SUDAN -

Intervista a Vincenzo Racalbuto, direttore dell’Agenzia italiana per la cooperazione italiana allo sviluppo di Khartoum

KHARTOUM R.B._7

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di Rocco Bellantone

Khartoum, Sudan 

 

Sanità, malnutrizione, gestione dell’emergenza rifugiati, contrasto al terrorismo e de-radicalizzazione degli ex combattenti, reintegro nella società civile di quanti sono sopravvissuti a conflitti e violenze. Sono questi i principali settori che vedono impegnata l’Italia in Sudan, come spiega Vincenzo Racalbuto, direttore dell’Agenzia italiana per la cooperazione italiana allo sviluppo di Khartoum.

 

In quali settori è maggiormente impegnata l’Italia in Sudan?

L’Italia è molto attiva in Sudan da circa quindici anni. Nel settore sanitario, in particolare, la cooperazione italiana ha dimostrato di essere molto attiva soprattutto per quanto riguarda la primary care. Da una decina di anni c’è anche l’ospedale cardio chirurgico Salam Centre di Emergency, una realtà con cui viene portata avanti una collaborazione molto positiva. Il governo sudanese ha presentato un piano nazionale per il biennio 2017-2018 per contrastare le acute watery diarrhea e prevenire il colera. Si tratta di malattie che per noi occidentali potrebbero apparire semplici da combattere in quanto basterebbe rispettare una serie di norme igieniche. È però una condizione difficilissima da attuare in questo Paese, soprattutto nella stagione delle piogge. Ci stiamo muovendo soprattutto negli Stati dell’Est, dove il nostro principale obiettivo è assicurare acqua pulita a tutti.

 

VINCENZO RACALBUTO(Vincenzo Racalbuto)

 

Un’altra emergenza che questo Paese si trova a dover fronteggiare è quella dei rifugiati. Chi sono e da cosa fuggono?

Attualmente in Sudan ci sono circa 400mila rifugiati sud-sudanesi fuggiti dal loro Paese a causa della guerra. In buona parte si riversano inizialmente nel Darfur, nel Sud Kordofan e nel Blu Nile, Stati in cui si rende necessario un rifinanziamento dell’intervento delle Nazioni Unite a cui l’Italia darà il suo contributo. Ma ci sono anche migranti che arrivano da Etiopia, Eritrea, addirittura dalla Siria, gente che stanzia soprattutto negli Stati dell’est, in particolare a Cassala al confine con l’Eritrea dove ci sono diversi campi di accoglienza. In questi campi il fenomeno della malnutrizione è dilagante. In Sudan colpisce almeno due milioni di bambini e per lo più appartengono a famiglie di rifugiati.

 

Il governo sudanese ha il controllo di tutti questi campi di accoglienza?

Tutti questi campi sono considerati come non permanenti, di fatto però alcuni di essi sono presenti da decenni, molti crescono spontaneamente e non sempre è facile identificarli. Arrivate nei campi le famiglie solitamente si dividono: gli uomini emigrano verso nord, molti tentano di attraversare il Mediterraneo, chi torna lo fa dopo qualche anno, tanti altri invece non tornano più. Le donne invece restano e diventa compito loro farsi carico dell’intera famiglia.

 

Quali sono le difficoltà che il governo italiano riscontra nel cooperare con un Paese come il Sudan, apertosi all’esterno solo negli ultimi anni?

Il Sudan è un Paese in cui gli Stati europei per molto tempo hanno attuato una politica di non contatto con le istituzioni. Certamente l’avvicinamento dell’Europa nei confronti di questo Stato ha portato l’Italia ad avere buoni rapporti con le istituzioni sudanesi. L’Italia fa parte del Global Fund da membro effettivo, siamo i coordinatori delle iniziative per il miglioramento della nutrizione e per ampliare il numero di donatori nel settore sanitario. In collaborazione con le varie agenzie delle Nazioni Unite siamo attivi soprattutto negli Stati dell’est – Red State, Gadaref e Cassala – con programmi di poverty alleviation, gender empowerment, per il controllo delle frontiere. In quest’area abbiamo contribuito al finanziamento di un programma dell’Unesco per l’attivazione di un circuito di radio rurali. Queste radio forniranno alle popolazioni informazioni di carattere sanitario, sui presidi da raggiungere per le vaccinazioni, ma anche sulle tecniche agricole da adottare.

 

SUDAN MAYO CAMPO PROFUGHI(Il campo profughi di Mayo, periferia di Khartoum)

 

L’Italia punta molto anche sulla de-radicalizzazione degli ex combattenti del sud. In Sudan esiste il rischio di infiltrazioni di gruppi jihadisti?

Soprattutto negli ultimi due anni il Sudan ha dimostrato di essere un Paese affidabile per ciò che concerne la lotta al radicalismo islamico. Nello Stato del Nilo Azzurro con Undp (United Nations Development Programme) finanzieremo un programma di circa 1 milione di euro per favorire il reinserimento nella società degli ex combattenti dell’ultima guerra tra nord e sud del Paese (conclusasi nel 2011 con il referendum che ha portato all’indipendenza del Sud Sudan, ndr). Sono in gran parte disabili, hanno perso gambe, braccia, occhi. Se rimanessero rinchiusi in casa, la frustrazione di non poter lavorare li porterebbe ad avvicinarsi più facilmente ad ambienti fondamentalisti. Per il bene di questo Paese, è importante creare anche per loro delle opportunità di lavoro.

 

Vissuta dall’interno, Khartoum sembra muoversi a una velocità nettamente superiore rispetto al resto del Paese. Eppure anche la capitale ha i suoi problemi

È un’area molto vasta, ha un settimo della popolazione del Sudan: oltre 5 milioni di persone che in buona parte vivono ai margini della città. A parte il centro, popolato da una classe medio-alta benestante, ci sono quartieri degradati popolati per lo più da sud-sudanesi e campi profughi come quello di Mayo. Insieme al ministero del Welfare sudanese stiamo lavorando su un programma di inclusione sociale per queste persone.

 

KHARTOUM R.B._8(Khartoum: una donna attende un bus in una delle strade principali della capitale)

 

Ci sono contrasti tra la maggioranza musulmana e le comunità minoritarie cristiane e animiste?

A Khartoum la convivenza tra i musulmani e i cristiani del Sud Sudan è equilibrata. Diocesi e parrocchie guidate dai comboniani portano avanti iniziative per l’educazione dei giovani e per il miglioramento delle condizioni di vita delle famiglie.

 

Nel Sudan che si sta gradualmente aprendo all’esterno c’è spazio anche per le imprese italiane?

Ci sono grosse imprese italiane che hanno iniziato a prendere contatti da tempo. Il Sudan ha bisogno principalmente di grandi infrastrutture. Se l’embargo imposto dagli Stati Uniti dovesse finire, arriverebbero anche gli investimenti della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale e si potrebbe pensare a una riconversione dell’enorme debito estero di questo Paese. Solo così il potenziale economico del Sudan potrà essere sviluppato. E l’Italia potrebbe essere uno dei Paesi ad avere un ruolo attivo.