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Sei potenti gruppi editoriali degli Stati Uniti stanno finanziando la campagna elettorale di Hillary Clinton. Eppure, a pochi giorni dal voto, non tutti i sondaggi danno Trump per spacciato

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di Alfredo Mantici

 

A tredici giorni dal voto per l’elezione del prossimo presidente degli Stati Uniti, in programma l’8 novembre, la campagna elettorale più aggressiva della storia recente americana sembra essere entrata in una fase di stallo e di torpore. I due candidati principali, la democratica Hillary Clinton e il repubblicano Donald Trump, hanno improvvisamente smarrito la verve polemica che li ha contrapposti nei tre duelli televisivi, esaurendo la scorta di insulti che si sono scambiati senza risparmiarsi nell’ultimo mese.

 

Hillary Clinton sembra soddisfatta del vantaggio che le danno gli ultimi sondaggi che le offrono, apparentemente, un buon margine di distacco rispetto a Trump. L’ansia per gli esiti della campagna si sta spostando pertanto sul Campidoglio di Washington, dove i repubblicani cominciano a temere che un eventuale insuccesso del loro candidato potrebbe avere effetti collaterali negativi per la corsa ai seggi della Camera dei Rappresentanti e del Senato, dove dal 2012 nonostante la vittoria di Barack Obama, avevano conservato la maggioranza. I media americani, con qualche rara eccezione, iniziano a dare il miliardario di New York per spacciato.

 

I media a favore di Hillary Clinton

A questo proposito, occorre sottolineare che la stampa americana, essendosi apertamente schierata nella stragrande maggioranza delle testate a favore della Clinton, ha obiettivamente perso parte della sua attendibilità. Un’interessante analisi di Daniele Scalese pubblicata sul Foglio il 24 ottobre evidenzia infatti che il sistema dei media d’oltreoceano si è progressivamente trasformato negli ultimi trent’anni, perdendo quello smalto di indipendenza politica che ne faceva un baluardo della democrazia americana. Negli anni Ottanta il 90% dei media negli Stati Uniti, secondo quanto rilevato dal quotidiano diretto da Claudio Cerasa, era controllato da 50 società. Oggi la stessa quota è sotto il controllo di sei potenti gruppi: CBS, Comcast, News Corporation, Time Warner, Viacon e Walt Disney, “tutti finanziatori attivi della campagna di Hillry Clinton”.

 

Questo dato, imbarazzante per quella che ambisce a essere la prima democrazia del mondo, la dice lunga sull’attendibiltà del flusso di informazioni e di analisi sui temi della campagna elettorale che, sull’altra sponda dell’oceano, si riversa quotidianamente sull’opinione pubblica europea, indubbiamente influenzata dalle posizioni “sospette” di media posseduti dai sei oligopoli tutti schierati a favore della Clinton.

 

La corsa alla Casa Bianca si è così trasformata in un duello tra un miliardario cafone e xenofobo e una paladina dei diritti civili presentata quasi come una nuova Giovanna d’Arco in lotta per la democrazia. Poche e inascoltate voci hanno provato a interrogarsi sui programmi politici dei due candidati, sulle loro motivazioni e sulla loro reale capacità di leadership. Nessuno ha sollevato dubbi sull’indubbia, sfrenata, ambizione di una donna, Hillary Clinton, che dopo essere già stata per otto anni inquilina della Casa Bianca nella veste di “first lady” molto influente e ascoltata dal marito, lotta per tornare in quella Casa nella veste di “comandante supremo” con la prospettiva di restarci per altri otto anni. Aspirazione legittima, per carità, ma forse qualche riflessione su questo tentativo di successione “dinastica” sarebbe stato utile e apprezzabile.

 

USA VS.TRUMP - LOOKOUT NEWS - COPERTINA

MERCOLEDÌ 26 OTTOBRE LA PRESENTAZIONE A ROMA ALLA LIBRERIA FAHRENHEIT 

 

 

 

Per quanto riguarda Trump, le sue sparate hanno completamente spazzato via dalle pagine dei giornali e dagli schermi televisivi le analisi sui suoi programmi politici e sulla loro potenziale presa su un elettorato sempre più frastornato dai toni di una campagna elettorale nella quale l’insulto ha rimpiazzato la dialettica politica. Il 23 ottobre, a conferma di questo trend, il New York Times ha pubblicato, per la gioia dei circoli liberal della costa orientale, l’elenco dei 272 epiteti ingiuriosi rivolti durante l’intera campagna elettorale da Trump ai suoi avversari politici. Una mossa a effetto, da parte di un giornale che ha per primo ufficializzato il suo aperto sostegno alla candidata democratica, che però nulla aggiunge alla necessaria riflessione sui temi di politica interna e di politica estera del programma del candidato repubblicano.

 

Cosa dicono gli ultimi sondaggi

Per quanto riguarda i sondaggi, chi più chi meno assegnano tutti un vantaggio di consensi potenziali alla candidata democratica, anche se da più parti si levano voci che mettono in guardia su queste rilevazioni che nel corso degli anni si sono trasformate da strumenti di analisi delle tendenze elettorali, in potenti armi di insidioso condizionamento dell’opinione pubblica.

 

I sondaggi, dicevamo. Per onestà di analisi, merita di essere citato quello condotto da Helmut Norphot, professore di scienze politiche presso l’Università newyorkese Stony Brock, il quale basandosi su un modello matematico che gli ha consentito già di anticipare le vittorie di Bill Clinton nel 1996, di George W. Bush nel 2004 e di Barack Obama nel 2012, sostiene che Donald Trump sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti. Una previsione azzardata, forse, ma che comunque è stata opportunamente “oscurata” dal sistema mediatico, probabilmente nel timore che potesse influenzare gli indecisi facendoli propendere per Trump.

 

Hillary probabilmente vincerà la corsa per la Casa Bianca. Ma come nuovo presidente degli Stati Uniti, possiamo starne certi, dovrà pagare un conto molto salato ai gruppi finanziari che l’hanno sostenuta e, in particolare, a quei sei giganti del mondo dei media che tanto vento hanno soffiato nelle vele della sua campagna.

 

(Foto apertura New York Post)

  • Nolexxx

    Articolo semplicemente SENSAZIONALE