STATI UNITI D'AMERICA -

Nel meeting a Washington il presidente americano si è detto pronto a «trovare una soluzione» alla questione israelo-palestinese. Ma per riavviare i negoziati si dovrà andare oltre le buone intenzioni

TRUMP ABBAS

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Il 4 maggio a Washington il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha incontrato per la prima volta il capo dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas. Chi pensava che con questo faccia a faccia si sarebbe sbloccato il processo di pace tra Israele e palestinesi, è rimasto deluso.

 

Dopo gli otto anni di presidenza di Barack Obama, durante i quali gli Stati Uniti hanno di fatto rinunciato a esercitare un ruolo di primo piano nel tentativo di trasformare gli accordi di Oslo del 1993 in un vero trattato di pace, il nuovo inquilino della Casa Bianca ha tentato di dare nuovo impulso al dialogo tra israeliani e palestinesi, anche se dal meeting di Washington non sembrano essere emerse prospettive concrete sulla possibilità di avviare un serio confronto tra le parti in causa.

 

«Ho sempre sentito dire che l’accordo più difficile da raggiungere è l’accordo tra Israele e palestinesi – ha detto il presidente Trump ai giornalisti convocati nel giardino delle rose della Casa Bianca al termine dell’incontro con Abbas -. Vediamo se riusciamo a dimostrare che chi sostiene questa tesi si sbaglia. Noi faremo l’accordo».

 

ISRAELE PALESTINA

 

Da parte sua, l’anziano leader dell’Autorità Nazionale Palestinese (82 anni) ha replicato che il suo popolo mira a un unico risultato strategico: «La soluzione dei due Stati, con uno Stato palestinese con Gerusalemme Est come sua capitale in grado di vivere pacificamente al fianco dello Stato di Israele lungo le frontiere del 1967». Si tratta di un’affermazione importante perché, stando a quanto ha affermato in conferenza stampa, Abbas ha riconosciuto l’esistenza dello Stato di Israele, cosa che nello statuto della sua organizzazione politica, Al Fatah, viene negata laddove si parla di «entità sionista» che deve essere eliminata dalla carta geografica della Palestina.

 

Israele-Palestina: dal 1947 a oggi

Altri due riferimenti contenuti nella frase del leader palestinese sembrano rilevanti: il primo è quello relativo alla soluzione dei “due Stati”, il secondo è quello che rimanda alle frontiere del 1967. È bene ricordare che la soluzione dei “due stati” in Palestina, uno arabo e l’altro ebraico, è sul tappeto da ben settant’anni, da quando l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nel novembre del 1947, approvò la spartizione della Palestina in due entità politiche e nazionali, una ebraica e l’altra arabo-palestinese.

 

 

La spartizione venne rifiutata non solo dai leader politici palestinesi – primo tra tutti il Gran Mufti di Gerusalemme, Amin Al Husseini che aveva trascorso gli anni della seconda guerra mondiale a Berlino ospite di Hitler – ma da tutto il mondo arabo. Il risultato fu la guerra del 1948, quando l’armata di volontari della Arab Liberation Army, al comando del libanese Fawzi al-Qawuqji, invase l’area assegnata agli ebrei sostenuta dagli eserciti regolari di ben cinque Stati arabi: Egitto, Libano, Giordania, Iraq e Siria.

 

Six-Day-War(Guerra dei Sei Giorni, 5-10 giugno 1967: soldati dell’esercito israeliano) 

 

In quella che Israele chiama la sua “Guerra di indipendenza”, le armate arabe subirono una cocente quanto inaspettata sconfitta, da cui ebbe origine la “Nabqa” (“Catastrofe”) degli abitanti palestinesi che fuggirono in massa dalle aree occupate dagli israeliani per vivere nei decenni successivi in fatiscenti campi profughi in Giordania, Libano e Siria. Qui, da allora, almeno due generazioni di palestinesi sono stati allevati all’insegna dell’odio per Israele e dell’ineluttabile “ritorno” nelle terre occupate dall’“entità sionista”.

