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Con un’abile mossa che rende omaggio al partito democratico, la cui candidata presidenziale era stata danneggiata per le sue dichiarazioni sul mailgate, Trump fa fuori un funzionario scomodo

U.S. President Trump delivers remarks at an event with veterans and Australia's PM Turnbull commemorating 75th anniversary of the Battle of Coral Sea, aboard USS Intrepid Sea, Air and Space Museum in New York

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Con una decisione improvvisa, che ha provocato shock e sconcerto nella Washington politica, nel tardo pomeriggio di ieri, 9 maggio, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha licenziato in tronco il direttore del Federal Bureau of Investigation, James Comey.

 

Con una durissima lettera, dai toni senza precedenti nella tradizione americana, Trump ha comunicato a Comey che il suo mandato era «interrotto (terminated) con effetto immediato» e che egli veniva quindi «rimosso dall’incarico». Trump ha aggiunto di essere d’accordo con il Segretario alla Giustizia, James Sessions, che gli aveva in precedenza segnalato che Comey non appariva più «in grado di dirigere in modo efficace il Bureau rendendosi quindi necessario trovare una nuova leadership dell’FBI capace di riconquistare la fiducia dei cittadini nella sua vitale missione a difesa della legge».

 

Parole lapidarie, che sono state comunicate a Comey mentre stava tenendo un discorso di fronte a una platea di agenti del Bureau, a Los Angeles. Quando un suo assistente lo ha interrotto porgendogli un biglietto con la notizia del licenziamento, Comey – secondo quanto riferito da alcuni dei presenti – ha sorriso, pensando che si trattasse di uno scherzo. Non si trattava di uno scherzo. Ma, almeno in apparenza, di una reazione spietata dell’amministrazione Trump alle ultime dichiarazioni rilasciate dal Direttore dell’FBI nel corso della sua audizione dello scorso 3 maggio.

 

FBI Director Comey testifies on Capitol Hill in Washington(l’ex direttore dell’FBI, James Comey)

 

Il caso mailgate

 

Quando cioè, di fronte allo Judiciary Committee del Senato, ha riferito della controversa vicenda dell’uso spregiudicato di computer personali da parte di Hillary Clinton e di suoi collaboratori nel trattare materiale classificato quando la democratica rivestiva la carica di Segretario di Stato. In quell’occasione, Comey ha sostenuto che la principale assistente della signora Clinton, Huma Abedin, aveva inoltrato al marito «migliaia di mail contenenti informazioni riservate», e che comunque egli «provava un senso di nausea» all’idea che l’inchiesta dell’FBI sull’uso improprio dei server privati fosse una delle cause della mancata vittoria della Clinton alle elezioni presidenziali dello scorso novembre.

 

Pochi giorni dopo, Comey era stato smentito dal suo stesso ufficio che, in un’imbarazzata comunicazione ufficiale ai senatori, aveva dovuto ammettere che solo «due mail contenenti informazioni sensibili» erano effettivamente state inoltrate dalla Abedin al marito. Può sembrare una piccola cosa, un’imprecisione veniale, ma la vicenda ha riacceso le polemiche sul ruolo ambiguo tenuto dal direttore dell’FBI durante la campagna presidenziale del 2016: per ben due volte, a luglio e poi a novembre, a pochi giorni dall’apertura dei seggi, Comey era intervenuto in modo inusuale, rendendo pubblica l’intenzione del suo ufficio di aprire un «criminal investigation», cioè un’inchiesta penale sulla Clinton per l’uso inappropriato dei suoi computer e per i conseguenti possibili danni alla sicurezza nazionale.

 

Quattro giorni dopo la sconfitta imprevista e inaspettata della candidata democratica, durante una conference call con i maggiori finanziatori della sua campagna elettorale e proprio mentre in America infuriavano le polemiche sulle presunte interferenze di hacker russi nelle elezioni, Hillary Clinton ha rilasciato questa sorprendente dichiarazione: «Ho perso le elezioni per colpa di James Comey, il direttore dell’FBI».

 

Quest’idea venne rafforzata, agli occhi dei democratici militanti e dell’opinione pubblica in generale, dalla decisione di Donald Trump – assunta poche ore dopo il suo insediamento alla Casa Bianca – di confermare Comey nel suo incarico alla direzione del Bureau, assunta nel 2013 con un mandato decennale.

 

Huma Abedin, aide to Democratic U.S. presidential candidate and former Secretary of State Hillary Clinton, points as Mrs. Clinton waves at the conclusion of the second official 2016 U.S. Democratic presidential candidates debate in Des Moines(Huma Abedin e Hillary Clinton)

 

Il Russiagate

 

Dopa l’inaspettata riconferma da parte di Trump, che lo aveva pubblicamente elogiato come «funzionario coraggioso», James Comey forse per dimostrare la sua imparzialità ha annunciato pubblicamente la ripresa delle investigazioni sulle possibili interferenze del Cremlino nel processo elettorale americano (il cosiddetto Russiagate), attirandosi le critiche della casa Bianca che ha sempre sostenuto che l’intera vicenda delle influenze russe fosse stata costruita su un castello di fake news, di notizie false.

 

La decisione di licenziare James Comey ha avuto come casus belli un memorandum inviato dal vice Segretario alla Giustizia, Rod Rosenstein, nella mattina del 9 maggio al suo diretto superiore, l’Attorney General James Session, e da quest’ultimo inoltrata alla Casa Bianca. Nel memorandum, Rosenstein accusava Comey di comportamento scorretto nelle investigazioni sulla Clinton per aver «usurpato le prerogative dell’Attorney General» in riferimento al luglio 2016, e per aver parlato in conferenza stampa d’indagini ancora in corso.

 

Rosentstein ha sostenuto, inoltre, che Comey ha perseverato nell’errore tra l’ottobre e il novembre successivo, quando ha parlato delle indagini in corso sul candidato democratico in una lettera al Congresso, resa immediatamente pubblica. Le conclusioni del memorandum del vice Segretario alla Giustizia sono state pertanto definitive: «il modo in cui il direttore dell’FBI ha gestito l’inchiesta sulle mail (della Clinton,ndr) è sbagliato. Come risultato è difficile che il Bureau possa riguadagnare la fiducia del pubblico e del Congresso finché non avrà un direttore che capisca la gravità degli errori compiuti e prometta che non si abbiano a ripete…».

 

Una mozione di sfiducia aperta e diretta che il presidente Trump ha colto al balzo per licenziare James Comey nel pieno delle investigazioni sul Russiagate. Una decisione politicamente inattaccabile proprio perché le sue motivazioni riecheggiano anzitutto le critiche mosse all’FBI proprio dai suoi avversari democratici, Hillary Clinton in primis. Una mossa abile sulla scacchiera della politica interna americana proprio alla vigilia dell’incontro ufficiale, in calendario per oggi 10 maggio alla Casa Bianca, tra il presidente e il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov. Tutto ciò dimostra, in conclusione, che Trump è un politico molto più navigato di quanto il suo curriculum lasci sospettare.

 

Per quanto riguarda invece chi sarà il prossimo direttore dell’FBI (che a sua volta dovrà gestire il dossier Russiagate), forse è presto per fare nomi. Ma occorre quantomeno ricordare che Rudolph Giuliani è l’unico dei fedelissimi di Donald Trump a non aver ancora avuto un incarico di rilievo.

 

U.S. President-elect Donald Trump stands with former New York City Mayor Rudolph Giuliani before their meeting at Trump National Golf Club in Bedminster(Rudolph Giuliani con Donald Trump)