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Il governatore dell'Indiana ha vinto sugli altri due candidati per l’eventuale vicepresidenza: il governatore del New Jersey Chris Christie e l’ex speaker della Camera Newt Gingrich. Scelta che piace al partito, ma piena d'incognite

Republican U.S. presidential candidate Donald Trump points to Indiana Governor Mike Pence before addressing the crowd during a campaign stop at the Grand Park Events Center in Westfield

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di Luciano Tirinnanzi

@luciotirinnanzi

 

Ci ha abituato ai colpi di scena ma stavolta non ha smentito i pronostici. Stiamo parlando di Donald Trump, ovviamente. Che sia un personaggio sui generis non c’è bisogno di ricordarlo, ma forse vale la pena spendere due parole sul suo vicepresidente, perché da questa scelta dipenderà non tanto un avanzamento o una regressione nei sondaggi, ma piuttosto la linea interna al partito che il candidato del GOP vorrà costruire di qui in avanti. La designazione è stata abbastanza veloce e snella. Mentre Hillary Clinton deve ancora sciogliere la riserva e ha una lista di almeno dieci persone, Trump ha già sciolto le riserve indicando il governatore dell’Indiana Mike Pence, che ha così surclassato il governatore del New Yersey Chris Christie e l’ex speaker della Camera, Newt Gingrich.

 

“Sto restringendo il campo. Voglio dire, sono a tre, quattro potenzialmente. Ma nella mia mente, probabilmente sto pensando solo a due” aveva confessato lo stesso Trump mercoledì 13 luglio. Sulla scelta di Pence deve aver pesato molto il parere dello staff, a cominciare da Paul Manafort, spin doctor di Trump e suggeritore già di Gerald Ford, Ronald Reagan, i due Bush, fino a John McCain. Manafort è un manager e lobbista di grande esperienza politica, chiamato a gestire la fase finale della campagna presidenziale per tranquillizzare il partito repubblicano, dopo che il precedente spin doctor Corey Lewandowski aveva spinto troppo in avanti Trump con discorsi al vetriolo, che avevano spaventato il GOP. Il partito ha molto apprezzato il nuovo corso, di cui Pence è ora il simbolo. I dubbi dei repubblicani su Gingrich e Christie, del resto, erano motivati.

 

Newt Gingrich

Gingrich è un dirigente nazionale del partito repubblicano ed ex speaker della Camera. Luterano, settantatreenne, è stato tra i protagonisti delle accuse contro Bill Clinton durante lo scandalo Lewnisky. Dimessosi dal Congresso nel 1998, è stato un costoso consulente politico fino a che non si è buttato nella mischia alle presidenziali del 2012. E ancora oggi è in cerca di un posto al sole. Su Gingrich pesa il giudizio negativo di Paul Manafort, che è molto scettico su di lui. Manafort gli preferirebbe come vice presidente sia Mike Pence e in misura minore anche Christie, poiché a suo dire l’ex speaker della Camera sarebbe troppo loquace, indisciplinato e difficile da gestire. Essendo che di gaffeur i repubblicani ne possiedono già uno, raddoppiare non sembra affatto una buona tattica in prospettiva.

 

Former Speaker of the House Newt Gingrich greets U.S. Republican presidential candidate Donald Trump at a rally at the Sharonville Convention Center in Cincinnati, Ohio

 (Newt Gingrich)

 

Chris Christie

Mentre Chris Christie è una vecchia conoscenza di Donald Trump. Il loro rapporto di amicizia dura da oltre un decennio e la loro intesa è dovuta a molte ragioni, prima fra tutte la similarità nei programmi elettorali – ad esempio, sui veterani, sull’immigrazione e sulla sicurezza del confine col Messico – e non ultima pesa anche la vicinanza geografica (Trump è di New York e Christie del New Jersey). Tra gli scheletri nell’armadio di Christie ci sono il cosiddetto “Bridgegate” e un rapporto difficile con Jared Kushner, il milionario manager della campagna dei repubblicani e marito della figlia di Trump, Ivanka. Il padre di Jared, Charles Kushner, fu infatti arrestato per evasione fiscale e finanziamento illecito nel 2005 proprio da Christie, quando il governatore del New Jersey era ancora un magistrato.