 

KIPPUR(Guerra del Kippur, 6-25 ottobre 1973: al centro il premier israeliano Golda Meir)

 

Nei confronti successivi – la Guerra dei Sei Giorni del 1967 e quella del Kippur del 1973 – gli eserciti arabi hanno subito ulteriori sconfitte militari. Sconfitte che hanno contribuito ad aggravare le condizioni del popolo palestinese, accrescendone l’ansia di riscatto e di rivincita. In particolare, con la guerra del giugno del 1967, conquistando Gerusalemme, la riva occidentale del Giordano (la West Bank) e il Sinai egiziano, Israele ha occupato e colonizzato ulteriori territori. Il Sinai venne restituito all’Egitto di Anwar Al Sadat dopo gli accordi di Camp David del 1978, che sancirono la pace tra Israele ed Egitto con l’apertura formale di relazioni diplomatiche.

 

La West Bank venne ceduta in parte all’Autorità Nazionale Palestinese solo nel 1993, dopo gli accordi di Oslo, e rappresenta, insieme alla Striscia di Gaza, il nucleo fondante di quello che “potrebbe” essere uno Stato Palestinese. “Potrebbe”, in quanto il conflitto a bassa intensità tra palestinesi e israeliani non è mai cessato, e Israele rifiuta qualsiasi dialogo finché la sua controparte palestinese non riconoscerà formalmente pubblicamente il suo diritto all’esistenza.

 

GAZA RAZZI

 

Hamas contro Al Fatah

La situazione del difficile dialogo tra due popoli costretti dalla storia e dalla geografia a vivere comunque l’uno al fianco dell’altro, è aggravata dalle apparentemente insanabili contrapposizioni politiche in campo palestinese, con Hamas – la formazione più estremista anche sul piano dell’integralismo islamico – che governa la Striscia di Gaza e Al Fatah che, con Abbas, governa i territori della West Bank.

 

Hamas non soltanto lancia, con cadenza quasi quotidiana, razzi sulle città israeliane di Sderot e Ashdod, ma ha ispirato e sostiene la cosiddetta “Intifada dei coltelli”, una nuova forma di terrorismo “spontaneo” che negli ultimi anni ha provocato decine di vittime in Israele.

 

HAMAS(Un’esercitazione militare dei miliziani di Hamas a Gaza City)

 

Abbas e la sua organizzazione Al Fatah, nonostante i discorsi di maggiore moderazione rispetto ai rivali di Hamas, è accusata di sostenere dietro le quinte l’“Intifada dei coltelli” in quanto ha stanziato la cifra di 315 milioni di dollari l’anno per fornire sostegno economico alle “famiglie dei martiri”, vale a dire alle famiglie dei terroristi uccisi o imprigionati dopo gli attentati compiti per strada.

 

Hamas lo scorso primo maggio, dunque alla vigilia della visita di Abbas a Washington, forse nel tentativo di spiazzare il leader di Al Fatah, il cui consenso presso il popolo palestinese continua a calare, ha emesso un comunicato nel quale auspica la costituzione di uno Stato palestinese «nelle frontiere del 1967» ma continua a negare il diritto all’esistenza dello Stato di Israele.

 

Il futuro dei negoziati

Tra sospetti e odii reciproci, sgambetti politici, ambiguità dialettiche e mosse diplomatiche, il confronto in atto tra le due anime della Palestina – quella estremista di Hamas e quella più moderata di Al Fatah – e quello mai risolto tra palestinesi e Israele, complicano i giochi sulla scacchiera mediorientale, in un momento nel quale tutto il mondo arabo osserva con preoccupazione gli sviluppi nefasti delle “primavere arabe” in tutta l’area e mostra scarso interesse ai problemi della Palestina.

 

Dopo il sostanziale immobilismo dell’amministrazione Obama che ha trascurato per anni i delicati dossier sul Medio Oriente, l’impegno di Trump di «trovare una soluzione» al conflitto israelo-palestinese appare lodevole. Ma dal suo incontro con Mahmoud Abbas, a parte le buone intenzioni, non sono emerse indicazioni realistiche sulla ripresa del processo di pace. Per trovare una via di uscita accettabile a una situazione di crisi che dura da settant’anni, le buone parole non basteranno.

Alfredo Mantici