STATI UNITI D'AMERICA -

Il miliardario newyorchese opta per un profilo basso nell’incontro con il presidente messicano, ma ribadisce l'intenzione di costruire un muro al confine tra i due Paesi

U.S. presidential nominee Trump and Mexico's President Pena Nieto shake hands in Mexico City

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di Rocco Bellantone

@RoccoBellantone

 

L’incontro del 31 agosto a Città del Messico tra Donald Trump e il presidente messicano Enrique Peña Nieto ha restituito agli Stati Uniti un’immagine diversa, e per certi versi inaspettata, del candidato repubblicano alla Casa Bianca. Volando in Messico per affrontare di persona ai massimi livelli istituzionali la spinosa questione del muro da costruire al confine tra i due Paesi per fermare i flussi degli immigrati irregolari e i traffici di droga in mano ai narcos, Trump di fatto ha ottenuto quello che voleva: essere accolto nella residenza presidenziale di Los Pinos con tutti gli onori che si riservano a un ospite importante e ricevere quel riconoscimento internazionale che adesso il tycoon newyorchese potrà far valere negli ultimi due mesi di campagna elettorale contro la candidata democratica Hillary Clinton.

 

All’accusa di non possedere né l’esperienza né il carattere necessari per affrontare impegni diplomatici all’estero, Trump ha risposto con una condotta composta, evitando sapientemente gaffe e mostrando rispetto nei confronti del padrone di casa che solo pochi mesi fa, per via della sua intenzione di blindare i confini tra USA e Messico con un muro da migliaia di chilometri che dovrà essere pagato dal governo messicano, lo aveva definito senza mezzi termini un “Hitler” o un “Mussolini” dei nostri tempi.

 

Nell’affrontare la prima vera e propria “prova del fuoco” oltreconfine, Trump ha così puntato sull’unica strategia possibile: profilo basso e tanto pragmatismo, con doverose parole di circostanza nei confronti dei milioni di messicani che lavorano in America e accenti positivi riservati ai rapporti economici che da sempre legano Stati Uniti e Messico (soprattutto nel settore manifatturiero), alla necessità di migliorare i termini dell’accordo commerciale NAFTA (North American Free Trade Agreement) e di combattere insieme il narcotraffico. Il tutto battendo sul tempo la sfidante Clinton, che all’invito di Nieto non aveva ancora risposto, e soprattutto sfruttando l’occasione del confronto diretto con il presidente messicano per ribadire alla controparte – ovviamente in modo molto più morbido rispetto al registro strabordante su cui ha battuto in questi mesi in giro per l’America – che se verrà eletto presidente punterà senza alcuna esitazione sulla costruzione del muro.

 

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Inquadrato esclusivamente in quest’ottica, il blitz in Messico di Trump è andato pertanto meglio di quanto molti avevano previsto. Che poi il candidato repubblicano, una volta scattata la foto di rito con Nieto, sia subito inciampato in delle contraddizioni sul reale andamento del faccia a faccia con il presidente messicano (il miliardario ha dichiarato che nell’incontro non si è parlato di chi e come avrebbe finanziato il muro, mentre Nieto ha affermato che all’inizio del confronto ha detto a Trump che il Messico non pagherà mai il muro, ndr), è un aspetto su cui marceranno per settimane i giornali di tutto il mondo ma che, probabilmente, interessa poco alla pancia dell’elettorato americano.

 

Rientrando negli Stati Uniti, come era prevedibile, a Phoenix Trump è tornato a infiammare i suoi sostenitori dell’Arizona con discorsi per nulla politicamente corretti proprio sul tema dell’immigrazione. In ordine sparso è tornato a ripetere che sarà il Messico a pagare al 100% la costruzione del muro tra i due Paesi, proposto la deportazione automatica per chiunque entri illegalmente negli Stati Uniti con l’istituzione di una “deportation task force”, la composizione di una lista di Paesi “a rischio” i cui cittadini non potranno entrare negli Stati Uniti, l’espulsione degli immigrati clandestini colpevoli di aver commesso reati. “Per coloro che si trovano negli Stati Uniti illegalmente – ha affermato – c’è solo un percorso da seguire: tornare nel loro Paese d’origine e fare domanda per il rientro negli USA secondo le regole del nuovo sistema di immigrazione che approveremo. Queste elezioni sono la nostra ultima possibilità di proteggere i nostri confini, fermare l’immigrazione clandestina e riformare le leggi per rendere la vita degli americani migliore. Non avremo un’altra occasione per risolvere questo problema. Dopo sarà troppo tardi”.

 

Toni forti che l’ala più conservatrice del partito repubblicano si aspettava da Trump. Con buona pace per quei giornali – con in testa il Wall Street Journal che ha definito il suo cambio di posizione repentino tra Città del Messico e Phoenix come un passaggio dal sublime al ridicolo – che nella sua comunicazione ondivaga vedono emergere un trasformista, un ipocrita, insomma un politico dai mille volti di cui nessun americano dovrebbe fidarsi.

 

Con il viaggio in Messico Trump ha però sorpreso tutti, e tornato negli USA, anziché smussare le sue posizioni, le ha estremizzate. Così ha stravinto le primarie repubblicane e così, a due mesi dalle elezioni presidenziali, conta di ottenere il voto di quei milioni di indecisi che non intendono più seguire le indicazioni dei Bush e del vecchio establishment americano e che mai e poi mai voterebbero i democratici, né tantomeno Hillary Clinton.

 

 

“Trump è stato bocciato al suo primo esame di politica estera. La diplomazia non è facile come sembra”, ha twittato la Clinton subito dopo la fine dell’incontro tra il tycoon newyorchese e Nieto. Ma gli ultimi sondaggi dovrebbero farla preoccupare. Secondo una rivelazione di Fox, al momento solo due punti percentuali distanziano la candidata democratica da Trump. La corsa verso la Casa Bianca è ancora lunga. E più il gioco si fa duro, più Trump sembra trovarsi a suo agio.