CUBA -

A Panama City colloqui tra i responsabili degli Esteri dei due Paesi. Obama punta al ripristino delle relazioni con L’Avana per lasciare il segno a un anno dal termine del suo secondo mandato

Cuban flags fly beside the United States Interests Section in Havana (USINT), in Havana

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di Rocco Bellantone

L’ultimo incontro tra i responsabili degli Esteri di Stati Uniti e Cuba risale al 22 settembre del 1958. A Washington John Foster Dulles e Gonzalo Guell anticiparono di qualche mese il confronto tra Richard Nixon, allora vicepresidente americano, e Fidel Castro. La rivoluzione cubana si era consumata da pochi mesi, il primo gennaio del 1959, con il dittatore Fulgencio Batista, protetto dagli Stati Uniti, costretto alla fuga nella Repubblica Dominicana dai soldati di Castro.

 

Dopo quell’ultimo faccia a faccia, Nixon e Castro non si incontrarono più. Due anni più tardi, nel 1961, gli Stati Uniti annunciarono la chiusura di tutti i rapporti diplomatici con L’Avana e l’imposizione di un embargo commerciale che per decenni avrebbe costretto l’Isola all’isolamento internazionale. Nel 1982, poi, l’inserimento nella black list dei Paesi sponsor del terrorismo con l’accusa di aver offerto rifugio ai militanti separatisti baschi dell’ETA e ai ribelli colombiani delle FARC.

 

Giovedì 9 aprile, a mezzo secolo di distanza dalla prima escalation di tensioni tra i due Paesi, Stati Uniti e Cuba sono tornati a parlarsi ufficialmente. A Panama City, dove oggi 10 aprile e domani 11 aprile è in programma il vertice delle Americhe, il segretario di Stato John Kerry e il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodriguez hanno avuto un colloquio di due ore. Durante il summit di Panama è probabile un incrocio tra Obama e il presidente cubano Raul Castro, dopo la stretta di mano nel dicembre del 2013 nello stadio di Johannesburg in occasione dei funerali di Nelson Mandela.

 

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Il ripristino delle relazioni, annunciato da Obama lo scorso 17 dicembre, potrebbe portare a stretto giro al depennamento di Cuba dalla lista dei Paesi fiancheggiatori dei terroristi (gli altri tre Stati inseriti nella black list americana sono Iran, Sudan e Siria) come dichiarato dallo stesso presidente ieri nel corso della sua visita in Giamaica. Si tratterebbe di un passaggio fondamentale che spianerebbe in seguito la strada verso la normalizzazione dei rapporti economici portando alla graduale eliminazione delle sanzioni economiche e all’ingresso delle prime aziende americane nel mercato cubano.

 

Per Obama spuntarla sul Congresso, in cui la maggioranza è ormai nelle mani dei Repubblicani, non sarà semplice. Tra i suoi oppositori c’è chi teme che un’apertura nei confronti di Cuba implicherebbe necessariamente un cambio di strategia anche con il Venezuela, principale esportatore di petrolio verso gli Stati Uniti e in rotta di collisione con l’amministrazione americana dalle violente manifestazioni registrate a Caracas nel 2014. Il governo del presidente venezuelano Nicolas Maduro, colpito dalle sanzioni di Washington, gode del sostegno di molti Paesi sudamericani tra cui anche Cuba. Obama, però, è agli sgoccioli del suo secondo mandato e vede nel disgelo dei rapporti con L’Avana l’ultima occasione per lasciare il segno a un anno dal termine del suo secondo mandato nel 2016.

@RoccoBellantone