TUNISIA -

Catturato in Sudan Abu Nassim, accusato di reclutare jihadisti per fargli compiere attentati in Italia e in altri Stati europei. In uno studio l'analisi dei profili degli affiliati allo Stato Islamico operativi in Tunisia

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di Ottorino Restelli

Catturato il tunisino Moez Fezzani, conosciuto come Abu Nassim, accusato di reclutare jihadisti tra il Nord Africa e l’Italia per fargli compiere attentati nel nostro Paese e in altri Stati europei. La notizia è stata diffusa oggi, lunedì 14 novembre. Nassim è stato arrestato in Sudan sulla base di un mandato di cattura internazionale, spiccato a seguito della condanna definitiva a 5 anni e 8 mesi emessa dalla Procura Generale della Repubblica di Milano per associazione a delinquere con finalità di terrorismo.

 

Membro tra il 1997 e il 2001 di una cellula del Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento con base a Milano, nell’ultimo anno Nassim avrebbe operato in Libia a Sirte nella cosiddetta “cupola tunisina” agli ordini del Califfato. Informazione confermata da una lista di nomi trovata da combattenti libici entrati a inizio settembre nella roccaforte jihadista. Lista in cui erano presenti anche i nomi di Essid Sami Ben Khemais e Bouchoucha Moktar, anch’essi ricercati perché accusati di reclutare jihadisti da inviare nel nostro Paese e nel resto d’Europa.

 

A metà agosto la notizia della cattura di Nassim era stata fatta circolare dalle forze libiche di Zintan, ma successivamente era stata smentita, motivo per cui si credeva che il tunisino si trovasse ancora a Sirte tra gli irriducibili del Califfato che da settimane continuano a resistere agli attacchi delle milizie di Misurata fedeli al nuovo Governo di Accordo Nazionale di Fayez Serraj. Nassim è stato però arrestato in Sudan a testimonianza del fatto che negli ultimi mesi sono stati decine, se non centinaia, i jihadisti che sono fuggiti da Sirte per evitare di essere uccisi o catturati.

 

Prima in Al Qaeda, poi in Ansar Al Sharia, infine in ISIS, in passato Nassim era stato arrestato dagli americani. Consegnato alla magistratura italiana a seguito di un accordo tra Italia e USA, era stato processato a Milano, assolto, espulso ed era così potuto tornare in Libia. Tra il 2015 e l’inizio del 2016 sarebbe stato in contatto con il gruppo che ha rapito quattro tecnici della società italiana Bonatti, due quali sarebbero poi morti nel blitz effettuato per liberarli. Nassim era inoltre considerato dalle autorità tunisine la mente dell’assalto jihadista alla città tunisina di Ben Guerdane al confine con la Libia, effettuato nel marzo scorso e in cui vennero uccise oltre 50 persone.

 

NASSIM (Abu Nassim, foto La Repubblica)

Tunisia, terra di jihadisti

L’arresto del tunisino Abu Nassim riporta l’attenzione sul fenomeno jihadista in Tunisia. Il Centro Tunisino per la Ricerca e lo Studio sul Terrorismo (CTRET) ha pubblicato nei giorni scorsi i risultati di uno studio sui gruppi jihadisti attivi in Tunisia. Un’analisi interessante, utile per inquadrare il fenomeno non solo in Tunisia ma anche in tutto il Nord Africa e in Medio Oriente. Secondo le stime ufficiali, negli ultimi due anni sarebbero stati infatti almeno 3.000 i tunisini partiti per raggiungere le roccaforti dello Stato Islamico in Siria e Iraq. Senza dimenticare che alcuni degli attentati terroristici più cruenti rivendicati da ISIS si sono verificati proprio in Tunisia (i due più eclatanti sono stati quelli del 2015 al museo nazionale del Bardo e nella spiaggia di Sousse) e che il radicamento di ISIS in Libia è stato reso possibile per il passaggio di migliaia di jihadisti proprio da questo Paese.

 

Lo studio del CTRET è stato condotto su un pool di 1.000 tunisini arrestati e incarcerati tra il 2011 e 2015. Dalle verifiche è emerso che il 40% di questi elementi erano giovani laureati o diplomati, il 3,5% era rappresentato da donne, mentre 751 erano giovani sotto i 35 anni.

 

Lo studio ha analizzato anche come i gruppi jihadisti reclutano nuovi adepti. Il sistema più utilizzato è quello dell’indottrinamento individuale, effettuato tramite imam e predicatori, dentro e fuori le moschee, in particolare quelle gestite da salafiti, che si rivelano come il luogo privilegiato di trasmissione e propagazione di una versione fondamentalista e jihadista della religione musulmana. Seguono i social media e i media tradizionali.

 

Lo studio ha concluso che il 69% dei jihadisti tunisini monitorati era stato addestrato in Libia e il 21% in Siria, grazie alla facilità di poter viaggiare senza problemi da Tunisi in Turchia e da lì, poi, entrare in Siria.

 

L’immagine della Tunisia che emerge dalla ricerca del CTRET è dunque preoccupante, visto soprattutto l’alto potere attrattivo che l’ideologia jihadista ha mostrato di sapere esercitare sui giovani under 35, ovvero i nati durante il boom economico e demografico esploso in tutto il Maghreb negli anni Ottanta e Novanta. Una fase che, non a caso, molti analisti paragonarono all’epoca a una vera “bomba ad orologeria” che negli a seguire sarebbe scoppiata nelle mani dei governi tunisini se non sarebbe stata gestita adeguatamente per tempo.

 

Nell’unico Stato interessato dalle primavere arabe del 2011 mostratosi capace di tradurre tensioni e rivendicazioni popolari nell’avvio di una nuova e inclusiva stagione politica, quella jihadista è una minaccia di fronte a cui chi guida questo Paese non può voltarsi dall’altra parte. Una prova fondamentale soprattutto per un partito come quello degli islamisti di Ennahda, formazione oggi al centro del processo democratico tunisino.