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Michael Flynn consigliere della sicurezza nazionale, Jeff Sessions procuratore generale e Mike Pompeo alla CIA. Il presidente punta su uomini di fiducia per rivoluzionare la politica interna ed estera degli Stati Uniti

Trump

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di Alfredo Mantici

 

Anche se mancano ancora tasselli importanti per definire l’assetto che Donald Trump intende dare alla sua Amministrazione, le prime nomine del nuovo governo degli Stati Uniti confermano quello che il tycoon newyorchese aveva già promesso in campagna elettorale. Per i ruoli più delicati – compresi quelli di segretario alla Difesa e di capo del dipartimento di Stato – Trump sta puntando a personaggi da lui considerati fedeli.

 

Michael Flynn al National Security Council

Il 18 novembre il prossimo inquilino della Casa Bianca, sorprendendo giornalisti ed “esperti”, ha riempito tre caselle di primo ordine per la sicurezza nazionale e per la politica estera. La prima è quella del National Security Council(NSC), l’organo che definisce e attua tutte le politiche di sicurezza dell’Amministrazione USA, al cui vertice è stato nominato il generale in pensione Michael Flynn, ex direttore della Defence Intelligence Agency (il Servizio Informazioni Militari, ndr), silurato da Barack Obama nel 2014 per aver espresso forti critiche nei confronti dell’approccio, da lui ritenuto troppo morbido nella lotta contro l’estremismo islamico.

 

Flynn, definito dai suoi critici un “ufficiale molto sfrontato”, era già finito nei guai nel 2003 quando aveva criticato l’invasione dell’Iraq definendola un “grossolano errore strategico”, opinione peraltro sempre manifestata da Trump. Prima di essere nominato a capo dell’intelligence militare, Flynn era stato responsabile dell’intelligence nello staff degli Stati Maggiori Riuniti e primo assistente del generale Stanley Mc Crystal quando questi comandava il contingente americano in Afghanistan.

 

michael_flynn(Michael Flynn)

 

Il generale Flynn si è anche espresso, sempre in sintonia con Trump, per un riavvicinamento tra gli Stati Uniti e la Russia. Durante tutta la campagna elettorale, dalle primarie al confronto diretto con Hillary Clinton, Flynn ha affiancato e sostenuto Trump, che all’atto della nomina lo ha definito “uno dei più grandi esperti di questioni militari e di intelligence del Paese”.

 

Flynn è stato ricompensato con un incarico di grande rilevanza, in quanto il consigliere per la Sicurezza Nazionale, se adeguatamente sostenuto dal suo presidente, può influire in modo decisivo sulle politiche di sicurezza degli Stati Uniti e definirne le strategie all’interno e all’estero. Per tutti vale l’esempio del ruolo svolto in passato da Henry Kissinger come capo del NSC durante la prima presidenza di Richard Nixon.

 

A Jeff Sessions il ruolo di attorney general

Come attorney general, vale a dire procuratore generale (l’equivalente del nostro ministro della Giustizia, ndr), Trump ha nominato il senatore repubblicano Jeff Sessions, 69 anni, da 19 membro del Senato come rappresentante dell’Alabama – stato nel quale ha già ricoperto la carica di responsabile della Giustizia – membro della potente commissione Giustizia del Senato. Quando all’inizio della campagna elettorale molti esponenti repubblicani avevano espresso dubbi e perplessità sulla candidatura di Trump nella corsa alla Casa Bianca, Sessions è stato uno dei pochi membri del parlamento di Washington a schierarsi apertamente e senza riserve a suo sostegno restandogli poi vicino anche nei momenti più delicati della campagna presidenziale, quando sembrava che alcune affermazioni “politicamente scorrette” del candidato repubblicano in tema di “guerra” all’immigrazione clandestina ne avrebbero azzerato le speranze di vittoria.

 

Trump ha definito Sessions “una mente legale di livello mondiale”. Ma quello che lo rende così vicino al presidente eletto non è tanto la sua sapienza giuridica quanto il suo appoggio alla piattaforma politica del nuovo presidente americano in tema di lotta all’immigrazione illegale e alla criminalità dilagante.

