STATI UNITI D'AMERICA -

Secondo diversi esperti sarà la Cina, e non gli Stati Uniti, a beneficiare del ritiro di Washington dall’accordo di libero scambio nel Pacifico. Difficile però credere che un uomo d’affari come il tycoon newyorchese non abbia già pensato a un piano b

Trump

Vai alla scheda paese Commenta l'articolo (0)

di Priscilla Inzerilli

A pochi giorni dal suo insediamento ufficiale alla Casa Bianca, il nuovo presidente americano Donald Trump sembra avere tutta l’intenzione di rispettare le promesse fatte in fase di campagna elettorale. L’ordine esecutivo, firmato lo scorso lunedì 23 gennaio, che predispone il ritiro degli Stati Uniti dal Trattato di libero scambio nel Pacifico TPP (Trans Pacific Partnership) appare un atto per lo più formale, dal momento che l’accordo non era ancora stato ratificato dal Senato, ma di valore altamente simbolico. America first, prima i lavoratori americani, ha più volte ribadito Trump dal giorno del suo insediamento alla Casa Bianca. Ma non solo.

 

Il trattato transpacifico rappresentava infatti, soprattutto, il perno della politica estera del suo predecessore Barack Obama, incentrata sul rilancio della potenza USA in Asia Orientale e sul contenimento dell’espansione cinese nella regione. Esso prevedeva una maggiore integrazione economica tra i dodici Paesi che si affacciano sull’Oceano Pacifico – Canada, Cile, Messico, Perù, Australia, Brunei, Giappone, Malesia, Nuova Zelanda, Singapore, Vietnam e Stati Uniti – attraverso l’applicazione di regolamenti comuni, l’abbattimento delle tariffe doganali e l’uniformità delle norme sul diritto d’autore.

 

TPP

 

 

La strategia economica cinese in Asia 

Un accordo dal quale, come risulta evidente, rimane esclusa proprio la Cina, che nel frattempo non è però rimasta con le mani in mano. Pechino ha infatti sviluppato a sua volta la propria versione di integrazione economica regionale, ovvero la RCEP (Regional Comprensive Economic Partnership), che comprende diversi attori già inclusi all’interno del TPP. Alla RCEP partecipano infatti i Paesi dell’area ASEAN (Association of South-East Asian Nations di cui fanno parte Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malesia, Myanmar, Fiilippine, Singapore, Tailandia e Vietnam) più Australia, India, Giappone, Corea del Sud e Nuova Zelanda, mentre restano fuori dai giochi gli Stati Uniti.

 

RCEP (Regional Comprensive Economic Partnership)

 

“Non possiamo permettere a Paesi come la Cina di scrivere le regole dell’economia globale”, aveva affermato Obama lo scorso anno. E il Trans-Pacific Partnership sarebbe stato il perfetto ‘cavallo di Troia’ per accedere all’immenso mercato asiatico. Una prospettiva che, come era prevedibile, non è mai stata accettata dalle autorità di Pechino. “La Cina non ha mai inteso insinuare che le regole del commercio possano essere scritte dalla Cina o da qualsiasi altro Paese da solo”, ha chiarito il governo cinese, invitando però i rappresentanti dei 21 Paesi intervenuti all’ultimo vertice APEC (Asia-Pacific Economic Corporation), tenutosi a Lima lo scorso 19 novembre, a rifuggire le logiche “sbagliate” dei patti esclusivi – come il TPP – e ad abbracciare un’idea di integrazione economica “egualitaria e di cui possano beneficiare tutti”.

 

Il futuro peso economico degli USA in Asia

Non sono in pochi, d’altra parte, a ritenere che la mossa di Trump non avrà come conseguenza che quella di lasciare alla Cina ampi spazi di manovra per rafforzare la propria rete di alleanze e accrescere la propria egemonia economica e politica nella regione, spingendo gli “indecisi” a muoversi definitivamente verso il partenariato economico a guida cinese. Un’idea che è stata espressa da diversi analisti e figure istituzionali, come Michael McFaul, ex ambasciatore americano in Russia, che ha affidato a un caustico tweet il proprio commento sulla decisione del neo presidente di abbandonare il TPP: “Con il ritiro dal TPP oggi, Trump – “l’uomo d’affari” – appena consegnato alla Cina una gigantesca vittoria. Gratuitamente”.

 

Al commento di McFaul si sono uniti quelli del diplomatico Richard N. Haass e di Edward Alden, del Council on Foreign Relations, secondo i quali il ritiro degli Stati Uniti dal TPP non farà altro che rallentare la crescita degli Stati Uniti, indebolendo la sua immagine di fronte al mondo, tutto a vantaggio della Cina.

 

La prima regola della negoziazione, secondo Haass, è quella di non dare mai via qualcosa per niente. Ma da navigato “uomo d’affari” qual è, il presidente americano avrà sicuramente già pensato a un ‘piano b’ per trasferire il confronto economico con Pechino su un terreno più favorevole agli Stati Uniti e lasciarsi definitivamente alle spalle la fallimentare strategia del Pivot to Asia di Obama.