 

Il “Bridgegate” si riferisce invece allo scandalo seguito alla chiusura della Fort Lee lane, ovvero la corsia del ponte George Washington sopra il fiume Hudson, che permette di arrivare da New York al distretto di Fort Lee nel New Jersey. La chiusura del ponte avvenne il 9 settembre 2013 e provocò un tale traffico da mettere in ginocchio Fort Lee per l’intera giornata. Controlli successivi dell’FBI dimostrarono che lo staff di Christie (all’epoca già governatore) aveva intenzionalmente fatto chiudere il ponte. I detrattori politici di Christie affermarono che era una “political vendetta” per punire il sindaco di Fort Lee, Mark Sokolich, del suo mancato appoggio alla campagna elettorale di Christie. Della vicenda, il governatore del New Jersey si è però sempre detto all’oscuro.

 

Indiana Governor Mike Pence addresses members of the National Rifle Association during their NRA-ILA Leadership Forum at their annual meeting in Louisville

 

 (Mike Pence)

 

Mike Pence

Classe 1959, Pence è nato a Columbus, Indiana. Dopo il diploma all’Hanover College nel 1981 ha frequentato l’Università McKinney di Indianapolis,  dove si è laureato in legge nel 1986. Candidato senza successo alle elezioni per la Camera dei Rappresentanti nel 1986 e nel 1988; eletto nel 2001 è rimasto al Congresso fino al 3 gennaio 2013, quando ha scelto di correre per Governatore dell’Indiana, ed è stato eletto.

 

In ogni caso, Trump non lo conosce molto bene e il governatore dell’Indiana si è avvicinato a lui solo dopo la vittoria nel suo Stato, dove “The Donald” si è imposto con 18 punti di vantaggio su Ted Cruz, il quale proprio in seguito a quel risultato si è ritirato dalla corsa per le presidenziali, il 4 maggio 2016. Fino ad allora, Pence aveva sostenuto Cruz e boicottato invece il tycoon newyorchese. Il che non deponeva in suo favore. Oltretutto, Trump e Pence si saranno incontrati sì e no quattro o cinque volte prima delle primarie in Indiana. Troppo poco tempo per far scattare un’intesa politica. Vedremo cosa porterà in dote il governatore e possibile vice di Trump e soprattutto come se la caverà nella volata finale per la Casa Bianca. Considerato anche che i due hanno visioni opposte in politica estera (Pence era a favore dell’invasione in Iraq tanto criticata da Trump, ed è retoricamente ostile alla Russia, al contrario delle affermazioni in tal senso di The Donald) e anche sulle regole del commercio (Trump è tendenzialmente protezionista, Pence un globalista convinto). Ma almeno concordano su come combattere il terrorismo islamico e sulla protezione ad ogni costo di Israele.

 

 

 

Republican U.S. presidential candidate Trump greets New Jersey Governor Christie at campaign event in Hickory, North Carolina

 (Chris Christie)

 

Il ruolo del vicepresidente nella campagna elettorale

La designazione del vicepresidente per i repubblicani non ha visto in gara donne, stranamente. E neanche ufficiali delle forze armate, che invece abbondano nella lista dei papabili di Hillary Clinton. Sia come sia, la scelta di Pence non sposterà verosimilmente milioni di voti. Ma un vicepresidente designato nella campagna elettorale è senz’altro di grande aiuto in ogni occasione pubblica nella quale un candidato presidente dev’essere presente ad ogni costo, anche quando non può. Avere un vice battagliero e carismatico, e saperlo sfruttare ad hoc può rivelarsi un’arma importantissima . Se oggi guardiamo a Joe Biden, il vice di Obama è stato considerato a lungo uno dei senatori statunitensi più competenti ed esperti, soprattutto in politica estera, e la sua grande facilità oratoria – giudicata unanimemente la sua più grande qualità – non è da meno dello stesso Obama. Biden è stato fondamentale soprattutto nelle campagne elettorali. Nel 2012, ad esempio, si pronunciò sia pur informalmente in favore dei matrimoni gay, di fatto costringendo lo stesso presidente Obama a non smentirlo e a sposare la sua linea. La scelta si rivelò azzeccata e vincente, e quella frase valse a Obama la rielezione in alcuni degli Stati che ancora non avevano una legge in tal senso.

 

La scelta di Mike Pence definirà d’ora in avanti lo stile politico che Donald Trump intenderà adottare se eletto presidente e l’immagine che il suo staff pensa di dover proiettare intorno a lui. Dunque, anzitutto la ritrovata concordia con tutto il partito repubblicano, compresa l’ala più conservatrice. L’appoggio incondizionato del Grand Old Party, infatti, non può venir meno di qui a novembre, se i repubblicani vogliono vincere questa partita.