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Il confronto televisivo del 19 ottobre non ha detto nulla di nuovo su programmi, punti di forza e debolezze dei due candidati alla Casa Bianca. Le foto da St. Charles nel Missouri

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di Alfredo Mantici

 

Come era stato ampiamente previsto, l’ultimo duello televisivo mandato in onda la sera di mercoledì 19 ottobre da Las Vegas tra Hillary Clinton e Donald Trump passerà alla storia non per la profondità dei temi trattati ma per la maleducazione con la quale i due candidati alle elezioni presidenziali americane si sono affrontati, senza esclusione di colpi e di insulti.

 

Cominciamo dalla fine: per la prima volta da quando sono stati istituiti i dibattiti in tv tra i candidati presidenziali (il primo si tenne nel 1959 e vide contrapposti John Kennedy e Richard Nixon), i due concorrenti al termine dello scontro non si sono stretti la mano. Un’infrazione all’etichetta molto grave in un Paese che per tradizione tiene molto alla forma, anche quando questa sconfina nell’ipocrisia.

 

Si pensi che, nell’aprile del 1865, al termine della guerra civile, quando il generale Ulysses Grant, nordista, chiese al suo avversario del Sud, il generale Robert Lee, la resa incondizionata dell’esercito confederato ormai sconfitto, firmò la lettera con le sue richieste ultimative con la frase “your most obedient servant” (“il vostro umilissimo servitore”), segno che anche in guerra si potevano conservare piccole tracce di educazione. Ebbene, anche queste tracce sono scomparse nella furia del dibattito finale.

 

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Sotto la guida di Lew Wallace, giornalista della rete televisiva Fox News, il dibattito per i primi minuti è sembrato correre sui binari tradizionali dei precedenti: dopo alcune battute sui temi dell’immigrazione clandestina e del controllo sulla vendita delle armi, lo scambio di idee si è rapidamente deteriorato quando la Clinton, sostenendo che i russi hanno tentato di condizionare la campagna elettorale con ripetute incursioni elettroniche nei server del Comitato Elettorale Democratico (come, a suo dire provato dalle conclusioni “raggiunte da 17 agenzie di intelligence del Paese […]”), ha definito il suo avversario un “fantoccio di Putin”. Un’accusa alla quale Trump ha “signorilmente” risposto definendo la candidata democratica una nasty woman, un termine che nello slang americano significa sia “donna sessualmente facile ed eccitante” che più semplicemente “donna disgustosa”.

 

Mentre il povero moderatore invitava i due candidati a non parlare contemporaneamente coprendosi a vicenda, la Clinton ha parlato di Trump come di un uomo inadatto a ricoprire il ruolo di presidente e ricordato le accuse, piovute a pioggia su Trump negli ultimi giorni, di molestie sessuali ai danni di donne che si sono fatte avanti per dipingerlo come un volgare dongiovanni. Smentendo di essere un molestatore seriale, il candidato repubblicano ha dichiarato che le sue accusatrici mentono e che hanno orchestrato una campagna di calunnie nei suoi confronti – rispetto alle quali, essendo innocente, non ha “neanche chiesto scusa alla moglie” – perché alla ricerca di una “facile fama” o in quanto convinte dagli strateghi della campagna della Clinton”.

 

È difficile, per chi ha seguito il dibattito televisivo, farsi un’idea reale delle differenti strategie politiche dei due candidati, uno dei quali quando diventerà il nuovo inquilino della Casa Bianca avrà un’indubbia influenza sugli equilibri mondiali, in tema di economia globale o di misure idonee a ristabilire la pace in Medio Oriente. È emerso che Trump forse tenterà di migliorare le relazioni con la Russia (di qui l’accusa di essere un “fantoccio di Putin”), mentre la Clinton sembra decisa a inasprire i toni e i termini del confronto con il Cremlino. Il resto è apparso come una stanca, ancorché eccitata, ripetizione di slogan già sentiti contro i messicani da parte di Trump, che ha ribadito di voler ripulire il Paese dei “bad hombres”, e di pesanti insinuazioni della Clinton sull’equilibrio mentale del suo avversario.

 

Al termine del confronto Trump si è spinto a fare una dichiarazione che forse voleva essere spiritosa, ma che ha invece provocato ansia e allarme nel mondo giornalistico, che infatti ne ha fatto il tema conduttore dei commenti sul dibattito di ieri. Non avendo ancora deciso se considerare o meno queste elezioni “corrette”, il tycoon newyorkese ha concluso il suo intervento con un colpo di teatro: “deciderò, al momento opportuno se accettare il verdetto elettorale in caso di sconfitta, perché non posso escludere la possibilità di brogli. Per ora vi tengo in uno stato di suspense […]”.

 

Insomma, chi si attendeva un dibattito serio sul futuro degli Stati Uniti dopo il prossimo 8 novembre, è rimasto deluso, come sono probabilmente rimasti delusi gli elettori americani che stando ai primi sondaggi non hanno abbandonato le posizioni già assunte nelle scorse settimane, con una maggioranza non eccessiva a favore della Clinton, una maggioranza che a tutt’oggi non le assicura però la certezza della vittoria. Dall’altra parte, c’è invece una solida minoranza di “trumpiani” che continua ad apprezzare i toni e gli atteggiamenti del candidato repubblicano.

 

Si tratta di due Americhe divise e contrapposte come non mai. A incidere alla fine sarà la decisione che prenderà la parte significativa dell’elettorato indeciso. Scegliere però non sarà semplice perché quella a cui abbiamo assistito è una campagna elettorale che, per responsabilità di ambedue i concorrenti, è stata veramente “nasty”.

 

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