ISRAELE -

Il tycoon vorrebbe spostare l’ambasciata USA a Gerusalemme, in opposizione alla proposta egiziana alle Nazioni Unite. La capitale israeliana potrebbe essere tra le prime sfide di politica estera del nuovo presidente

ISRAELE TRUMP

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di Luciano Tirinnanzi

@luciotirinnanzi

 

Il presidente eletto Donald Trump si è opposto alla risoluzione al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite presentata al palazzo di vetro di New York mercoledì 22 dicembre 2016 dall’Egitto, che chiedeva la condanna gli insediamenti israeliani, minacciando il veto americano. È quanto twittato a caldo dal presidente eletto e poi argomentato meglio dallo stesso Trump in una dichiarazione estesa rilasciata su Facebook lo stesso giorno, dove ha affermato: “la pace tra israeliani e palestinesi arriverà solo attraverso negoziati diretti tra le parti, e non attraverso l’imposizione di termini da parte delle Nazioni Unite”.

 

Si apprende che il tycoon ha convinto l’Egitto a ritirare temporaneamente quella risoluzione, con una telefonata intercorsa tra il presidente eletto e il capo dello Stato arabo, Abdel Fattah al-Sisi. “I due leader – afferma una nota diramata dalla presidenza egiziana – si sono trovati d’accordo sulla necessità di dare alla nuova amministrazione (americana, ndr) la possibilità di affrontare tutti gli aspetti della questione palestinese”.

 

Ecco ciò che si affermava nella proposta del Cairo: “gli insediamenti posti in essere da Israele nei territori palestinesi occupati dal 1967, compresa Gerusalemme Est, non hanno alcun valore legale e costituiscono una flagrante violazione ai sensi del diritto internazionale e uno dei principali ostacoli al raggiungimento della soluzione dei due Stati e di una pace giusta, duratura e globale”. La proposta chiede anche a Israele di “cessare immediatamente e completamente tutte le attività d’insediamento nei territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est”.

 

Un’altra risoluzione è stata poi presentata il 23 dicembre da Malesia, Senegal, Nuova Zelanda e Venezuela ottenendo l’approvazione con il voto favorevole di 14 stati membri su 15. Fondamentale è stata l’astensione degli Stati Uniti che per la prima volta non hanno fatto valere il loro potere di veto sulla risoluzione essendo uno dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. L’approvazione della risoluzione è stata definita “vergognosa” dal primo ministro israeliano israeliano Benjamin Netanyahu.

 

Israele attualmente controlla parte del territorio ex mandato britannico, in base al Piano di partizione della Palestina approvato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con la risoluzione 181 del 29 novembre 1947. Dopo la guerra combattuta nel 1948-49, i restanti territori arabi in Cisgiordania e Gaza furono incorporati tra Giordania ed Egitto ma, in seguito alla guerra del giugno 1967 contro Egitto, Siria e Giordania, Israele riguadagnò il controllo di entrambi i territori.

 

 

Donald Trump(Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump)

 

Dal 1994 la Cisgiordania e Gaza sono ufficialmente amministrate dall’Autorità Nazionale Palestinese, ma per una parte della diplomazia internazionale – in particolare quella che fa riferimento al mondo arabo – resta a tutt’oggi aperta la querelle sui territori occupati, compresa la parte orientale di Gerusalemme. Per parte sua, Israele considera l’intera città santa come la propria capitale, compresa Gerusalemme Est, che fino al 1967 era controllata dalla Giordania.

 

La proposta di risoluzione egiziana all’ONU negava a Israele quest’ultima possibilità, definendo esplicitamente Gerusalemme Est come parte integrante dei territori palestinesi occupati. Ed è proprio qui il punto nodale in cui s’inserisce l’azione di Donald Trump. Durante la campagna presidenziale, infatti, il presidente eletto aveva promesso di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e dichiarato di voler spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv. Ancora non si conosce la data in cui verrà votata questa risoluzione, ma c’è da credere che questa sarà una delle prime questioni importanti che Trump dovrà gestire e sulla quale verrà pesato il suo operato.