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L’ex capo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale di Barack Obama avrebbe chiesto e ottenuto dalla NSA i file contro Trump e i suoi collaboratori, per poi passarle ai media

SUSAN RICE OBAMA

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di Alfredo Mantici

I primi cento giorni dell’amministrazione Trump sono stati avvelenati dal cosiddetto Russiagate, lo scandalo dei presunti contatti tra suoi collaboratori e diplomatici russi sia durante la campagna elettorale sia durante il periodo di transizione tra l’8 novembre 2016, data delle elezioni, e il 20 gennaio del 2017, giorno dell’insediamento del presidente.

 

Sotto la spinta di un’incalzante campagna stampa attivata dai media più ostili al nuovo presidente (CNN, New York Times e Washington Post su tutti), il Congresso ha deciso a marzo di avviare un’inchiesta bicamerale per accertare la realtà dei fatti e stabilire se le accuse di collusione tra membri del gabinetto Trump ed esponenti russi siano reali e consistenti. A farne le spese per primo è stato il generale Michael Flynn, che si è dovuto dimettere da consigliere per la sicurezza nazionale del presidente.

 

Donald Trump ha reagito alle accuse negando qualsiasi “misgiving”, ovvero comportamento inappropriato dei suoi collaboratori, e accusando invece il suo predecessore Barack Obama, reo di aver fatto spiare il suo team dagli organismi dell’intelligence nazionale durante e dopo la campagna elettorale.

 

SUSAN RICE MICHAEL FLYNN(Susan Rice insieme a Michael Flynn, dimessosi da consigliere per la sicurezza nazionale)

 

Queste accuse, smentite e contro-smentite, rendono il clima politico a Washington particolarmente incandescente. E, secondo i più accesi sostenitori della candidata democratica sconfitta Hillary Clinton, dovrebbero prima o poi portare all’impeachment del nuovo presidente.

 

Flynn è stata la prima vittime del Russiagate, avendo dovuto lasciare l’incarico di consigliere per la sicurezza nazionale pochi giorni dopo la sua nomina, per le rivelazioni fatte filtrare ai giornali da fonti dell’FBI circa suoi contati con l’ambasciatore russo nei giorni della transizione.

 

La campagna diffamatoria contro Trump

La campagna stampa contro Donald Trump è stata resa possibile da un flusso costante – ma illegale – di soffiate (“leaks” nel gergo giornalistico) ai media e a membri democratici del Congresso, da parte di anonimi membri della comunità d’intelligence che hanno volutamente danneggiato l’immagine del presidente e del suo gabinetto.

 

Dal 4 aprile 2017, la polemica si è ulteriormente arricchita di nuove rivelazioni che, stavolta, danneggiano però l’immagine di Barack Obama e danno qualche consistenza alle accuse di Donald Trump circa lo spionaggio ai suoi danni, svolto per ordine della Casa Bianca durante la corsa alla presidenza e nei giorni successivi alla sua vittoria elettorale.

 

Trump(Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump)

 

Due funzionari anonimi hanno rivelato all’agenzia stampa Bloomberg che Susan Rice, capo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale (il National Security Council) di Barack Obama, chiese personalmente che le venissero rivelati i nomi dei collaboratori di Trump intercettati dalla National Security Agency (NSA) mentre parlavano con «funzionari stranieri».

 

Dalla NSA alla difesa di Susan Rice

La storia è apparentemente complicata: la NSA controlla elettronicamente e in modo sistematico tutte le conversazioni e le comunicazioni di soggetti stranieri di potenziale interesse per la sicurezza nazionale. Questo controllo non ha bisogno dell’autorizzazione di un magistrato e i relativi report vengono trasmessi quotidianamente da Fort Meade, sede dell’NSA, alla Casa Bianca. Se i report coinvolgono cittadini americani, i nomi di questi vengono normalmente omessi a tutela della loro privacy.

 

Ebbene, secondo le informazioni degli anonimi funzionari all’agenzia Bloomberg, la Rice avrebbe chiesto e ottenuto dalla NSA i nomi dei collaboratori di Trump che intrattenevano colloqui – regolarmente intercettati con microspie ambientali – con membri del corpo diplomatico russo.

 

Le accuse contro Susan Rice si sono fatte più stringenti quando la rete televisiva Fox News, citando il sito Circa ha rivelato che, «secondo fonti dell’intelligence», le memorie dei computer del consiglio per la sicurezza nazionale esaminate dai nuovi membri dello staff della Casa Bianca, dimostrano che la Rice durante gli ultimi sette mesi – e cioè dal luglio 2016 – della presidenza Obama, ha eseguito numerosi accessi (“log in”) ai report della NSA contenenti resoconti delle intercettazioni ai danni di Donald Trump e dei suoi collaboratori.

 

Le fonti sottolineano che i report presi dalla Rice non si riferivano soltanto alle conversazioni tra cittadini americani e stranieri, ma anche a «leader stranieri intercettati mentre parlavano del futuro presidente». In sua difesa, l’ex capo del National Security Council, intervistata nella serata del 4 aprile dalla rete televisiva MSBNC, ha argomentato molto debolmente che i suoi accessi ai report che coinvolgevano Donald Trump erano perfettamente legali e non avevano «motivazioni politiche». Inoltre, ha aggiunto, la lettura dei report basati su intercettazioni ambientali «tecnicamente non può essere definita un’intercettazione».

 

National Security Agency(Il quartier generale dell’NSA a Fort Meade, nel Maryland) 

 

Tanti colpevoli, nessun innocente

Queste rivelazioni, è facilmente prevedibile, innescheranno ora ulteriori polemiche e renderanno ancora più assordante il dibattito politico negli Stati Uniti, ma aiutano a dimostrare che forse a Washington oggi nessuno è innocente. Non lo è il presidente eletto, se è vero – ma è tutto da dimostrare – che suoi collaboratori discutevano di temi delicati con inviati del Cremlino.

 

Non lo è il suo predecessore Barack Obama, che avrebbe autorizzato attività di sorveglianza elettronica di dubbia legalità per raccogliere informazioni sul candidato repubblicano durante la campagna elettorale e anche dopo il suo ingresso alla Casa Bianca, poi fatte filtrare ai giornali da suoi stretti collaboratori. Non lo sono gli organismi d’intelligence, che non solo si sono prestati a svolgere attività che in Europa verrebbero considerate “deviate”, ma sono intervenuti direttamente nel dibattito politico con sistematiche soffiate alla stampa di notizie segrete. Non lo è neanche la stampa liberal, che pur di danneggiare l’odiato tycoon newyorkese si è prestata a fare da megafono a manovre ambigue e politicamente scorrette da parte dell’establishment democratico che non ha ancora digerito la sconfitta elettorale.

 

Non lo è, infine, la politica americana in generale, che dimostra come i trucchi sporchi che scandirono lo scandalo Watergate nei primi anni Settanta (nel quale furono ben presenti anche i servizi “deviati”, dalla CIA all’FBI), dopo oltre quarant’anni sono ancora oggi moneta corrente in quella che ambisce a essere la prima democrazia del mondo.