UCRAINA -

USA e Russia tentano una mediazione ma entrambe le parti sembrano già aver superato il limite. Il processo è ormai inarrestabile: condurrà a una divisione del Paese?

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Quest’oggi a Londra, nel Regno Unito, il Segretario di Stato americano, John Kerry (nella foto), cerca di convincere il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, che la Russia è il Paese che più di tutti dovrebbe temere dalla situazione esplosiva in Ucraina e che il prezzo politico ed economico che Mosca pagherà in ragione della difesa della secessione della Crimea, sarà molto alto.

 

Questo gioco delle parti va in scena dopo che, per la quinta volta in meno di due settimane, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU si è riunito per tentare di dirimere la questione. Ciò detto, data la composizione del Consiglio stesso – Cina, Russia, USA, Francia e Regno Unito, dove il veto di uno solo di questi cinque Paesi rende impossibile qualsiasi risoluzione – sappiamo già che non potrà essere sbrogliata. Almeno non da questa istituzione.

 

Il rappresentante permanente della Russia all’ONU, Vitaly Churkin, infatti, ha già bollato i colloqui in seno alle Nazioni Unite come “nulla di nuovo”. E c’è da credere che ulteriori progressi in seno al Palazzo di Vetro di New York non potranno essere raggiunti, visto il potere di veto di Russia e Cina. Non a caso, a rimarcare l’immobilità in cui è costretto il “gruppo dei cinque” si è aggiunta la Repubblica Popolare di Cina. 

 

I più alti rappresentanti cinesi hanno infatti dichiarato in merito all’Ucraina: “C’è una buona ragione per cui gli eventi in Ucraina sono progrediti fino a questo punto”. Sono le esatte parole pronunciate a pappagallo sia dal rappresentante permanente all’ONU cinese, Liu Jieyi, sia dal portavoce del ministro degli Esteri, Qin Gang, sia dal ministro stesso, Wang Yi. La Cina non sembra avere da dire niente di più sull’argomento, non sentendosi coinvolta dal problema più di quanto non lo sia su questioni come la deforestazione dell’Amazzonia.

 

 

CrimeaCosa succede dopo il referendum?

Il rischio di un conflitto per il momento è l’ultima delle ipotesi in campo ovviamente. Ma, in ogni caso, Mosca è pronta da tempo a ogni scenario, a giudicare dall’apprezzabile schieramento delle truppe al confine, e l’Ucraina stessa è in odore di manovre di arruolamento, non si sa mai. “La Russia non vuole la guerra e nemmeno i cittadini russi, e sono convinto che neanche gli ucraini la vogliono”, ha provato a stemperare gli animi l’ambasciatore Vitaly Churkin a margine della riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza di giovedì. Ma un casus belli lo si può sempre trovare.

 

In attesa di conoscere l’esito del referendum per l’annessione della Crimea, intanto a sparare sono le truppe della diplomazia internazionale: “È inaccettabile rifiutare il diritto della Crimea per l’autodeterminazione – ha detto ancora l’ambasciatore Churkin – In Crimea tutto è sorto a causa di un vuoto giuridico e a seguito di una condizione d’incostituzionalità, verificatasi dopo il violento colpo di stato effettuato a Kiev da nazionalisti radicali”.

 

Ed è proprio qui il punto: perché mai, ragiona in queste ore la delegazione russa all’ombra del Big Ben, gli Stati Uniti d’America non accettano un istituto democratico come un referendum e giustificano invece una rivolta di piazza che ha generato un golpe e rovesciato un presidente eletto? Chi riconosce il nuovo governo di Kiev sta davvero rispettando i parametri del diritto internazionale? Non c’è, invece, il rischio che gli Stati Uniti stiano supportando soggetti all’apparenza filo-europei, che si potrebbero rivelare pericolosi estremisti radicali, per non dire nazisti? E chi invece, come Mosca e gli abitanti della Crimea, non riconosce quel governo, è davvero così “fuori dalla realtà” come suggerisce il Cancelliere tedesco, Angela Merkel? È a queste domande che si deve dare risposta, per evitare che la bomba innescata nel cuore dell’Europa, esploda veramente.

 

 

bandiera_UcrainaChe faranno gli americani da lunedì in poi?

“Ci sarà una gravissima serie di conseguenze in Europa”, insiste John Kerry interrogato sull’annessione, data ormai per scontata. La volontà degli americani è che l’annessione di una parte dell’Ucraina comporti per Mosca una serie di aggravi in termini di sanzioni economiche, rally negativi in borsa, ulteriori debiti che graveranno sulle spalle del Tesoro russo e, fatto di non poco conto, tensioni crescenti in relazione alla sicurezza del Paese. Come a dire, pagherete caro il vostro azzardo.

 

Tutto questo interesse e trasporto americano per la causa di Kiev ricorda molto da vicino un’altra situazione in cui Stati Uniti e Russia si sono scontrati violentemente. Una situazione in cui Washington sosteneva apertamente una rivolta perpetrata da soggetti teoricamente democratici, mentre Mosca supportava il presidente di un regime riconosciuto da tutte le cancellerie occidentali e non solo (non che il Cremlino sia campione di democrazia, tutt’altro).

 

Eppure, in quell’occasione fu Washington a minacciare avventatamente l’uso della forza, riuscendo a far passare i russi per dei difensori della pace e delle regole democratiche. Salvo poi fare clamorosamente marcia indietro, perché quei supposti soggetti democratici si rivelarono estremisti – in molti casi, terroristi puri – assai pericolosi per gli Stati Uniti stessi. Così la Casa Bianca abbandonò quei toni ultimativi e lasciò gli estremisti al loro destino. Quel Paese si chiamava Siria, e oggi tutti possono vedere i pessimi risultati della strategia tenuta dall’Amministrazione Obama con le sue “linee rosse”.

 

Certo, il paragone è azzardato e il contesto ucraino è ben diverso, ma l’approccio americano al caso – al netto delle défaillance europee – non è poi molto diverso. Vuoi vedere che da parte degli USA ci sarà una nuova “red line” sulla Crimea, oltrepassata la quale gli americani prometteranno fuoco e fiamme? Ma se la Crimea verrà annessa alla Federazione Russa, cosa potrà fare Washington? Niente, perché in Ucraina ha già tentato di schierarsi, ma ha scommesso nuovamente sulla parte sbagliata. Tanto varrebbe accordarsi per una divisione ragionata del Paese.

 

 

(Oltrefrontiera su Panorama.it)