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Il rapporto tra Trump e l’FBI diventa sempre più complicato. Ma il ruolo ambiguo del Bureau nella politica americana ha una lunga storia

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Di Alfredo Mantici

Quattro giorni dopo la clamorosa sconfitta alle elezioni presidenziali americane dello scorso 8 novembre, la candidata democratica Hillary Clinton, durante una conference call con i maggiori finanziatori della sua campagna elettorale e nel pieno delle polemica sulle presunte interferenze di hacker russi nella campagna stessa, fece una sorprendente dichiarazione: “Ho perso le elezioni per colpa di James Comey, il direttore dell’FBI”.

Clinton si riferiva a un discusso – e discutibile – comunicato pubblico del capo della più importante forza di polizia degli Stati Uniti nel quale, solo sei giorni prima dell’apertura dei seggi elettorali, si riferiva dell’intenzione dell’FBI di aprire una “criminal investigation”, un’indagine per possibili reati di rilevanza penale nei confronti della candidata democratica per l’uso scorretto dei suoi server privati di posta elettronica nella trattazione di materiale riservato ufficiale, quando ricopriva la carica di segretario di Stato dell’amministrazione Obama. A parere di Hillary Clinton, questo annuncio alla vigilia delle elezioni le aveva alienato il consenso di un numero significativo di suoi potenziali elettori, presentandola come un esponente politico inaffidabile e superficiale.

Un direttore sui generis

Dopo la vittoria inaspettata di Donald Trump, James Comey è stato l’unico alto funzionario della precedente amministrazione ad essere confermato nel suo incarico dal nuovo presidente, una circostanza che ha autorizzato molti osservatori ad avanzare il sospetto che il direttore dell’FBI fosse riuscito a restare saldo sulla sua poltrona grazie all’aiutino fornito al candidato repubblicano con il suo comunicato del 2 novembre 2016. Della “criminal investigation” nei confronti di Hillary Clinton dopo le elezioni non si è più parlato, ma ormai il danno era stato fatto e in molti hanno ritenuto che, nei suoi primi quattro anni di mandato, Donald Trump non avrebbe avuto problemi con un Federal Bureau of Investigation mansueto e condiscendente. Perché, come ha commentato il web magazine Politico: “Da Richard Nixon a Bill Clinton, la storia dimostra che per un presidente avere il fiato sul collo dell’FBI, con le sue infinite risorse e i suoi pervasivi strumenti investigativi, non è mai una buona cosa”.

 

James Comey, Direttore FBI

(James Comey, Direttore FBI)

 

Nella giornata di lunedì 20 marzo, il direttore dell’FBI ha dimostrato che, nonostante tutto, il Bureau intende tenere “il fiato sul collo” del presidente Trump.

Affiancato dall’Ammiraglio Mike Rogers, direttore della National Security Agency (l’agenzia americana di spionaggio elettronico), James Comey durante un’audizione durata oltre 5 ore di fronte al Comitato Intelligence della Camera dei rappresentanti, ha fatto alcune dichiarazioni abbastanza sorprendenti per un funzionario dello stato che dipende direttamente dall’Attorney General, il ministro della Giustizia dell’Amministrazione Trump. Comey, trattando argomenti squisitamente politici che esulano dalle sue competenze di capo di una polizia federale, ha affermato che il presidente russo Vladimir Putin preferisce “trattare con uomini politici che hanno un background da uomini d’affari, come Silvio Berlusconi…”. Ha poi aggiunto che il suo ufficio sta investigando sulle possibili iniziative del Cremlino volte a influenzare le elezioni presidenziali attraverso la penetrazione dei sistemi informatici del comitato elettorale democratico: “Anche se – ha sostenuto Comey – le agenzie di intelligence non sono in grado di giudicare se la Russia sia riuscita a favorire l’esito finale delle elezioni, è opinione comune dell’intelligence che Putin odiava Hillary Clinton al punto di avere un’evidente preferenza per la persona che correva contro di lei (cioè Trump, ndr)”.

L’ombra lunga dei russi

Dopo aver riferito di non avere informazioni che confermino i tweet del presidente Trump in merito “alle presunte intercettazioni compiute con microspie installate negli uffici del candidato repubblicano nella Trump Tower per ordine della precedente amministrazione”, tornando a parlare dei russi Comey ha concluso sostenendo che, secondo lui, tenteranno di influenzare anche le elezioni presidenziali del 2020, e forse anche le elezioni di mid term per il rinnovo del Congresso del 2018. “Torneranno alla carica nel 2020 e forse anche nel 2018. Una delle lezioni che posso trarre da quanto è accaduto è che i russi hanno avuto successo (nel favorire la vittoria di Trump, ndr) perché sono riusciti a suscitare caos e discordia e a insinuare dubbi sulla natura di questo meraviglioso Paese e sul nostro processo democratico”.

 

Parole sorprendenti da parte di un capo dell’FBI che, è bene ricordare, è stato esplicitamente accusato da Hillary Clinton di aver fatto proprio quello di cui egli ora accusa Putin, e cioè di averle fatto perdere le elezioni. Non è chiara la ragione di questo intervento a gamba tesa nel dibattito politico americano da parte di un alto funzionario dell’amministrazione.

 

Il ruolo occulto dell’FBI

Quello che è certo è che Comey sembra mettersi nella scia della tradizione storica dell’FBI che, accanto alle sue funzioni di polizia federale, ha sempre svolto un ruolo occulto e ambiguo nella politica americana.

 

Il suo primo direttore, J. Edgar Hoover, è rimasto in carica dal 1924 alla data della sua morte nel 1972. Quarantotto anni di servizio ininterrotto durante i quali, spiando illegalmente presidenti e uomini politici, grazie a dossier pieni di informazioni imbarazzanti e potenzialmente ricattatorie, riuscì a costruire un sistema di potere inattaccabile. Di fronte alle insistenze dei suoi consiglieri che gli suggerivano di licenziarlo, il presidente Lyndon Johnson, con il suo schietto spirito texano, disse di Hoover nel 1963: «preferisco averlo dentro la tenda che piscia fuori piuttosto che fuori dalla tenda che piscia dentro […]».

 

Hoover, secondo i nostri standard, dovrebbe essere considerato il capo di un “servizio deviato”, un servizio che condiziona la politica piuttosto che servirla. La tradizione è continuata anche dopo la sua morte. Tra il 1972 -1974 il vice direttore dell’FBI, Mike Felt, assunse il ruolo di “Gola Profonda”, e cioè di fonte occulta di notizie segrete, fornendo clandestinamente a due giornalisti del Washington Post, Bob Woodward e Carl Bernstein, le informazioni che portarono alla scoperta delle operazioni clandestine orchestrate dalla Casa Bianca, note come lo “scandalo Watergate”, e alla caduta per impeachment del presidente Richard Nixon.

 

Da Hoover in poi l’FBI è spesso uscita dal seminato costituzionale. Ora il suo direttore, che forse vuole costruirsi le basi per una discesa in politica, usa il suo ruolo per mettere in difficoltà il suo presidente dopo aver messo fuori gioco il candidato democratico alle elezioni. Non si sa quali siano le vere intenzioni di James Comey. Quello che è certo è che, se in un sistema democratico gli organismi di sicurezza “fanno” politica invece di contribuire lealmente al processo decisionale dell’esecutivo, la situazione che ne deriva assume caratteri francamente eversivi.