TURCHIA -

La democrazia a rischio, le accuse di brogli, la repressione degli oppositori. Il presidente realizza il sogno presidenzialista, ma avrà il difficile compito di governare un paese spaccato a metà

Erdogan

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Dopo una estenuante campagna elettorale tenuta sotto il giogo dello stato di emergenza dichiarato in seguito al fallito golpe del luglio 2016, dal 16 aprile la Turchia ha cessato di essere una democrazia parlamentare.

 

Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha conseguito l’obiettivo di diventare il “padre padrone” del paese. Con l’approvazione della riforma costituzionale la figura del primo ministro viene abolita per essere sostituita da quella del presidente, il quale può restare in carica per due mandati quinquennali, il che significa che Erdogan potrebbe essere rieletto al potere fino al 2029. È il presidente a nominare e revocare i ministri così come gli altri membri del governo, i magistrati e i vertici dell’amministrazione dello stato. È il presidente, in quanto capo del partito al governo, ad avere l’ultima parola nella selezione dei parlamentari. Ed è sempre il presidente, infine, a decidere secondo il suo insindacabile giudizio se e quando dichiarare lo stato d’emergenza nel paese.

 

Delle garanzie costituzionali, che dalla caduta dell’Impero Ottomano e dalla presa del potere da parte di Kemal Ataturk nel 1921 avevano fatto della Repubblica turca un modello di “democrazia orientale”in grado di ambire ad essere inserita nel novero delle democrazie europee, non rimane pertanto che un ricordo sempre più un vago.

 

L’esito del referendum

Il voto del 16 aprile ci consegna una Turchia profondamente divisa: il 51,4% degli elettori ha votato “sì” alla riforma costituzionale, mentre i “no” si sono attestati al 48,6%. Erdogan ha dunque vinto di misura pur dominando una campagna elettorale durante la quale le opposizioni, già intimidite dalle migliaia di arresti e dalle decine di migliaia di licenziamenti e di destituzioni che dopo il colpo di stato hanno investito tutti gli strati produttivi della società turca, hanno affrontato un percorso in salita scandito da violenze, arresti arbitrari e limitazioni gravi alla libertà di espressione e di propaganda politica.

 

TURCHIA REFERENDUM COSTITUZIONE RISULTATI

 

 

Ciononostante la metà degli elettori, concentrati soprattutto nelle grandi città e nelle aree più produttive ed evolute del paese, ha detto no alla svolta autoritaria. Di contro, è stata la Turchia rurale, religiosa e conservatrice a schierarsi insieme agli emigrati all’estero a favore del presidente. Da una parte Istanbul, Ankara, Smirne e tutta la regione curda del sud-est si sono opposte al progetto presidenzialista; dall’altra i distretti centrali dell’Anatolia, che al pari della maggioranza dei turchi che vivono in Europa hanno invece appoggiato una riforma destinata a cambiare profondamente la democrazia turca.

 

I dubbi dell’OSCE e le accuse di brogli

Erdogan esce da questo confronto elettorale indebolito e incattivito. Oggi ha la certezza che il 50% del Paese – la metà più laica e culturalmente evoluta – non sta dalla sua parte. Per tale motivo, nonostante i nuovi poteri garantitigli dalla modifica della Costituzione, dovrà faticare per governare un popolo che in una percentuale politicamente molto significativa gli è decisamente ostile.

 

A ciò si aggiungono i dubbi, sempre più insistenti, che iniziano ad affiorare sulla legittimità del voto. Secondo gli osservatori dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) e del Consiglio d’Europa, il voto del 16 aprile non si adegua agli «standard di democrazia in Europa». Gli osservatori europei sono convinti che i due opposti fronti politici che si sono sfidati al referendum non hanno goduto di «uguali opportunità» per lo svolgimento delle rispettive campagne elettorali, con i sostenitori del “sì” che a differenza di quelli del “no” hanno fatto largo uso di fondi statali. L’OSCE ritiene che siano almeno 2,5 milioni le schede sospette.

 

ISTANBUL OPPOSITORI ERDOGAN (Istanbul, proteste di un gruppo di sostenitori del “no” al referendum)

 

Dopo la chiusura dei giornali contrari a Erdogan e l’arresto di numerosi giornalisti la stampa, sottolineano sempre gli inviati dell’OSCE, non ha garantito la medesima rappresentanza alle opposte fazioni, presentando quasi sempre i sostenitori del “no” come «fiancheggiatori del terrorismo».

 

Ai rilievi degli osservatori europei si sommano quelli dell’opposizione sconfitta che ha da subito contestato la decisione del Supremo consiglio elettorale turco di considerare validi oltre un milione di voti per il “sì” tracciati su schede prive del contrassegno elettorale. È un dato significativo se si pensa che il “sì” ha prevalso per poco più di 1.180.000 voti.

 

Il futuro della Turchia

Il presidente Erdogan ha immediatamente smentito ogni accusa di irregolarità, incassato le congratulazioni del presidente americano Donald Trump e, per sottolineare la sua intenzione di trasformare ulteriormente il volto della Turchia, ha annunciato la sua volontà di indire nel prossimo futuro un nuovo referendum, questa volta per reintrodurre nel paese la pena di morte, abrogata da Ataturk oltre novant’anni fa.

 

ERDOGAN SOSTENITORI(Sostenitori del presidente Erdogan in un comizio a Istanbul, 16 aprile 2017)

 

La Repubblica turca che esce dalle urne del 16 aprile ha dipinta sul volto la maschera arcigna del regime autocratico. Erdogan dovrà gestire i poteri dittatoriali conferitigli dalla riforma ma con la consapevolezza, certificata dalle urne, di avere contro metà del suo popolo. Una prospettiva che apre scenari preoccupanti per quella che fino a ieri, nonostante tutti i suoi problemi, era una delle poche democrazie del Medio Oriente e che, da domani, probabilmente cesserà di esserlo.

 

Alfredo Mantici