STATI UNITI D'AMERICA -

I giochi sembrano fatti, ma resta ancora molto da fare per arrivare alla Casa Bianca. La paura di veder vincere Trump già allontana gli investitori

U.S. presidential candidate Hillary Clinton arrives at her Super Tuesday primary night party in Miami Florida

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Mancano ancora i risultati dell’Alaska e delle Isole Samoa, ma, stando ai grossi numeri, il Super Tuesday avrebbe decretato il trionfo di Donald Trump, per il partito repubblicano e di Hillary Clinton, per i democratici, nella lotta all’ultimo voto per la conquista, nelle elezioni primarie, del posto di candidato alle elezioni presidenziali americane del prossimo novembre.

 

Diciamo “avrebbe” perché, nonostante i risultati finali, la situazione, specialmente per Trump, è tutt’altro che chiara e definita. L’immobiliarista di New York, infatti, si è assicurato la maggioranza dei 595 delegati in palio durante il “Super Martedì” ma la sua vittoria, apparentemente schiacciante, forse non è stata così netta. Trump, infatti, nella gara contro i due principali contendenti repubblicani non ha mai raggiunto in alcuno degli stati contesi la maggioranza assoluta dei voti.

 

Le percentuali parziali mostrano al contrario che, negli stati in cui si è votato, le percentuali di Trump non hanno mai superato la somma dei voti dei suoi più agguerriti contendenti, Marco Rubio e di Ted Cruz. Questo significa che il candidato repubblicano, che negli ultimi giorni di campagna prima della grande kermesse del 1° marzo non ha esitato a dare fondo a tutte le risorse del populismo e della demagogia specie per conquistare i voti dell’ elettorato del sud, non è comunque riuscito a fare breccia nell’elettorato tradizionale del “Grand Old Party” che solo per poco più di un terzo gli ha accordato la sua fiducia. Non a caso alcuni media americani conservatori non hanno esitato a definire la corsa di Trump verso la nomination un “hostile takeover”, una scalata ostile ai vertici di un partito che non riesce ad amarlo.

 

Mary Holbrook looks on as she waits for the arrival of Republican U.S. presidential candidate Donald Trump to speak at a campaign rally on Super Tuesday in Columbus

 

Quando sono stati diffusi i primi dati sull’esito delle primarie e sul successo di Trump, tre dei principali finanziatori della campagna elettorale del partito repubblicano, il CEO della Hewlett Packard Meg Whitman, il proprietario della Chicago Cubs Todd Ricketts e il manager di un fondo sovrano di New York Paul Singer si sono riuniti per decidere sull’ipotesi di interrompere i finanziamenti alla campagna elettorale repubblicana in caso di vittoria definitiva di Trump alle primarie.

 

E’ un’eventualità questa che potrebbe mettere il piombo nelle ali del tycoon di New York che pur essendo molto ricco difficilmente potrebbe permettersi di spendere le cifre colossali che sono necessarie per raggiungere il cuore degli elettori americani, prima, e la Casa Bianca, poi. Anche i maggiorenti del suo partito, tutt’altro che soddisfatti per il suo successo, stanno studiando strategie d’emergenza per fermare la corsa di Donald Trump.

 

Il potente senatore repubblicano Lindsey Graham ha così commentato l’esito del “Super Martedì”: “ io non amo Ted Cruz ma ormai la situazione è tale (con Trump alle soglie della nomination, ndr) che ci dobbiamo tutti raccogliere intorno a Cruz perché questa è l’unica strada per fermare Donald Trump”.

 

Cruz, che ha vinto nel suo stato, il Texas, nel commentare amaramente i dati del 1° marzo, frutto anche del disorientamento dell’elettorato repubblicano di fronte alla pluralità di candidati alle primarie così diversificati tra di loro dal punto di vista ideologico, ha sostenuto che “ domani mattina avremo una scelta: fin quando il nostro campo rimane diviso, la nomination di Trump appare molto probabile e questo sarebbe un disastro per i repubblicani, per i conservatori e per tutta la nazione”.

 

Republican U.S. presidential candidate Trump flexes his muscles while visiting a Nevada Republican caucus site  in Las Vegas

 

In campo democratico la situazione è, apparentemente, più chiara. Hillary Clinton ha battuto il suo diretto concorrente, Bern Sanders, in sei stati, tutti –tranne uno, il Massachussets – del profondo sud (Georgia, Tennessee, Alabama, Arkansas e Virginia) mentre a Sanders sono andati i consensi e i delegati degli stati del centro nord ( Minnesota, Oklahoma, Colorado e Vermont).

 

L’ex segretario di Stato, secondo gli exit polls, ha vinto a man bassa il sostegno dell’elettorato di colore e ha subito dichiarato: “ in tutto il paese oggi i democratici hanno votato per abbattere le barriere cosicché potremo rialzarci tutti insieme… Questo paese appartiene a tutti non a gente che guarda solo da una parte, prega in un certo modo e la pensa in una sola maniera”.

 

Definito per le sue idee il “democratico socialista”, Bern Sanders ha prontamente dichiarato di non essere disposto a cedere definitivamente il passo alla Clinton. Il settantaquattrenne Sanders ha aggiunto che la “campagna non mira all’elezione di un presidente, ma alla sconfitta dell’avversario”. Sanders quindi continua la lotta contando di conquistare i delegati degli stati del nord e dell’est nelle primarie che si terranno nelle prossime settimane, ma comunque, secondo tutti i commentatori, difficilmente riuscirà a conquistarne un numero sufficiente a battere Hillary Clinton.

 

Il quadro che emerge dalle urne del “Super Tuesday” dimostra che queste primarie, lungi dall’essere un confronto anche serrato su temi comuni per i due grandi partiti americani, si sono trasformate in un duello all’ultimo voto che ha appannato i confini ideologici tra democratici e repubblicani costringendo i contendenti a confrontarsi sul terreno che purtroppo sembra piacere tanto agli Stati Uniti di oggi: quello del populismo e della demagogia spicciola.