non è più un conflitto solo tra nuer e dinka, ma si è trasformato in una guerra multietnica e multirazziale mossa da molteplici interessi. Sono nate nuove fazioni armate come gli agwelek, gli shilluk, o i combattenti della provincia dell’Equatoria. Ci sono i fuoriusciti dall’SPLM-IO (Sudan People’s Liberation Movement-in-Opposition, agli ordini di Machar) che tendono all’autonomia. Corpi della Guardia Nazionale dell’SPLM (Sudan People’s Liberation Movement) del presidente Kiir fuori il controllo del governo. Si sta rischiando una “sirizzazione” del conflitto con un tentativo disperato di lanciare un dialogo nazionale che non vede ad oggi la luce. Le carestie, gli sfollati e i soprusi sono all’ordine del giorno. Ad oggi la situazione è ancora esplosiva.

 

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Il Sudan è in grado di contenere l’emergenza dei profughi in fuga dal Sud Sudan?

Ci sono centinaia di migliaia di sfollati che entrano in Sudan dal Sud Sudan talvolta attraverso le rotte darfuriane. I campi profughi non possono però diventare, come è accaduto nell’est del Paese, dei luoghi di accoglienza generazionali dove intere famiglie stanziano per anni poiché vi trovano il minimo per sopravvivere e non sono invogliate a una maggiore integrazione sociale. Il Sudan sta cercando di affrontare questa nuova emergenza sia attraverso la creazione di centri di accoglienza temporanei, sia attraverso il successivo smistamento dei profughi in campi più grandi sempre con l’obiettivo di evitare eccessiva stanzialità. In passato questo errore è stato fatto. Per i suoi confini molto porosi il Sudan si presta come Paese di transito per i migranti. Ma è anche un Paese di origine dei flussi migratori. L’Unione Europea ha investito molti soldi per contribuire alla gestione di questi flussi. Sul piano normativo locale sono stati fatti dei passi in avanti per il contrasto all’immigrazione clandestina e per fermare le tratte di esseri umani controllate dalla criminalità organizzata. In quest’ottica l’offerta di aiuto da parte dell’Italia è totale.

 

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Il presidente Al Bashir si sta mostrando disponibile a concedere maggiore spazio alle opposizioni?

In Sudan è in atto un percorso di strutturazione ed evoluzione, lenta ma visibile, dei processi democratici. Nel 2015 è stato avviato un processo che si chiama “Dialogo Nazionale” conclusosi con il varo di alcune riforme costituzionali che, seppur a piccoli passi, vengono portate avanti dal governo. Si tratta di riforme che però non sono considerate esaustive da una parte di opposizione. È stata creata la figura del primo ministro, che è anche il vice presidente, nominato dal presidente e a cui sono stati conferiti importanti incarichi con un certo grado di autonomia. In parlamento il partito di governo NCP (National Congress Party) è al 70%. Il fronte delle opposizioni, pur esistendo e cercando di sopravvivere, è invece disunito e cerca di organizzarsi senza però riuscirci. Anche il Sudan presenta casi difficili nel settore della protezione dei diritti umani, tipici di una democrazia ancora fragile, per certi versi non indipendente. Uno degli ultimi è stato l’arresto di Mudawi Ibrahim Adam, un attivista per i diritti umani per il quale l’Europa ha chiesto a più tappe maggiore trasparenza giudiziaria e stato di diritto. Viene dato poco spazio alla società civile – in verità poco organizzata e molto flebile – alle forme di aggregazione, alle libertà fondamentali per come le intendiamo in Occidente. Insieme a UE e ONU siamo impegnati per accompagnare il Sudan verso una maggiore democratizzazione delle sue istituzioni e dei suoi meccanismi decisionali, mantenendo la nostra specificità diplomatica, se vogliamo molto italiana, vale a dire evidenziando e valorizzando adeguatamente i piccoli passi in avanti che questo Paese riesce a fare, pur nella fermezza delle aspettative che ci vedono perfettamente allineati con i nostri amici europei e nella comunità internazionale.

 

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Visto dall’esterno, il Sudan appare come uno degli alleati più stretti dell’Arabia Saudita. È un’interpretazione corretta?

Il Sudan guarda a Riad nell’ottica di un’alleanza strategica. Tra il 2015 e il 2016 ha chiuso le rappresentanze diplomatiche e gli istituti culturali iraniani non dando più spazio alla propaganda sciita. Mentre sul piano militare partecipa attivamente alla coalizione anti-Houthi in Yemen al fianco dell’Arabia Saudita. Immensi sono gli investimenti sauditi in Sudan. Nel caso della disputa con il Qatar, al pari del Kuwait Khartoum sta però cercando di mantenere delle posizioni mediane e negoziatrici, con l’obiettivo di cercare equilibri pacifici e accomodanti avendo forti rapporti politici, economici e commerciali anche con Doha.

 

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Sul piano religioso, invece, i due Paesi sono completamente allineati?

In Sudan dal 1983 vige la Sharia (la legge islamica, ndr). Qui gli arabi sono arrivati tanti secoli fa, trovando però una popolazione autoctona, cristiana, copta, animista. Delle scuole sunnite musulmane che hanno fatto maggiormente presa, la principale in Sudan è stata quella malikita: è una scuola che permette un certo grado di interpretazione e un minimo di “creatività” dei testi sacri, dunque il Corano e la Sunna, a differenza del wahhabismo e del salafismo. Il Sudan, altresì, è pervaso di sufismo, vale a dire il misticismo dell’Islam, grimaldello sociale ottimale secoli addietro per penetrare la realtà africana: prevede la figura intermedia degli Sheikh tra l’uomo e Allah, predica amore, tolleranza, dialogo, resilienza e accettazione. Qui, ad esempio, si festeggia il compleanno di Maometto, cosa che non avviene a Riad.

