STATI UNITI D'AMERICA -

Mentre il popolo americano grida allo scandalo per discriminazioni e presunti diritti lesi, a montare la protesta sono gli esclusi dall’inner circle del presidente, dominato dai suoi consulenti speciali

U.S. President Donald Trump

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di Luciano Tirinnanzi

@luciotirinnanzi

 

È vero. Donald Trump è un personaggio estremo, divisivo, tagliente e anche un po’ insolente. Un uomo capace di suscitare odio sincero, disgusto, riprovazione in chi ascolta le sue intemerate. Di certo, non è una di quelle persone che restano indifferenti. Ciò nonostante, l’8 novembre 2016 è stato eletto 45esimo presidente eletto degli Stati Uniti d’America e, in conseguenza di ciò, la Costituzione americana gli ha conferito la facoltà di agire come meglio crede nell’ambito dei poteri che la Carta del 1787 attribuisce ai presidenti in carica (vedere articolo 2 Sezione 1).

 

Il presidente è titolare del potere esecutivo secondo la legge e, per esercitare questa autorità, ha a sua disposizione strumenti come l’emanazione di atti immediatamente applicabili, ovvero gli executive orders. Anche se la questione è pacifica e arcinota tanto ai giuristi quanto ai semplici cittadini americani, la serie di molti dei provvedimenti emanati nei primi giorni di presidenza hanno destato inatteso scandalo e vibranti proteste presso una larga parte della popolazione americana e, quel che è peggio, presso ampie porzioni dello stesso governo.

 

Il più contestato tra gli executive orders è stato quello relativo al bando temporaneo dal suolo statunitense per gli immigrati provenienti da Iran, Iraq, Siria, Libia, Yemen, Sudan, Somalia. Una norma peraltro già annunciata in campagna elettorale da Trump che, tuttavia, il ministro della Giustizia reggente Sally Yates (di provata fede obamiana) ha deciso di non difendere. Al contrario, Yates ha ordinato di fare in modo che l’atto presidenziale venisse boicottato nelle cause presso i tribunali. Ragion per cui è stata prontamente dimessa da Trump.

 

TRUMP DIVIETO PAESI ISLAMICI

 

Perché è accaduto tutto ciò? L’executive order varato da Trump rientra nelle consuetudini della legge americana e solo la Corte Suprema può rigettarlo. Dunque, delle due l’una: o i poteri dello stato non accettano più la legge, o la accettano. Ed essendo improbabile la prima ipotesi, è più corretto affermare che la pietra dello scandalo non sia soltanto il contenuto di quella specifica legge, ma il modo in cui questa è stata promulgata e chi ne ha ispirato le parole.

 

I precedenti di Obama e le Nazioni Unite

Anche Barack Obama aveva fatto la stessa cosa non più tardi del gennaio 2016 (vedere più avanti), e George W. Bush prima di lui, senza che le loro decisioni provocassero un simile scandalo o terremoto politico. Stavolta, invece, la questione è arrivata fino al Palazzo di Vetro di New York, dove le Nazioni Unite si sono affrettate ad affermare che il decreto di Trump è in qualche modo “illegale e meschino” perché “la discriminazione sulla base della nazionalità è vietata dalle leggi sui diritti dell’uomo”. L’ONU è andata ancora oltre, asserendo addirittura che “il bando americano è uno spreco di risorse che potrebbero essere destinate alla lotta contro il terrorismo”.

 

In pratica, le Nazioni Unite si sono spinte fino a giudicare come Washington dovrebbe gestire le proprie finanze nella lotta al terrorismo. Il che è paradossale, dal momento che non un coro di protesta è giunto dal Palazzo di Vetro quando i siriani morivano a centinaia di migliaia sotto le bombe del regime di Assad e sotto i colpi di mortaio degli islamisti (ci ha dovuto pensare la Russia unilateralmente a risolvere la situazione).

 

 BUSH_OBAMA(Gli ex presidenti americani George W. Bush e Barack Obama) 

 

Come se non bastasse, le stesse persone che oggi agitano la bandiera della costituzionalità si dimenticano le uccisioni con i droni ordinate da George W. Bush e soprattutto dal premio Nobel per la Pace Barack Obama, il quale ha firmato un ordine presidenziale per eliminare fisicamente cittadini americani, condannandoli alla pena capitale senza passare per una corte di giustizia e senza alcun processo (chissà che direbbe di questo Sally Yates): è il caso dell’omicidio di Anwar Al Maliki, cittadino americano divenuto capo operativo di Al Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP), colpito da un drone nello Yemen nel settembre 2011.

