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La condivisione di informazioni d’intelligence segrete rientra tra i poteri conferiti al presidente americano dalla legge. Dallo scoop del Washington Post emerge semmai il tentativo di sabotare dall’interno l'Amministrazione USA

TRUMP LAVROV

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di Alfredo Mantici e Rocco Bellantone

Per interpretare in modo “laico” lo scoop con cui il 15 maggio il Washington Post ha dato notizia delle informazioni di intelligence top secret rivelate da Donald Trump al ministero degli Esteri russo Sergei Lavrov e all’ambasciatore russo Serghei Kislyak, è necessario anzitutto contestualizzare il clima che si respira dentro e all’esterno della Casa Bianca.

 

Da quando si è insediata lo scorso 20 gennaio alla guida del Paese, l’Amministrazione Trump deve infatti guardarsi non solo dalle critiche dell’opposizione e dei giornali notoriamente vicini ai democratici (tra i quali figura in prima fila il Washington Post), ma anche dal fuoco amico di esponenti della maggioranza repubblicana e di figure di vertice di diversi apparati dello Stato (tra cui le agenzie di spionaggio) che tentano quotidianamente di sabotarne dall’interno l’operato.

 

Fatta questa premessa, è possibile classificare l’articolo del Washington Post come l’ennesimo tentativo attraverso cui la (stragrande) parte della stampa americana, servendosi di soffiate e indiscrezioni fatte trapelare ad arte dalle stanze del governo, sta cercando in ogni modo di screditare il presidente legittimamente eletto Donald Trump.

 

Il contenuto dell’articolo del Washington Post

Nell’articolo pubblicato il 15 maggio, il Washington Post sostiene che nell’incontro avuto nello Studio Ovale lo scorso 10 maggio con Lavrov e con l’ambasciatore russo Kislyak, il presidente Trump abbia rivelato «informazioni in codice»(«code-word information») «altamente classificate» riguardo le capacità dello Stato Islamico di compiere attentati sugli aerei collocando ordigni esplosivi all’interno dei computer portatili. Nel dare la notizia, il Washington Post dichiara di aver ricevuto questa informazione da funzionari che operano all’interno dell’attuale Amministrazione.

 

RUSSIAGATE(I protagonisti del Russiagate secondo il Washington Post) 

 

Secondo il quotidiano americano, nel condividere questa informazione con la controparte russa Trump avrebbe violato la legge sul mantenimento del segreto sulle informazioni sensibili e agito contro gli interessi nazionali. Sono tre le accuse mosse al presidente: ha compromesso la fonte a cui gli Stati Uniti si sono affidati per ottenere questa informazione sulle mosse dello Stato Islamico; ha messo a repentaglio il rapporto di reciproca fiducia instaurato con il «partner» che ha permesso gli Stati Uniti di poter disporre di questa fonte; indicando il luogo da cui questa fonte avrebbe comunicato con l’intelligence USA (una città siriana situata nei territori controllati da ISIS, ndr); infine, ha permesso alla Russia di poter stringere il cerchio attorno a quelle aree da cui il Pentagono monitora le manovre militari di Mosca in Siria.

 

Le smentite dell’Amministrazione Trump

Le smentite da parte delle persone presenti all’incontro del 10 maggio sono state immediate. H.R. McMaster, consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ha ammesso che Trump e Lavrov hanno parlato di «minacce comuni da parte di organizzazioni terroristiche, incluse le minacce all’aviazione», smentendo però il contenuto dell’articolo del Washington Post: «L’articolo è falso. Ero lì, non è successo». Versione confermata dal segretario di Stato americano, Rex Tillerson, e dalla controparte russa. Trump ha invece affidato la sua replica al suo profilo Twitter: «Come presidente volevo condividere con la Russia (durante un incontro alla Casa Bianca programmato pubblicamente), cosa che ho il diritto assoluto di fare, fatti relativi al terrorismo e alla sicurezza del volo aereo. Ragioni umanitarie, inoltre voglio che la Russia rafforzi notevolmente la sua lotta contro l’ISIS e il terrorismo».

