ETIOPIA -

Si tiene ad Addis Abeba fino al 31 gennaio il 26esimo vertice dei Paesi dell'UA. Tra le decisioni importanti anche la scelta del presidente di turno dell'organizzazione

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di Marta Pranzetti

@BlogArabaFenice

Burundi, diritti umani e sicurezza. Sono questi alcuni dei temi centrali del 26esimo Summit dell’Unione Africana, iniziato il 21 gennaio ad Addis Abeba, in Etiopia, e in programma fino al 31 gennaio. Focus dell’Assemblea dei capi di Stato e di governo dell’Unione Africana (UA), in programma oggi venerdì 29 gennaio, è l’invio di una missione di pace in Burundi. L’argomento, alla luce dell’escalation di violenze nella capitale Bujumbura dopo il fallito colpo di stato della scorsa primavera e la rielezione del presidente Pierre Nkurunziza in estate, è al primo punto nell’agenda della riunione.

 

A dicembre il Consiglio di Pace e di Sicurezza (PSC) dell’UA aveva deciso di inviare 5.000 soldati per la stabilizzazione del Paese e la protezione della popolazione. Ma l’opposizione del governo era stata intransigente e aveva promesso di “combattere con la forza gli invasori” qualora avessero messo piede nella capitale.L’intervento delle forze militari dell’UA potrebbe avvenire, in linea teorica, senza il consenso dello Stato interessato. La decisione deve essere però approvata con una maggioranza dei due terzi dei 54 membri dell’Unione. Una situazione che finora non si è mai verificata, ragione per cui molti analisti considerano la sessione odierna come potenzialmente molto rilevante.

 

A protester sets up a  barricade during a protest against Burundi President Nkurunziza in Bujumbura

 (Scontri a Bujumbura, capitale del Burundi)

 

Diritti umani: la nuova direzione dell’UA

Ma il Burundi, come detto, non è l’unico argomento di spessore dibattuto al summit di Addis Abeba. Il titolo di questa edizione è infatti “2016: l’anno dei Diritti Umani” e particolare attenzione viene dedicata al ruolo e alle condizioni di vita delle donne. È un significativo cambio di prospettiva del ruolo dell’UA nel continente rispetto all’ormai superata Organizzazione dell’Unità Africana (1963-2002). Allora l’attività multinazionale africana seguiva il principio di non-interferenza e dimostrava un limitato interesse verso i diritti delle minoranze. Mentre oggi l’attenzione riservata alla tematica è considerata a tutti gli effetti uno strumento di prevenzione nell’escalation dei conflitti e si traduce sempre più concretamente in iniziative e attività concrete nei territori più disagiati.

L’impegno dell’UA nella protezione dei diritti umani resta comunque vincolato al rispetto della sovranità nazionale difeso dall’atto costitutivo dell’Unione e la strada per garantire a questo tema pieno seguito è ancora lunga. Come osserva l’Institute for Security Studies (ISS), infatti, se la Carta Africana dei Diritti Umani è stata ratificata da 53 (su 54) Stati membri, solo in 36 hanno ratificato il Protocollo di Maputo (sui diritti delle donne) e solo in 23 la Carta Africana per la democrazia, le elezioni e il buon governo.

 

Le missioni di pace dell’UA

Se l’attenzione ai diritti umani è ancora poco presente tra le priorità poste dalle istituzioni panafricane è anche perché finora, visti i tanti focolai di crisi nel continente, l’Unione Africana ha avuto altri obiettivi da perseguire. Nel 2002, all’atto di nascita, l’UA si poneva come missione strategica la prevenzione, la gestione e la risoluzione dei conflitti, insieme alla ricostruzione post-bellica e allo sviluppo nel continente africano. A questo erano stati preposti il Consiglio di Pace e Sicurezza, il Sistema di allerta rapida continentale, il Gruppo dei saggi, la Forza africana di dispiegamento, tutte strutture operative all’interno della cornice dell’Architettura di Pace e Sicurezza africana (APSA).

 

 

ISShotspots

 

 

Il 28 gennaio, durante la riunione del Consiglio esecutivo dei ministri degli Esteri dell’UA sono state rinnovate le membership al Consiglio di Pace e Sicurezza, l’organo più rilevante dell’UA nel contesto di gestione dei conflitti. Composto da 15 Stati (di cui 5 eletti per tre anni e 10 per due anni), nel 2016 vi faranno parte: Egitto, Kenya, Nigeria, Zambia, Repubblica del Congo, Algeria, Sudafrica, Botswana, Burundi, Niger, Uganda, Rwanda, Sierra Leone, Ciad e Togo.

 

Se nelle prossime ore dovesse essere approvata la missione in Burundi, le operazioni in cui è coinvolta la Forza africana di dispiegamento (African standby force, composta da contingenti multidisciplinari d’emergenza per missioni di osservazione, monitoraggio, disarmo e supporto alla pace) diventerebbero sei. Dal 2003 le missioni di supporto alla pace guidate o co-gestite dall’UA – senza contare i tre mandati scaduti delle missioni nelle Comore (MAES), in Sudan (AMIS) e in Burundi (AMIB) – sono: la missione UA in Somalia (AMISOM), la missione UA-ONU in Darfur (UNAMID), l’iniziativa di cooperazione regionale per l’eliminazione dei signori della guerra (RCI-LRA) in Uganda, la missione internazionale di supporto nella Repubblica Centrafricana (MISCA) e la missione internazionale di supporto in Mali (AFISMA).

 

Dalle riunioni di oggi e domani al Summit UA dovrebbero anche emergere i candidati alla presidenza di turno dell’Unione per il 2016. Tra i papabili, il presidente congolese Joseph Kabila o il ciadiano Idriss Deby Itno, sebbene i loro mandati presidenziali siano in scadenza quest’anno. Dopo la presidenza di Robert Mugabe, sarà comunque un presidente dell’Africa Centrale ad assumere l’incarico.