TUNISIA -

Secondo gli ultimi dati ufficiali sono circa 800 i jihadisti tunisini rientrati in patria dai teatri di guerra in Medio Oriente. Un problema che riguarda direttamente anche l'Europa e l'Italia

TUNISIA JIHAD

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di Manuel Godano

 

Il caso di Anis Amri, il ventiquattrenne tunisino accusato dell’attentato di Berlino del 19 dicembre rivendicato dall’ISIS ucciso a Sesto San Giovanni la notte del 23 dicembre da un agente della Polizia di Stato, ha riportato l’attenzione sull’aumento esponenziale negli ultimi anni in Tunisia di affiliati al Califfato Islamico.

 

Nelle ultime settimane il dibattito pubblico e politico sull’argomento è tornato ad accendersi dopo la divulgazione dei ultimi dati ufficiali diramati dal ministero degli Interni sul numero effettivo dei foreign fighters di nazionalità tunisina. Sarebbero infatti più di 2.900 i jihadisti tunisini schedati dalle autorità. Di questi, 1.400 sarebbero in Siria, 400 in Libia, 150 in Iraq e 400 in Europa. Ottocento sarebbero già rientrati in Tunisia, tra cui 30 donne, e solo 160 sarebbero attualmente detenuti in carcere.

 

Le forze politiche e sociali si interrogano su quale debba essere il trattamento da riservare nei loro confronti. A innescare polemiche era stato nelle settimane scorse il presidente della Repubblica Beji Caid Essebsi, il quale a dicembre aveva detto in un primo momento che le carceri tunisine non avrebbero potuto contenere tutti i combattenti di ritorno, alludendo ad un’eventuale amnistia. Criticato aspramente, Essebsi aveva poi ritrattato le proprie dichiarazioni, affermando che tutti i terroristi avrebbero dovuto essere giudicati dai tribunali. Successivamente era stato il premier Youssef Chahed a provare a gettare acqua sul fuoco dichiarando che il governo è “fortemente contrario” alla concessione dell’amnistia ai combattenti di ritorno dai teatri di guerra in Nord Africa e Medio Oriente e che sarà la legge anti-terrorismo in vigore a giudicarli e ad assegnare loro una pena da scontare.

 

Beji Caid Essebsi(Il presidente della Tunisia Beji Caid Essebsi)

 

Dal mondo politico tunisino le reazioni sono state contrastanti. Il partito islamista moderato Nidaa Tounes, insieme ai partiti Machrou Tounes e UPL (Union patriotique libre) ha diramato un comunicato congiunto denunciando la poca chiarezza del governo sulla questione. Il 24 dicembre, si è svolto un sit-in a Tunisi organizzato da sigle dell’attivismo sociale per protestare contro le proposte di amnistia ai terroristi “pentiti”. In particolare, l’Unione Nazionale delle Donne Tunisine ha chiesto che venga tolta la nazionalità a chiunque sia impegnato in attività legate al terrorismo internazionale. Di parere opposto è invece Rachid Ghannouchi, leader del partito islamista Ennadha, secondo il quale i terroristi sono dei “malati”, motivo per cui hanno diritto a un trattamento psichico oltre che a essere sottoposti al giudizio dei tribunali.

 

Le ultime operazioni antiterrorismo

Ciò che è innegabile è che la Tunisia si trova a dover affrontare una delle fasi più delicati dal post-primavere arabe, seconda solo ai terribili mesi del 2015 quando tra marzo e giugno con due violenti attentati – al Museo del Bardo e alla spiaggia di Sousse – lo Stato Islamico inflisse un colpo durissimo alla stabilità del Paese.

 

Tunisian soldiers particpate in an exercise along the frontier with Libya in Sabkeht Alyun(Soldati tunisini schierati a Sabkeht Alyun, lungo il confine con la Libia)

 

A testimoniare la tensione che si respira nel Paese sono gli arresti effettuati dalla Guardia Nazionale nelle ultime due settimane. Dal 25 dicembre sono state arrestate almeno 70 persone, effettuate diverse perquisizioni e raid in rifugi di sospetti terroristi. Una decina di persone sono state fermate il 30 dicembre a Enfidha, nel governatorato di Sousse, con l’accusa di affiliazione a organizzazioni terroristiche. Gli arrestati, che comunicavano tramite il servizio di messaggistica Telegram, erano attivi tra Hammam Sousse, Akouda, Hergla e Kalaa Kebira. Nove persone sono state arrestate nello stesso giorno a La Manouba, con l’accusa di appartenere all’organizzazione terroristica Ansar al-Sharia Tunisia e di avere legami con terroristi tunisini di spicco. Altri arresti sono stati effettuati a Tebourba: gli arrestati pianificavano attentati per la serata di Capodanno. Un’altra cellula terroristica è stata smantellata a Siliana, nella regione di Gaafour, il 3 gennaio: la cellula era composta da cinque persone alle quali è stato sequestrato un computer insieme a testi di matrice estremista. L’accusa mossa nei loro confronti è di indottrinamento a fini estremisti. Uno degli arrestati ha confessato di ricevere denaro da persone residenti in Europa. Il 4 gennaio un’altra cellula è stata individuata a Hergla, sempre dalla Guardia nazionale di Enfidha, formata da 13 persone che erano dedite all’organizzazione dei viaggi dei combattenti verso le aree di conflitto in Medio Oriente ed erano in contatto con un esponente del gruppo terrorista Okba ibn Nafaa, legato ad Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI).

 

Nel dare conto di questi aggiornamenti, da giorni i giornali tunisini parlano anche dei lavori in corso per la costruzione di un carcere di massima sicurezza dove verranno detenuti i terroristi. La sensazione, però, è che servirà ben altro per contenere la minaccia jihadista.