RUSSIA (FED.) -

Il Cremlino mantiene la promessa presentando immagini, mappe e video che testimonierebbero i traffici di greggio che collegano Ankara allo Stato Islamico

Defence ministry officials sit under screens with satellite images on display during a briefing in Moscow

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di Luciano Tirinnanzi, Rocco Bellantone, Giuseppe Mancini

 

Le prove promesse da Vladimir Putin per dimostrare gli interessi petroliferi che legano la Turchia allo Stato Islamico sono arrivate. A diffonderle è stato mercoledì 2 dicembre il ministero della Difesa russo, nel corso di un dettagliato briefing a Mosca. Durante la riunione sono state presentate immagini, mappe e video che vorrebbero smascherare quella che il Cremlino ha definito “una ramificata catena di contrabbando di petrolio tra la Turchia e i territori occupati da ISIS in Siria e Iraq”.

 

Un sistema ormai ben collaudato, che si snoda almeno lungo tre rotte: una rotta occidentale che dalla Siria conduce ai terminal turchi sul Mediterraneo; una rotta settentrionale – la più trafficata – che collega i giacimenti della Siria orientale in mano a ISIS all’impianto di raffinazione situato nella città turca di Batman, a circa 100 km dal confine con la Siria; una rotta orientale attraverso cui i miliziani jihadisti fanno arrivare il greggio all’impianto di smistamento turco di Cizre.

 

 

 

Le prove, definite inconfutabili dal generale russo Sergey Rudskoy, sono state ottenute attraverso ricognizioni aeree e riprese satellitari effettuate nel mese di agosto 2015. Le immagini mostrano nei particolari le varie tappe delle rotte petrolifere controllate da ISIS: le operazioni di estrazione del greggio nei giacimenti, lo stoccaggio negli impianti, il trasporto a bordo di migliaia di camion fino all’ingresso in territorio turco senza che da parte delle autorità di Ankara vi sia alcun controllo lungo le frontiere che separano la Turchia da Siria e Iraq.

 

I numeri di questa rete di contrabbando sono impressionanti: almeno 8.500 camion per il trasporto di circa 200.000 barili di petrolio al giorno, una quantità solo di poco inferiore alla media giornaliera delle esportazioni che il governo siriano effettuava fino alla seconda metà degli anni duemila, all’epoca assestata tra i 247 e 250.000 barili al giorno.

 

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LE ACCUSE E I NUMERI DELLA RUSSIA

Nel corso del briefing il vice ministro della Difesa, Anatoly Antonov, ha specificato che quelle mostrate sono solo alcune delle prove di cui dispone il Cremlino. Altre, che dimostrerebbero il coinvolgimento diretto negli affari con il Califfato del presidente turco Recep Tayyip Erdogan e di alcuni suoi familiari, saranno diffuse nei prossimi giorni.

 

Nel suo intervento, Antonov ha inoltre precisato che dall’inizio dei raid aerei russi in Siria, avviati lo scorso 30 settembre, la rete del contrabbando di petrolio dell’ISIS è stata depotenziata del 50%, causando un calo dei suoi guadagni da 3 milioni di dollari al giorno a circa 1,5 milioni. Risultati che la Russia ha ottenuto iniziando a bombardare gli impianti e i mezzi di trasporto in possesso dello Stato Islamico. Cosa che, invece, secondo il Cremlino in questi mesi non avrebbero fatto i Paesi membri della coalizione internazionale guidata dagli USA. In totale, per ordine di Mosca, sinora sono stati colpiti 32 complessi petroliferi, 11 raffinerie, 23 stazioni di pompaggio del greggio e 1.080 camion.

 

 

 

Non sarebbe però solo il petrolio a unire Turchia e Stato Islamico. Il generale Mikhail Mizintsev, direttore del National Centre for State Defense Control di Mosca, ha affermato che secondo i rapporti dell’intelligence russa il governo di Ankara negli ultimi mesi ha consentito il passaggio in Siria di membri dell’ISIS e dei qaedisti di Jabhat Al Nusra per un totale di almeno 2.000 miliziani jihadisti, 120 tonnellate di munizioni e 250 veicoli.

 

L’OPINIONE DI BAGHDAD E L’INTERVENTO INGLESE

La versione di Mosca non ha lasciato indifferente il governo iracheno che, attraverso il portavoce del suo ministero della Difesa, ha annunciato un’analisi attenta delle prove e un’azione di protesta decisa al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, qualora dovesse essere riscontrato il reale coinvolgimento della Turchia.

 

Come era prevedibile, gli Stati Uniti hanno invece continuato a sostenere in queste ore l’alleato turco. Il portavoce del Pentagono, Steve Warren, ha respinto le prove di Mosca garantendo il sostegno a Erdogan e definito “assurde” le dichiarazioni di Antonov.

 

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Mentre infuria la polemica, in Siria intanto entra ufficialmente in guerra anche il Regno Unito, che il 2 dicembre ha votato in parlamento a favore dell’inizio dei bombardamenti contro le postazioni di ISIS (397 voti a favore e 223 contrari).

 

Lo scontro diplomatico tra Ankara e Mosca non finisce certo con le dichiarazioni russe, anzi promette nuove improvvise evoluzioni. Oggi stesso o domani, venerdì 4 dicembre a Belgrado, a margine della riunione dei ministri degli Esteri OSCE, potrebbe andare in scena il primo confronto faccia a faccia tra le diplomazie dei due Paesi, dopo l’abbattimento del jet russo al confine con la Siria che ha innescato la dura reazione del Cremlino, con un incontro tra Sergei Lavrov e il suo omologo Mevlut Cavusoglu.