 

McMaster(H.R. McMaster, consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti)

 

Perché Trump non ha violato la legge

Nelle dichiarazioni di Trump, è un passaggio in particolare – «cosa che ho il diritto assoluto di fare» - a chiarire la questione. Secondo la legge degli Stati Uniti, la rivelazione di informazioni classificate come segrete è infatti nella totale disponibilità del presidente in carica. Oltre a questa funzione, non va dimenticato che il presidente degli Stati Uniti dispone: del potere di supervisionare l’operato di tutte le agenzie di intelligence, che operano in qualità di braccio informativo del governo; del potere di classificare i documenti e le informazioni da considerare segreti; del potere di autorizzare la diffusione di notizie segrete o diffonderle in prima persona a chiunque «egli giudichi opportuno farle conoscere».

 

Pertanto Trump nel condividere con Lavrov un’informazione sensibile sulle capacità di attacco dello Stato Islamico contro gli USA e contro i suoi Paesi alleati compiendo attentati sugli aerei, ha agito secondo i poteri conferitigli dalla Costituzione americana in qualità di comandante in capo. Ciò significa, inoltre, che qualora Trump avesse rivelato a Lavrov non solo la località in cui si trova la fonte utilizzata dagli USA ma anche la sua identità, lo avrebbe potuto fare senza violare alcuna legge.

 

Cosa emerge dallo scoop del Washington Post

Riguardo allo scoop del Washington Post, occorre soffermarsi almeno su altri tre elementi. Il primo rimanda alla natura delle informazioni segrete “svelate” da Trump a Lavrov. La possibilità che ISIS possa tentare di effettuare attentati a bordo di aerei era stata paventata pubblicamente mesi fa dall’Amministrazione Trump. Al fine di scongiurare questa minaccia, nel marzo scorso gli USA e il Regno Unito hanno introdotto nuove misure di sicurezza per i voli provenienti da Giordania, Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Turchia, Egitto, Marocco e Kuwait, vietando ai passeggeri di tenere in cabina dispositivi elettronici più grandi degli smartphone (dunque tablet, computer portatili, lettori e-book, console). Gli USA stanno adesso valutando la possibilità di estendere questo divieto anche ai voli provenienti dall’Europa. Considerando la Russia un alleato nella lotta al terrorismo internazionale, Trump ha evidentemente convenuto sull’opportunità di fare un punto su questa decisione con il ministro degli Esteri russo Lavrov.

 

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Il secondo elemento, quello più importante, è che la “notizia” della fonte siriana è evidentemente all’origine dell’iniziativa dell’Amministrazione Trump di proibire l’uso di dispositivi elettronici a bordo degli aerei provenienti dal Medio Oriente e Nord Africa assunta nel marzo scorso. È evidente, infatti, che Trump non si sia svegliato una mattina e abbia deciso di proibire l’uso dei laptop a bordo degli aerei dopo averlo sognato di notte. Se lo ha fatto, è perché gli è stato indicato da fonti di intelligence ritenute attendibili. Pertanto la “notizia” ricevuta in merito era una notizia di intelligence, e proprio per le sue caratteristiche la sua divulgazione – sotto forma del nuovo impegno dell’Amministrazione Trump a tutela dell’aviazione civile – ne ha ovviamente “bruciato” la fonte. In altri termini, fin dal giorno dell’annuncio delle nuove disposizioni sui voli, la misteriosa fonte della quale parla il Washington Post è stata certamente messa al sicuro dai suoi gestori. Di conseguenza, se Trump ha parlato di questo con Lavrov, non ha violato alcun segreto.

 

L’ultimo aspetto da sottolineare riguarda la fonte utilizzata dal Washington Post, vale a dire un funzionario del governo americano. In questa vicenda, se c’è qualcuno che ha violato la legge andando contro gli interessi degli Stati Uniti, e mettendone a rischio la sicurezza rivelando i contenuti di un confronto ai massimi livelli tra USA e Russia, è questa fonte.

 

Se c’è qualcosa che deve preoccupare l’America e i suoi organi di informazione è proprio questo: la presenza di funzionari governativi che, dall’interno, provano a ostacolare l’operato dell’Amministrazione con la complicità di pezzi del vecchio establishment, sabotandone le attività riservate con soffiate ai giornali che, queste sì, violano la legge e mettono in pericolo la sicurezza nazionale.