MESSICO -

Nonostante le ultime dichiarazioni, gli interessi economici in gioco imporranno al presidente messicano di scendere a patti con la nuova Amministrazione USA. Intervista all’ambasciatore del Messico in Italia Juan Jose Guerra Abud

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di Rocco Bellantone

@RoccoBellantone

 

Il giorno dopo la firma dell’ordine esecutivo con cui Donald Trump ha avviato ufficialmente l’iter per completare la costruzione del muro lungo il confine tra Stati Uniti e il Messico, è arrivata la replica del presidente messicano Enrique Peña Nieto. Il Messico “non pagherà alcun muro” ha affermato Pena Nieto. “Il Messico non crede nei muri. Condanno la decisione degli Stati Uniti di voler continuare la costruzione di un muro che, per anni, ci ha diviso anziché unirci”.

 

Una presa di posizione netta con la quale il presidente messicano non intende però affatto chiudere i rapporti con la nuova Amministrazione americana. Gli enormi interessi economici in gioco, derivanti dagli scambi commerciali tra i due Paesi, non lo permettono. Pena Nieto lo sa bene e per questo motivo nel suo discorso alla nazione trasmesso sulle tv messicane non ha fatto alcun riferimento alla possibilità di annullare o rinviare l’incontro che ha in programma con Trump il prossimo 31 gennaio a Washington, dove già si trova una delegazione del suo governo.

 

Trump_Nieto(L’incontro tra Nieto e Trump il 31 agosto 2016 a Città del Messico) 

 

Trump, dal canto proprio, almeno in questa prima fase non sembra essere intenzionato a fare alcun passo indietro. Il suo piano per contrastare i flussi migratori irregolari provenienti dal Centro e Sud America prevede non solo i lavori di ampliamento del muro al confine con il Messico (in totale 3.200 chilometri di barriere, costo stimato tra i 10 e i 25 miliardi di dollari che secondo Trump dovranno essere a carico del Messico al 100%), ma anche l’attribuzione di maggiori poteri alle autorità che monitorano le frontiere, l’assunzione di 10.000 nuovi funzionari per implementare i controlli e la creazione di altri spazi detentivi lungo il confine. Misure attraverso cui il nuovo presidente degli Stati Uniti intende archiviare definitivamente la strategia del catch and release” (“cattura e libera”) su cui aveva puntato il suo predecessore Barack Obama.

 

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L’intervista all’ambasciatore messicano in Italia

In attesa di conoscere l’esito del voto del Congresso sul piano voluto da Trump, riproponiamo un’intervista sulla questione all’ambasciatore del Messico in Italia Juan Jose Guerra Abud, pubblicata sul libro USA vs Trump, uscito nel settembre 2016 per Lookout Group.

 

Che pensa del muro proposto da Trump?

La mia è un’opinione personale. In una campagna elettorale si dicono molte cose e ciò che vedo in alcune delle dichiarazioni di Trump è una poca conoscenza di quali sono le relazioni commerciali tra Stati Uniti e Messico. Non è possibile pensare alla costruzione di un muro lungo la frontiera tra i due Paesi se prima non si pensa agli interessi economici che legano i due Paesi.

 

Perché allora Trump sostiene una soluzione così drastica?

Penso che Trump sia preoccupato principalmente per l’insicurezza e per i traffici di droga che passano tra il Messico e gli Stati Uniti. Ma queste sono preoccupazioni che condivide anche il governo messicano. Il Messico sta facendo uno sforzo grandissimo per combattere il narcotraffico e i cartelli della droga. Ma per essere realmente efficace questa lotta deve andare di pari passo con interventi che portino a un minor consumo di droga nei Paesi acquirenti, e dunque anche negli Stati Uniti. Perché se la domanda continua a essere alta, continuerà a esserlo anche l’offerta da parte dei narcotrafficanti.

 

USA VS.TRUMP - LOOKOUT NEWS - COPERTINA

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La costruzione di un muro che effetti avrebbe sulla vostra economia?

Ogni giorno un milione di persone attraversano la frontiera tra Messico e Stati Uniti. Siamo il secondo partner commerciale degli USA. Siamo i primi esportatori di prodotti manifatturieri per California, Texas e Arizona e i secondi esportatori per altri venti stati americani. Un’auto su dieci di quelle che circolano negli USA è stata prodotta in Messico. Dall’accordo NAFTA (North American Free Trade Agreement) firmato nel 1994, le nostre relazioni commerciali con gli USA, così come con il Canada, si sono rafforzate. Chi si oppone all’apertura e agli scambi tra questi mercati vuol dire che non sta comprendendo dove sta andando l’economia mondiale. La soluzione non è chiudere frontiere e fermare gli scambi, ma svilupparli e generarne di nuovi.