 

Dov’erano i solerti guardiani dei diritti umani delle Nazioni Unite all’epoca? A dispensare un’ennesima inconcludente inchiesta per mezzo dell’Osservatorio speciale dei diritti umani. Osservatorio che adesso potrebbe pretendere di giudicare il decreto anti-immigrazione di Trump, ma che in otto anni ha taciuto sulle uccisioni mirate a distanza del presidente Obama, inflitte al di fuori di un contesto bellico immediato e ordinate senza alcuna tutela dei diritti costituzionali di cui invece godono i cittadini americani. Ma non è questo il punto.

 

Tutti contro i consiglieri speciali del presidente

Non sarà, invece, che i democratici e i non pochi avversari repubblicani di Donald Trump hanno cavalcato il caso perché non si rassegnano all’idea di aver perso le elezioni? O, peggio, non sarà forse che gli uomini del Dipartimento di Stato, della Homeland Security, così come il direttore dei servizi di intelligence e il Capo di Stato Maggiore sono adirati per il fatto di non essere stati consultati preventivamente sugli executive orders presidenziali?

 

Oggi, guarda caso, si è scoperto che la Commissione Giustizia della Camera ha aiutato lo staff di Donald Trump nel redigere quell’ordinanza, ma che lo ha fatto senza consultare il capo della Commissione, il repubblicano Bob Goodlatte. Così come John Kelly, generale dei Marines e oggi capo della Homeland Security, ha affermato di “essere stato tenuto fuori dal giro”. Via discorrendo, sono in molti a defilarsi o a risentirsi del fatto di non aver potuto metter bocca su questo e altri atti dell’esecutivo. Ragion per cui questa storia somiglia sempre più a uno scontro interno tra poteri, dove tutti si sfilano dalle responsabilità e al contempo indirizzano le colpe verso una meta precisa: l’inner circle di Donald Trump.

 

Steve Bannon(Steve Bannon, consigliere per la Sicurezza Nazionale del presidente Trump)

 

Ciò che agita maggiormente Washington D.C. e che alimenta i livori degli esclusi, è proprio il gruppo di consiglieri che si è creato intorno a Donald Trump: un clan sullo stile della “Camelot” di J.F.K., che (sempre secondo la legge) risponde unicamente al presidente delle proprie azioni. Nella cerchia di Trump siedono, tra gli altri, il cognato Jared Kushner in qualità di consulente per il Commercio e il Medio Oriente, il capo dello Staff Reince Priebus già referente del Tea Party, e il consigliere per la Sicurezza Nazionale, Steve Bannon. Proprio quest’ultimo, oltre a essere considerato l’anima nera della destra oltranzista americana, è il presunto burattinaio del discusso executive order anti-immigrazione.

 

Dietro le quinte si lavora già per far cadere Trump

Ora, sebbene la decisione abbia margini di contestazione più che evidenti, è però ancor più preoccupante il fatto che nei corridoi della Casa Bianca e del Congresso scorra un fiume carsico che lavora contro il presidente sin dalle settimane precedenti al suo insediamento. E le acque di questo fiume sono costantemente alimentate dagli “esclusi” dal potere. Alcuni obamiani, altri delusi della Clinton, ma soprattutto molti repubblicani doc.

 

Un giorno forse neanche troppo lontano, tutti questi peones vorranno impallinare il presidente attraverso un impeachment. Forse, però, attenderanno le elezioni di mid term, quando i repubblicani potranno consolidare definitivamente la maggioranza al Campidoglio. Intanto, puntano a rendergli la vita dura, posizionandosi in vista del disastro, che da qualcuno viene giudicato imminente e da altri inevitabile.

 

Così, in definitiva, mentre il popolo americano grida allo scandalo per discriminazioni e presunti diritti lesi, gli “scandalizzati a comando” si preoccupano di ben altro. E non sono certo i diritti delle persone, ma solo il proprio personale tornaconto. Lo scontro vero in atto oggi in America non è quello che vediamo nelle strade delle città e negli aeroporti statunitensi, ma dentro le oscure stanze del potere di Capitol Hill.

 

Il precedente decreto di Obama

L’Amministrazione Obama ha annunciato il 21 gennaio 2016 l’implementazione delle restrizioni al programma di esenzioni già approvato dal Congresso. Le restrizioni impedivano ai cittadini di 38 paesi che hanno viaggiato in Iraq, Siria, Iran o Sudan dal 1 Marzo 2011, o coloro che detenevano la cittadinanza di quei paesi, di entrare negli Stati Uniti. Ecco il testo tradotto dal sito della Homeland Security:

 

IMMIGRATI DECRETO OBAMA

 

Gli Stati Uniti iniziano l’attuazione delle variazioni al Visa Waiver Program (Programma di esenzione dei visti d’ingresso)


Data di rilascio: 21 gennaio 2016

 

WASHINGTON – Gli Stati Uniti hanno dato il via oggi a modifiche al Visa Waiver Program Improvement (VWP, Programma di esenzione dei visti d’ingresso) e al Terrorist Travel Prevention Act (Atto di prevenzione dai viaggi dei terroristi) del 2015. L’ufficio di Protezione delle Frontiere Doganali (CBP) statunitense accoglie più di un milione di passeggeri in arrivo negli Stati Uniti ogni giorno e s’impegna a facilitare i viaggi legittimi, pur mantenendo i più elevati standard di sicurezza e di protezione delle frontiere.