 

L’ANALISI DI GIUSEPPE MANCINI, CORRISPONDENTE DA ISTANBUL 

La crisi tra Turchia e Russia innescata dall’abbattimento di un Su-24 al confine turco-siriano la scorsa settimana, si sta trasformando in scontro aperto. Da una parte, i turchi hanno cercato a più riprese di minimizzare l’accaduto, esprimendo il loro contrito rincrescimento e chiedendo un incontro chiarificatore tra Recep Tayyip Erdogan e Vladimir Putin. Dall’altra, la risposta russa è stata veemente, su più piani:

 

- niente incontri al vertice;

 

- sanzioni economiche: reintroduzione dei visti, embargo sui prodotti agricoli, misure per disincentivare il turismo russo in Turchia;

 

- nuovi bombardamenti sui turcomanni appoggiati da Ankara e nuovi aiuti al PYD curdo (affiliato del PKK);

 

- campagna propagandistica direttamente contro il presidente Erdogan e la sua famiglia, accusati di sovvenzionare lo Stato Islamico attraverso l’acquisto di petrolio (nel frattempo, arricchendosi).

 

Fino a dove si spingerà Mosca? Cercherà di espellere dalla Siria i gruppi di ribelli fedeli alla Turchia, scatenando di conseguenza una nuova emergenza rifugiati e consentendo la nascita di un mini-Stato curdo? Armerà magari direttamente il PKK, utilizzandolo per scatenare una guerra per procura nel sud-est turco a maggioranza curda? È però rilevante il fatto che, nella lista delle sanzioni, è al momento escluso il settore energetico: dopotutto, la Turchia copre col gas russo più della metà del suo fabbisogno di gas naturale (e acquista dalla Russia quantitativi cospicui di petrolio) e i due Paesi sono impegnati in un progetto comune per la realizzazione della prima centrale nucleare turca, con tecnologia russa.

 

Dal canto suo, al momento le autorità di Ankara continuano con l’impostazione del primo giorno: niente ritorsioni, richiesta d’incontri (i due ministri degli Esteri si vedranno a Belgrado, a margine di un vertice dell’OSCE); al contempo, stanno adottando contromisure – nel caso in cui la crisi degeneri – per diversificare ulteriormente le proprie fonti di approvvigionamento energetico: il 2 dicembre, in occasione del viaggio del presidente Erdogan in Qatar, sono state poste le basi per forniture di gas liquefatto; il 3 dicembre il premier Ahmet Davutoglu si è recato in Azerbaijan anche per discutere dei progressi del gasdotto Tanap, nel corso di un paio di anni cominceranno le forniture dal Kurdistan iracheno. Persino le accuse personali, riferite ai presunti traffici con lo Stato Islamico, non hanno scatenato repliche turche troppo fuori le righe: il presidente ha promesso di dimettersi nel caso si rivelino accurate, il premier ha parlato di “propaganda sovietica in stile Pravda”.

 

 

 

L’ANALISI DI LUCIANO TIRINNANZI, DIRETTORE LOOKOUT NEWS

Il fatto che la Russia sia scesa in campo e sia ormai completamente coinvolta nella guerra di Siria, ha acceso definitivamente i riflettori su questo amaro conflitto mediorientale. Dopo quattro anni di sangue e oltre 250mila morti, le cancellerie dei principali Paesi occidentali si sono infine risvegliate e appaiono ora concentrate nella lotta contro lo Stato Islamico.

 

Da un lato, Francia e Regno Unito hanno rotto gli indugi e deciso di partecipare attivamente ai bombardamenti, ripetendo tuttavia uno schema già visto in passato, che si è rivelato assai poco risolutivo; dall’altro, Russia e Turchia alzano sempre più i toni, confermandosi i player principali di questa guerra, oscurando le iniziative di tutti gli altri protagonisti ed ergendosi a futuri decision maker.

 

Lo scopo è manifesto: organizzare il dopoguerra volgendo la risoluzione del conflitto in proprio favore. Una volta conclusa la guerra, infatti, i destini politici e territoriali della Siria saranno decisi da chi è già sul campo e da chi più di altri ha interessi diretti. Cioè, ancora Turchia e Russia. La prima per evidenti contiguità territoriali, la seconda per ragioni geopolitiche che attengono all’accesso ai mari caldi, cioè al Mediterraneo, un sogno che il Cremlino ha sempre inseguito e che ora sta divenendo realtà.

 

Già l’annessione della Crimea ha avvicinato Mosca a quell’obiettivo, tuttavia la conquista della penisola è una vittoria a metà, poiché la flotta del Mar Nero di stanza a Sebastopoli ha il difetto di dover transitare per le acque controllate dalle autorità turche: se ipoteticamente Ankara decidesse di chiudere il Bosforo e i Dardanelli, Mosca dovrebbe aprirsi un varco a cannonate per raggiungere il Mediterraneo. Perciò, molto meglio avere un avamposto a Latakia e Tartous, dove ormeggiare una flotta permanente e costruire un aeroporto militare adeguato alle esigenze strategiche del Cremlino. Cosa che sta puntualmente avvenendo.

 

Questa gazzarra tra Russia e Turchia era probabilmente di per sé inevitabile, in ragione delle mire antitetiche dei due Paesi sopra la Siria. Ma, a dire il vero soprattutto per colpa di Ankara, lo scontro è ormai scivolato su un livello ancor più pericoloso, trasformandosi nelle ultime settimane da politico a militare e viceversa. Questo, tuttavia, non deve distogliere l’opinione pubblica dal fatto che una guerra è in corso anche in Iraq. Un fatto non secondario ma che ultimamente nessuno, tranne gli Stati Uniti e l’Iran, sembra ricordare più.

@luciotirinnanzi

@RoccoBellantone

@GiuseMancini