 

Jeff Sessions(Jeff Sessions)

 

Avendo salito tutti i gradini della sua carriera politica in uno stato segregazionista del sud come l’Alabama, Sessions è stato spesso criticato per prese di posizione definite razziste dai difensori dei diritti civili. Ma il suo ruolo sarà fondamentale nella stretta, preannunciata da Trump in campagna elettorale, verso i clandestini provenienti dal Messico e degli immigrati di religione musulmana nei confronti dei quali il nuovo attorney general intende studiare misure che rendano per loro molto difficile l’acquisizione della cittadinanza americana. Proprio sull’eccessiva facilità di accesso ai diritti di cittadinanza concessa da Barack Obama Trump ha fatto leva per vincere le presidenziali.

 

Mike Pompeo alla CIA

La terza nomina “strategica” annunciata da Trump il 18 novembre è stata quella del senatore repubblicano Mike Pompeo a capo della CIA (Central Intelligence Agency) al posto di John Brennan, un professionista dell’intelligence, funzionario dell’Agenzia dal 1980 e già capo del Counter Terrorist Centre.

 

Rappresentante del Kansas al Senato da tre legislature, Pompeo si è distinto come membro dell’Intelligence Committee e della commissione d’inchiesta sui fatti di Bengasi del 2012 (riferiti all’uccisione per mano di miliziani libici dell’ambasciatore americano in Libia, Christopher Stevens, ndr). In quella commissione Pompeo non ha mai lesinato critiche nei confronti dell’allora segretario di Stato, Hillary Clinton.

 

Con la nomina di Pompeo al vertice della CIA, l’agenzia di spionaggio americana sembra destinata a fungere, più che da organismo “laico” di raccolta e di analisi di informazioni utili alla sicurezza nazionale, da “braccio” operativo delle operazioni segrete degli Stati Uniti negli scacchieri geopolitici più turbolenti. È un ruolo che la CIA ha già ricoperto in passato e che è stato fonte di grossi problemi per le Amministrazioni coinvolte.

 

Infatti, ogni volta che la CIA ha abbandonato la sua principale missione – vale a dire la raccolta di informazioni segrete – Washington è finita sistematicamente in un mare di guai. È avvenuto molte volte in passato quando, come nel caso della nomina di Pompeo, i presidenti hanno messo al vertice dell’Agenzia non dei professionisti del settore, ma uomini politici di loro stretta fiducia che hanno puntato a usare le risorse della CIA non per le attività di spionaggio ma per operazioni paramilitari clandestine che poco hanno a che vedere con le finalità istituzionali dei servizi segreti.

 

Mike Pompeo(Mike Pompeo, foto huffingtonpost.com)

 

Due sono i casi più clamorosi di deviazione delle attività della CIA dai compiti informativi istituzionali, dovuti a decisioni di direttori troppo legati politicamente all’esecutivo. Il primo è quello di Allen Dulles, uomo di fiducia del presidente Eisenhower ereditato dalla presidenza Kennedy e fratello dell’allora segretario di stato John Foster Dulles. Ad Allen Dulles si deve la disgraziata operazione della primavera del 1961, conosciuta come “Baia dei Porci”, un tentativo maldestro di invasione di Cuba da parte di un gruppo di esuli anticastristi organizzati e finanziati dalla CIA.

 

Il secondo caso di operazioni clandestine (e illegali) pianificate ed eseguite sotto gli ordini di direttori della CIA fortemente politicizzati, è quello noto come operazione “Iran-Contras” del 1985-1986, quando l’allora direttore dell’Agenzia, Bill Casey – nominato al vertice dell’intelligence dopo essere stato il capo della campagna elettorale di Ronald Reagan – decise di appoggiare i controrivoluzionari del Nicaragua fornendo loro armi ottenute clandestinamente dall’Iran. In ambedue i casi i professionisti dell’intelligence americana manifestarono perplessità sulla liceità delle operazioni – regolarmente finite in clamorosi fallimenti – ma vennero messi a tacere da vertici “politici” forti dell’appoggio presidenziale.

 

È ancora presto per poter dire se la nomina di Pompeo alla direzione della CIA si porrà in una linea di continuità con quelle infelici dei suoi predecessori. Quello che è certo è che la struttura della sicurezza nazionale che emerge dalle prime tre nomine di Donald Trump, preannuncia cambiamenti decisi nelle prossime mosse di politica interna ed estera di Washington su un doppio binario politico: all’interno, una stretta nei confronti dei latinos illegali e dei musulmani; all’estero una possibile intesa con Mosca in una guerra senza quartiere al terrorismo islamico.