 

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Che genere di osservanza c’è della Sharia?

La Sharia non viene applicata in modo capillare. Il Sudan è un Paese pervaso dalla diversità culturale, che in misura massiccia per definizione non può essere controllata o frustrata più di tanto. Per quanto riguarda le donne, il 30% esce in pubblico senza velo, il 60% indossa l’hijab (il velo che copre collo e orecchie, ndr). Vi è poi circa un 5% di donne che invece indossa il niqab (il velo che copre l’intero corpo lasciando scoperti solo gli occhi, ndr). Non dimentichiamoci che c’è una parte di società civile che proviene dal sunnismo più puro che in Sudan ha generato il mahdismo e gruppi di pensiero e spirituali come Answar al Sunna. Va detto che per le strade di Khartoum c’è molto rispetto per le scelte di ognuno, è difficile trovare chi platealmente possa criticare le scelte nel vestiario, a meno che non siano palesemente contrarie alla morale locale.

 

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Questa visione dell’Islam fa da argine alla possibilità di infiltrazione di gruppi jihadisti nel Paese?

Il Sudan è un Paese di radicalizzazione importata. Ci sono possibilità logistiche per cellule estremiste perché si tratta di una nazione sconfinata dove i controlli di frontiera stentano a essere efficaci. È però difficile che si creino delle cellule molto strutturate e ramificate di tipo salafita-wahhabita. Parliamo di un Paese relativamente stabile, anche per mezzo di un apparato di security con uno spiccato grado di invasività, in una zona del mondo molto instabile. L’Italia, con la sede diplomatica e la Cooperazione Italiana che dispone di un ufficio molto attivo a Khartoum, è in prima linea in progetti solidali per le popolazioni vulnerabili in alcune zone del Paese al fine di mitigare i rischi di radicalizzazione da parte di giovani o ex ribelli. Il nostro compito specifico è mettere le popolazioni più bisognose nella condizione di trovare delle alternative che permettano ai giovani di guardare con fiducia alla possibilità di trovare un lavoro.

 

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Su quali altri settori di cooperazione sta puntando l’Italia?

Per il Sudan l’Italia è arte, cultura, cordialità, senso della famiglia, gentilezza, amicizia. Al di là delle differenze religiose e culturali, riscoprono in noi il motto “italiani brava gente”. Basti pensare che negli anni Cinquanta e Sessanta una delle canzoni più popolari in Sudan si intitolava “Saigel Fiat”, ovvero il “Guidatore di Fiat”. Puntiamo sullo sport, con l’organizzazione di scuole calcio per i ragazzi che vivono nelle aree periferiche di Khartoum. Sulla cucina, con le settimane della cucina italiana in cui i nostri cuochi vengono qui per preparare pietanze italiane, insegnando a usare prodotti presenti sul mercato sudanese. I sudanesi hanno tanto in termini di prodotti naturali e risorse animali e vegetali. Con il nostro aiuto possono migliorare la loro alimentazione. Facciamo poi leva sull’immaginario cinematografico con la proiezione ogni mese di un film italiano e coltivando un rapporto sempre più stretto con le maggiori università del Paese. Insegniamo la lingua italiana con dei corsi di varia durata. A ottobre organizzeremo una settimana di iniziative culturali intitolata “L’italiano nel cinema e il cinema nell’italiano”. L’altra partita importante è quella economica. Le imprese italiane sono pronte a tornare in Sudan. Siamo da tempo troppo esitanti a causa delle sanzioni unilaterali imposte dagli Stati Uniti. Speriamo che la situazione possa cambiare dal prossimo ottobre.

 

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Rischio epidemia di colera, malnutrizione e povertà diffuse. L’Italia come sta dando una mano?

Il governo sudanese ha iniziato finalmente a contrastare il rischio epidemie – l’ultima di bacilli colerici – in modo più consapevole e con l’aiuto della Cooperazione Italiana. È un passo in avanti, ma non si tratta dell’unico problema sanitario del Sudan. Nel 2017 l’Italia è stata nominata capofila del programma delle Nazioni Unite contro la malnutrizione in questo Paese. In questo e altri settori agiamo da pivot per attirare l’attenzione su questo Stato e fare luce su realtà importanti in Sudan. Un esempio di grande presenza italiana da dieci anni è il Salam Centre di Emergency a Khartoum. In generale, il nostro obiettivo è promuovere un modello di diplomazia interculturale, in base al quale il “professionista delle relazioni internazionali” sviluppa la capacità di individuare all’interno del Paese in cui opera quelle aree in cui può maggiormente includere la popolazione locale in progetti condivisi con l’obiettivo di raggiungere massimo beneficio per il maggior numero di persone. È quello che noi stiamo cercando di fare in Sudan: puntare su forme di cooperazione allo sviluppo che tengano anzitutto conto dei valori fondamentali socio-culturali e delle priorità di questo Paese, osservandone le dinamiche più profonde, per capirlo meglio, e di conseguenza agire meglio.