Ai sensi della legge, i viaggiatori delle seguenti categorie non sono più idonei a viaggiare o essere ammessi negli Stati Uniti nell’ambito del Visa Waiver Program (VWP):

- I cittadini dei paesi VWP che hanno viaggiato o sono stati presenti in Iran, Iraq, Sudan, Siria nel o dopo il 1 marzo 2011 (con limitate eccezioni per i viaggi a scopo diplomatico o dei militari in servizio di un paese VWP).

 

- I cittadini dei paesi VWP che sono anche cittadini di Iran, Iraq, Sudan, o Siria.

 

Queste persone saranno ancora in grado di richiedere un visto utilizzando il processo d’immigrazione regolare presso le nostre ambasciate o consolati. Per coloro che necessitano di un visto americano per affari urgenti, per ragioni mediche, o viaggi umanitari verso gli Stati Uniti, le ambasciate degli Stati Uniti e dei consolati sono pronte a esaminare le domande con procedura d’urgenza.

 

A partire dal 21 Gennaio 2016, i viaggiatori che attualmente hanno un valido Electronic System for Travel Authorizations (ESTA) e che hanno precedentemente indicato sulle loro applicazioni ESTA di avere doppia nazionalità di uno dei quattro paesi sopra elencati, si vedranno revocati i loro attuali visti ESTA.


Con la nuova legge, il Segretario della Homeland Security può rinunciare a queste limitazioni, se determina che tale rinuncia rientra nell’applicazione della legge o nell’interesse della sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Tali deroghe saranno concesse solo caso per caso. In linea generale, le categorie di viaggiatori che possono beneficiare di una rinuncia includono:

- Gli individui che hanno viaggiato verso Iran, Iraq, Sudan o Siria per conto di organizzazioni internazionali, organizzazioni regionali e governi sub-nazionali in missione ufficiale;


- Gli individui che hanno viaggiato verso Iran, Iraq, Sudan o Siria per conto di una ONG umanitaria in missione ufficiale;


- Gli individui che hanno viaggiato verso Iran, Iraq, Sudan o Siria come giornalisti per fini informativi;


- Gli individui che hanno viaggiato in Iran per legittimi scopi di business a seguito della conclusione del
Joint Comprehensive Plan of Action del 14 luglio 2015 (meglio noto come accordo sul nucleare iraniano, ndr);

 

- Gli individui che hanno viaggiato in Iraq per legittimi scopi di business.

 

Ancora, anche nel caso in cui i richiedenti ESTA ricevano un’esenzione che sarà determinata caso per caso, in linea con i termini di legge, continueremo a esaminare se e come tali deroghe possono essere utilizzate per la doppia cittadinanza nel caso di Iraq, Siria, Iran e Sudan.

 

Qualsiasi viaggiatore che riceve la comunicazione secondo cui non è più ammissibile a viaggiare sotto il VWP avrà ancora diritto a recarsi negli Stati Uniti con un visto valido per i non immigrati, rilasciato da un’ambasciata o consolato statunitense. Tali viaggiatori saranno tenuti a comparire per un colloquio e a ottenere un visto sui loro passaporti presso l’ambasciata o il consolato americano prima di partire per gli Stati Uniti.


La nuova legge non vieta di viaggiare per gli Stati Uniti, né l’ammissione negli Stati Uniti, e la grande maggioranza dei viaggiatori VWP non sarà influenzata dalla normativa.

 

Un’applicazione ESTA aggiornata con ulteriori domande è previsto che sia rilasciata alla fine di febbraio 2016, per indirizzare eccezioni per i viaggi diplomatico-militari previsti dalla legge.

  • Andrea Milton

    Guardi, con buona volontà sono venuto a leggere l’articolo, ma dopo aver letto:

    “Mentre il popolo americano grida allo scandalo…”

    Cioè, tutto il popolo americano? Anche quelle varie decine di milioni di cittadini che lo hanno votato proprio per bloccare l’immigrazione?

    ho smesso di leggere…e adesso andrò da un altra parte a leggere le notizie…