STATI UNITI D'AMERICA -

La Fedral Reserve ha scelto di mantenere i tassi d’interesse invariati. Una soluzione da manuale di economia che, tuttavia i governanti dell’Europa continuano a voler ignorare, ostinandosi in una politica fiscale restrittiva

Yellen takes questions during a news conference following the Federal Open Market Committee meeting in Washington

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A conclusione dell’incontro del 16 e 17 settembre i membri del Federal Open Market Committee (FOMC) del sistema della Federal Reserve (FED) hanno lasciato invariati i tassi d’interesse correnti e anticipato che l’eventuale “primo aumento di questo tasso sarà ritenuto appropriato quando saranno stati realizzati ulteriori miglioramenti nel mercato del lavoro e si sarà sufficientemente confidenti che l’inflazione si starà muovendo verso l’obiettivo del 2% nel medio termine”.

 

Quindi, una delle più prolungate espansioni dell’economia americana viene ritenuta così precaria da necessitare condizioni assolutamente eccezionali di funzionamento: tassi d’interesse a zero, se non negativi. La crescita dell’occupazione USA – in media +220.000 occupati ogni mese, che ha fatto scendere al 5,1% il tasso di disoccupazione ad agosto, con un tendenziale annuo del 5% – e la crescita del PIL stimata al 2,25%, non offrono sufficienti garanzie per una crescita economica stabile, in presenza di un tasso d’inflazione che continua a essere attorno allo 0,4%, troppo lontano dall’obiettivo del 2%.

 

Riconoscendo eventi eccezionali che disegnano un futuro molto incerto – come la caduta del prezzo del petrolio e delle materie prime, le recenti difficoltà dell’economia cinese, la persistente anemica crescita dell’Europa e le difficoltà delle economie emergenti – si è dunque scelto di proseguire la politica monetaria adottata dal lontano 2008 dalla FED.

 

The  Federal Reserve building in Washington(Il quartier generale della FED di Washington)

 

La lungimiranza di Janet Yellen

 

Tuttavia, la presidente FED Janet Yellen nella conferenza stampa a chiusura del meeting FOMC, ha affermato che “la ripresa dalla Grande Recessione procede in modo sufficiente e la domanda interna è sufficientemente robusta da fornire argomenti per un prossimo aumento del tasso sui fondi federali”. I documenti pubblicati rendono anche chiaro come ben 13 su 17 membri del FOMC ritenevano appropriato un aumento del tasso sui fondi federali allo 0,375% già nel 2015, con un target di lungo periodo al 3,75%.

 

Ricapitolando: l’economia americana cresce, ma non abbastanza da rendere possibile un aumento dei tassi d’interesse, che farebbe aumentare le sottoscrizioni sui bond a stelle e strisce e, richiamando capitali dall’estero (in particolare dai BRICS già in crisi) accrescerebbe il valore del dollaro rispetto a tutte le altre valute.

 

L’effetto combinato di queste conseguenze produrrebbe una riduzione delle esportazioni e un aumento delle importazioni, anche dall’Europa. E, poiché la domanda che si orienta sui beni importati non fa crescere il PIL, creerebbe anche una significativa riduzione della crescita economica, nonostante la domanda interna sia sostenuta dalle politiche fiscali espansive dell’Amministrazione Obama. Con buona pace di tutte quelle cosiddette teorie che prevedono una crescita dell’inflazione quando il tasso di disoccupazione raggiunge una certa soglia e che sono costrette a rivedere continuamente al ribasso il tasso di disoccupazione, giacché l’inflazione continua a ridursi al decrescere della disoccupazione.

 

Spain's Treasury and Public Administrations Minister Montoro poses during the presentation of the 2016 budget at the Spanish parliament in Madrid(Il ministro delle finanze spagnolo Cristobal Montoro)

 

Il confronto con l’Europa

 

Si tratta della classica soluzione da manuale di economia che, tuttavia i governanti dell’Europa continuano a voler ignorare, ostinandosi in una politica fiscale restrittiva nonostante molti fattori, non ultimo la contrazione della popolazione in età lavorativa, rendano attuale lo spettro della stagnazione secolare. Il Quantitative easing della BCE è stato accettato obtorto collo dai falchi tedeschi (pur con un colpevole ritardo di ben 7 anni rispetto a quanto fatto da americani e inglesi) che, tuttavia, continuano a opporsi ferocemente all’avvio di politiche fiscali espansive.

 

I risultati di questo ritardo e di questa opposizione sono evidenti: tutte le economie continentali arrancano o cadono in crisi, ultimo caso quello della più volte magnificata Finlandia, che per il quarto anno è in recessione e registra un tasso di disoccupazione del 17%, mentre l’inflazione è inchiodata a valori decimali.

 

Incuranti della desolazione economica e sociale che l’ostinata ottusità rigorista produce nell’Unione Europea, gli apologeti dell’austerità e della svalutazione interna, cioè della riduzione dei salari per ridurre i costi di produzione, sono soliti citare sempre nuovi modelli di successo: prima l’Irlanda, ora la Spagna e il Portogallo. Ma le cose stanno veramente così?

 

Non proprio. Non solo il PIL spagnolo è ben al di sotto del 2008, ma anche il suo movimento tendenziale è ben inferiore al trend di crescita registrato prima della crisi dei sub-prime. Inoltre, come sottolineato dall’ultimo rapporto della Commissione Europea sull’economia spagnola del giugno scorso, Madrid continua a essere un sorvegliato speciale: per l’elevato livello del debito pubblico e privato; la scarsità di investimenti, anche internazionali; l’elevato livello di disoccupazione; l’incerto andamento della bilancia delle partite correnti, che ha finora beneficiato del collasso dell’industria delle costruzioni più che di un imponente affermazione dei prodotti iberici nei mercati mondiali; e, last but not the least, per “il drastico peggioramento di tutti gli indicatori sociali”.

 

In conclusione, nonostante il sussulto di un +0,1% di crescita del PIL salutato con toni giubilari, la situazione dell’Unione Europea continua a essere sconfortante e l’unica alternativa alla prolungata stagnazione-deflazione continua a passare per la porta stretta di un’energica politica fiscale espansiva. Ma l’UE continua a non voler capire la lezione americana e inglese.